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La comunicazione politica tra prassi e teoria

Nell’ultimo ventennio, l’attenzione verso la comunicazione politica è cresciuta vertiginosamente in funzione dell’importanza strategica riconosciutale nell’influenzare l’elettorato e, di conseguenza, i rapporti di forza all’interno dello scacchiere politico.
La triangolazione tra politica, media e cittadinanza è divenuta oggetto di studio di vari ambiti disciplinari accademici: politologi, sociologi, esperti di mass media, linguisti e storici, seppur da prospettive diverse, hanno contribuito a rinverdire i fast dell’ars oratoria d’età classica.
Con l’avvento dell’era del Web 2.0 e l’esplosione dei cosiddetti media conversazionali, la discussione sulla comunicazione politica si è estesa dalle aule universitarie ai blog e social network, nuovi fori virtuali nell’era di un umanesimo elettronico che ha riportato il cittadino al centro dell’universo politico, con conseguenze ancora tutte da scoprire.
Se ne parlerà lunedì 27 maggio presso il Campus di Fisciano.

Scarica il programma.

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La ceneri di Città della Scienza sono anche le mie

417602_588405491177541_312994556_nHo 35 anni e ho vissuto praticamente tutto il periodo dello smantellamento dell’acciaieria di Bagnoli. Ricordo che in alcun pomeriggi d’estate, quando avevo i miei 18 anni, mi mettevo in moto e andavo in quelle zone dove lo scheletro di un quartiere paradossalmente mi dava speranza.
Ieri sera l’incendio che ha distrutto in poche ore i capannoni di Città della Scienza ha incenerito anche quella speranza.

C’è stato un lungo periodo in cui la zona di Bagnoli era al centro della discussione pubblica e politica. Ne parlavamo nelle aule occupate, nelle riunioni di partito, nelle assemblee delle associazioni locali e il succo del dibattito era sempre lo stesso: rilanciare Bagnoli.
In questo contesto, Città della Scienza era per me un punto di partenza. Vedere un impegno collettivo teso a bonificare culturalmente quel quartiere era quanto di più grande una città, la mia sfortunata città, potesse fare.
Da ieri sera quel progetto è morto, e con esso un pezzo del mio credere nel bene pubblico.

Bagnoli era il simbolo del rinascimento napoletano, quello tanto voluto da Bassolino. Un rinascimento mai effettivamente messo in atto, e su quelle promesse sono passate ben 4 amministrazioni e centinaia di proposte, progetti. Non in ultimo quelle del Sindaco De Magistris.

La città di Napoli è ormai allo sbando. Non lo dico per posizione politica, tantomeno cerco di strumentalizzare l’incendio di ieri sera. Anzi, ho condiviso poco l’operato dell’attuale amministrazione, ma Luigi De Magistris si è preso la responsabilità di sedere in uno dei Comuni italiani più difficili. Su questo punto ha tutta la mia stima. E non credo che sia il tempo di dare le colpe all’attuale amministrazione. Questo è uno sciacallaggio politico che non mi appartiene.

Ma in una città dove si bruciano dolosamente i capannoni simbolo di una rinascita, di un rilancio e molto di più di un segnale, è la metafora di un sistema che ha fallito. Se esiste anche solo l’ipotesi che alcune persone possano bruciare capannoni con un preciso obiettivo – qualsiasi esso sia – è il sintomo di una città, di una comunità che non esiste più. Immaginare che dei miei pari, dei cittadini abbiano architettato una infamità di tale portata mescola in me rabbia e paura, vergogna e delusione.

Questa per me è la goccia che ha fato traboccare tutto. Vorrei andare via lasciando le ceneri alle spalle. Abbandonare tutto e tutti. Piegarmi all’istinto che da anni mi perseguita.
Devo solo chiudere gli occhi e restare aggrappato a quel sentimento che mi accompagnava in quei pomeriggi d’estate e di adolescenza, a quella immagine dell’acciaieria che pezzo per pezzo andava via e dava spazio a nuovi capannoni, nuovi progetti, nuove idee. E riaprirli solo quando questa amarezza, questa vergogna comincia ad abbandonarmi.
Ma ieri sera, insieme a Città della Scienza, qualcosa di me se ne è andato e purtroppo, con tutto l’impegno, non tornerà più.

Aggiornamento:

Per contribuire alla ricostruzione di Città della Scienza è disponibile il conto corrente, intestato a Fondazione Idis Città della Scienza – IBAN IT41X0101003497100000003256 – causale Ricostruire Città della Scienza – questo è l’unico conto corrente dove esprimere il vostro sostegno

Diamo il governo a Grillo e vediamo che sa fare

Il tatticismo visto in questi giorni è esasperante. C’è un rincorrersi che sta confondendo elettori e militanti. Grillo dice no al PD, il PD gioca a intercettare voti per cercare di formare un governo e avere la fiducia, il PDL si dimostra ancora ambiguo ma parla di “governabilità” del paese.
Tutto ciò mentre l’Istat segnala che la disoccupazione ha raggiunto livelli record e che il debito continua a crescere.
Una partita a scacchi che si trova a vivere uno stallo dal quale, almeno fino al giorno delle consultazioni, difficilmente riusciremo a capire nella sua interezza, e con molta probabilità porterà ad una situazione ancora più complessa e difficile da sciogliere. Il Presidente della Repubblica ha, salvo sue dimissioni, un compito non solo costituzionale, ma anche e soprattutto politico, visto che senza una direzione chiara su quali siano i rapporti tra le forze elette sarebbe inutile tenere su un esecutivo.
Intanto in questa settimana Grillo e, proprio ieri, Casaleggio hanno ribadito che non voteranno la fiducia ad un governo PD+Sel. Il loro ed unico scopo è avere un mandato che dia l’esecutivo al M5S e che gli altri votino la fiducia su punti politici precisi, poi a lavoro concluso possiamo andare tutti di nuovo alle urne.
Paradossalmente mi sembra l’unica soluzione all’orizzonte. Fino al giorno delle elezioni Grillo e Casaleggio continueranno a segnalare sul loro blog la linea del movimento, e credo che tranne questa opzione non ne metteranno altre sul tavolo. Una posizione che tende a proteggere il voto dei loro elettori senza tradire le cose dette in campagna elettorale, ovvero mai con il PD. Nello stesso tempo calma il malumore di un’altra parte del loro elettorato che vorrebbe votare la fiducia ad un governo PD, occasione storica per poter dimostrare che in fatto di democrazia il M5S non è poi così poco avvezzo.
Davanti a questo scenario il PD potrebbe – e a parer mio dovrebbe – offrire questa chance a Grillo e al M5S. Che si formi un governo 5 Stellato, che vadano ad occupare i posti di un esecutivo tra i più difficili della storia repubblicana. Ci mettano finalmente la faccia, le forze, i progetti e le idee e vediamo cosa sanno fare. Proviamo questa “rivoluzione” e vediamo cosa succede. Una opzione che permetterebbe al PD di uscire dall’angolo e, tra tre o sei mesi, valutare il loro operato e – in caso di fallimento – riportare gli italiani alle urne e prendere (salvo altre sorprese) finalmente una maggioranza forte e stabile.

L’Italia non è però un laboratorio. Siamo in una situazione difficile da ricomporre e non possiamo permetterci un “governo sperimentale”. Ma se Grillo crede di poter far uscire l’Italia da questo cul de sac economico, politico e sociale che ce lo dimostri.
Ma nel caso di disastro economico e politico la responsabilità sarà solo la sua e non del M5S, e dovrà essere lui a renderne conto all’intero paese.

Movimento Cinque Stelle: non è male ciò che appare

MoVimento5Stelle_TimeCurioso. Il 2013 è l’anno europeo del cittadino. Non poteva iniziare con un’affermazione più clamorosa, con la  vittoria che  il verdetto delle urne ha consegnato nelle mani dei cittadini a 5 Stelle. Una vittoria intepretata dai più come uno tsunami elettorale che ha spazzato parte della vecchia classe politica e ha consegnato il Paese all’ingovernabilità. Io però mi sono fatta un’altra idea.

Parto da una considerazione personalissima: il Movimento Cinque Stelle non è antipolitico né populista. E’ un movimento contro-democratico, nel senso in cui Rosanvallon (Controdemocrazia. La politica nell’era della sfiducia, 2005) intende la contro-democrazia, non come  il contrario della democrazia, ma come una «forma di democrazia che contrasta quella tradizionale, della democrazia dei poteri indiretti disseminati nel corpo sociale, della democrazia della diffidenza organizzata che fronteggia la democrazia fondata sulla legittimità elettorale». La contro-democrazia non è quindi scindibile dalle istituzioni democratiche legali, anzi ne rappresenta la loro valorizzazione, intende porsi come un argine alla mortificazione delle istituzioni e, in particolare, del parlamento, luogo in cui si esprime la rappresentanza e si esercita la sovranità popolare.

E’ questo in effetti il punto chiave del discorso grillino: la morte del parlamento per mano dei partiti che lo hanno occupato e dei governi che lo hanno bypassato sistematicamente nell’arco degli ultimi venti anni, legiferando a colpi di fiducia, decreti d’urgenza, strappi, compra-vendite, baratti. Senza mai procedere sul piano delle riforme istituzionali per dare maggiore efficacia al processo legislativo. Anzi  eliminando le preferenze dalla scelta elettorale, hanno di fatto trasformato l’accountability in disciplina di partito. Siamo così velocemente approdati ad una “democrazia senza popolo”, ridotta all’ombra di sé stessa, deformata da uno specchio  che ci rimandava l’immagine abbrutita di noi stessi: zombi impegnati tutto il tempo a legiferare per sé non per tutti, svendendo la dignità del Paese in cambio di un proprio tornaconto e preferendo l’uovo di oggi alla gallina di domani; lo spettacolo di una classe politica che, con arroganza, ha dato vita al sacco del nostro territorio e delle sue risorse, senza pudore né vergogna.  Gli scandali del Lazio e della Lombardia sono  solo gli ultimi di una lunga scellerata sequenza. Continua »

Per Grillo vale più la piazza che il Web?

Prima di ogni equivoco è meglio dirlo subito, sono scettico sul fatto che la Rete, e in particolare i Social Media, sia catalizzatori di voti, ma nello stesso tempo penso che vadano attentamente valutati perché capaci di influenzare i processi di formazione delle opinioni e – ovviamente – con possibili ricadute in temini di voto.
Chiusa questa parentesi, stamattina, prima di prepararmi per uscire, avevo Omnibus in sottofondo, leggevo qualche Blog e cercavo di capire cosa stesse accadendo a Siena circa la vicenda sul Monte dei Paschi di Siena. Mi è capitato di finire sul blog di Grillo, e devo dire che ci finisco spesso, e su segnalazione di un ospite della trasmissione di La7 ho scoperto che stasera il noto comico genovese avrebbe tenuto un comizio proprio in una delle piazze di Siena. Ho subito pensato che fosse una mossa comunicativa perfetta e che tale presenza si incastrata in maniera geniale, quasi maniacale, con l’agenda politica, la cronaca e con la tempistica elettorale che in queste ore viviamo.
Grillo è noto per diverse ragioni, ma in particolare per questa sua interpretazione dello strumento “Rete” da tecno-entusiasta. Democrazia elettronica è l’etichetta che – in parte grazie a lui – è diventata di uso comune dopo essere stata chiusa per decenni nelle accademie e nelle letture degli interessati ai fenomeni politici in Rete.
Ma proprio stamattina non ho potuto fare a meno di notare che, per paradosso, la campagna di Grillo è tra le più tradizionali in circolazione.
Per carità, Grillo usa lo strumento Rete, ci mancherebbe, ma incomincio a credere che il modello elettoralmente vincente per il M5S siano le piazze e le ricadute sulla cronaca politica, proprio come si faceva nelle cosiddette campagne moderne (sulla questione si vedano gli studi di Pippa Norris). Grillo sta attuando lo stesso modello che ha praticato durante la campagna elettorale siciliana con piazze piene, comizi, volantini, persone, pacche sulle spalle, strette di mano. Una campagna vincente, si vedano i risultati elettorali, e che lo ha delle volte costretto a gesti eclatanti – come la traversata a nuoto dello stetto di Messina – pur di avere servizi in Tv, discussioni nei Talk Show, pagine di quotidiani e vagonate di post in Rete.
Al di là di Casaleggio e tutto ciò che ci raccontiamo sulle strategie di Rete, comincio a pensare con molto interesse che il vero spazio pubblico catalizzatore di voti per il M5S e Grillo non sia la Rete, che ha certamente i suoi effetti, ma la riprosizione di una tipologia di campagna con modalità moderniste, con in testa il comizio come formula principale, tanto “snobbata” dal premier uscente Monti, e il bagno di folla finale come uscita di scena.
Una questione empiricamente non verificabile e ovviamente molto più complessa, ma se fosse così, credo seriamente che dovremmo cominciare a rivedere un bel po’ di ipotesi sulla campagne elettorali nella cosidetta “era di Internet” (locuzione che odio quasi quanto “Popolo del Web”).

Di quando la politica scopre il web 2.0

Da qualche mese la trasmissione-radio Vota Antonio intervista esponenti dei partiti politici, esperti, consulenti e docenti universitari sul rapporto fra la politica e la rete. Dopo i successi ottenuti da Obama nel 2008 e nel 2012 e l’affermazione di Grillo grazie ai MeetUp, nessun politico sembra più volersi mostrare al pubblico sprovvisto di una propria aura innovativa, innovazione che passa prima di tutto dal coinvolgimento  attivo dei cittadini nei processi di comunicazione e decisione pubblica. I social media sono stati sdoganati alla grande dal governo Monti che, con Il Dialogo al cittadino, apriva la propria amministrazione al feedback e all’ascolto  sui temi più rilevanti (molto interessanti i dati raccolti in tal senso sul sito della Presidenza del Consiglio: una loro lettura sistematica ed organica mi pare possa evidenziare con buona approssimazione quando si consuma il break-out fra agenda del governo e quella dei cittadini facendo emergere, di conseguenza, i temi particolari sopra quelli collettivi). Poi è stata la volta delle iniziative di consultazione per definirie le linee principali  dell’Agenda Digitale, di Horizon2020, o per discutere se abolire o meno il valore legale del titolo di studio. I ministri più illuminati sono poi sbarcati su Facebook, su Twitter,  Tumblr. Intanto in Sicilia, il M5S  sperimentava Liquidfeedback per dare più corpo tecnologico al paradigma della democrazia interattiva (salvo accorgersi che nel Movimento la questione democratica doveva ancora passare ad affrontare l’antico problema della legittimazione della propria leadership). Continua »

Che brutta campagna elettorale

Sono un fanatico delle competizioni elettorali. Le seguo tutte, o quasi. Da quelle del comune di Barcellona Pozzo di Gotto alle amministrative tedesche, dalle presidenziali americane a quelle del Comune di Piano di Sorrento. Lo faccio per diversi motivi, un po’ per capire le differenti dimensioni nei comportamenti elettorali, un po’ per capire come funzionano i ritmi propagandistici, un po’ per comprendere quanto il rapporto tra comunicazione e democrazia varia e via discorrendo. Una palestra, da osservatore, dalla quale imparo molto sul funzionamento dei sistemi politici e sul modo di fare comunicazione. Ho più di una cartella piena di documenti, comunicati stampa da incorniciare, campagne di comunicazione, slogan raccolti, manifesti elettorali e tutte ferme lì, e forse un giorno deciderò cosa farne.
In queste settimane, e nelle prossime, ho assistito ed assisterò – in parte per lavoro e in parte per ricerche – a queste “benedette” politiche del 2013, e devo dire che sono già stanco, oltre che terribilmente annoiato.
Non parlo solo delle “macchiette” di Berlusconi che nelle ultime ore mi perseguitano, e nemmeno dei confronti televisivi dal sapore ventennale, come quello di ieri sera tra Tremonti e Fini, tantomeno delle cornici giornalistiche che continuano – perpetuando un peccato originale – a copiare ed incollare i tweet dei politici, a prendere pezzi dai blog per fare articoli che facciano share e da mettere in Home page (li chiamano pure giornalisti), o a cercare maldestramente di fare “Fact Checking”, parola oggi di moda quasi quanto il termine “Spread”.
E non faccio riferimento nemmeno alle orribili campagne di comunicazione che circolano in Rete (e non solo), agli slogan da campagne elettorali per i rappresentanti del liceo di periferia, ai logo sempre più taroccati e meno rappresentativi, alle polemiche sui complotti e alle ricusazioni di alcune liste. Figurarsi se faccio riferimento ai sondaggi che ormai ognuno li cucina come vuole, alla rimonta di un polo sull’altro, al voto utile e al paradosso dell’inutilità del non andare a votare.
Mentre scrivo però penso che forse è qui, in questo tipo di annichilimento, che risiede e che trae origine quel sentimento, sul quale ho tanto scritto e litigato, che chiamiamo un po’ impropriamente Antipolitica. Ed è forse per le stesse motivazioni che restiamo a guardare e discutere per giorni di Berlusconi e di quanto sia bravo in Tv, sul ridicolo complotto messo su da Grillo circa le liste (e tenuto su da sedicenti giornalisti e opinionisti televisivi), sul fatto che Monti abbia usato un emoticons su Twitter. Un sentimento antipolitico, il mio, dovuto all’eccesso di mediatizzazione, di spettacolarizzazione e – perché no – di sterile e caotica discussione sui temi politici.
A poco più di un mese, e lo dico da esteta e da cittadino cercando di evitare di rientrare nel percolato di chiacchiere e di analisi che leggo in giro, credo dunque di ritrovarmi davanti alla più brutta campagna elettorale degli ultimi venti anni, o almeno di quelle che – vuoi per l’età e vuoi per interesse – mi è capitato di assistere da vicino, molto da vicino.
Facendo questo ragionamento, paradossalmente, stamattina mi ritrovo più a mio agio a discutere nel bar di periferia, dove la pancia vale più delle analisi, dove la tasca conta più dello slogan e dove – mutatis mutandis – si vincono le elezioni.

Berlusconi o Santoro? Ma davvero davvero?

Sì l’ho visto anche io, impendendo a mia figlia di monopolizzare per una sera la TV con le sue scelte da bambina spensierata. Mi sono sintonizzata su La 7 sperando nella clemenza del digitale terreste (verso il quale nutro un odio profondissimo) sorbendo l’ultimo quarto d’ora di Lilly Gruber con uno (posso dirlo?) splendido D’Alema e un altrettanto godibilissimo Stefano Folli. Guardandoli ed osservandoli pensavo alla “tempra politica”, a quella speciale  resistenza ottenuta attraverso un rodaggio costante e duro negli ambienti politici e istituzionali più vari, spesso  avversi. Nutro una profonda ammirazione per coloro che l’acquisiscono e che riescono a passare nel fuoco come salamandre. Poi la pubblicità ed infine la sigla. Granada? Ma perchè Santoro attacca così? Mia figlia protesta al primo accenno di sigla, non coglie la metafora, ma si illumina quando le ricordo la visita a Placa de Toros e la storia di Manolete, il torero che perse la vita pur di finire il toro e non perdere l’onore nell’arena.  Due secondi di perplessità. Poi è tutto chiaro: il messaggio è “Signori oggi  ci divertiamo, questa è una trasmissione semiseria, #sapevatelo!”

E’ dunque questo il registro scelto da Santoro? trattare Berlusconi come un fenomeno da barraccone trasformando ServizioPubblico in un momento di avanspettacolo? Scelta forse discutibile, mi dico, ma per certi aspetti comprensibile. Santoro crede che mettendolo in ridicolo non  consentirà ad un illusionista della comunicazione  di utilizzare la sua trasmissione come predellino politico-elettorale. E’ questo il suo timore. Incorniciando tutta la trasmissione come trasmissione semiseria (sigla,  posizionamento sedia…) non c’è il rischio che gli argomenti di Berlusconi vengano poi recepiti e interpretati come argomenti o contro-argomenti corretti. In altri termini, Santoro ha giocato molto – e forse soltanto -  sulla sua possibilità di determinare il contesto di riferimento, fornendo agli spettatori una precisa cornice di senso: signori, stasera  ospitiamo un buffone, un uomo che non merita la nostra attenzione, qualunque cosa egli dirà prendetela come una boutade.

Continua »

Ma ieri sera lo hai visto Berlusconi da Santoro?

Già ieri sera, durante una cena con amici, ho avuto i primi segnali. È stato un po’ come assistere ad un grande derby calcistico. Ovazioni ad ogni battuta, risate isteriche ai “coupe de theatre” del Cavaliere, sguardi di intesa con gli amici alle stoccate di Travaglio.
Si dirà che è politica spettacolo, che è stato tutto uno show, si parlerà di share, che Berlusconi è un leone televisivo o che le 3 ore di ieri sera erano tutte preparate.
Si dirà che Berlusconi ha vinto, che Santoro è stato stracciato mediaticamente dalla verve dell’ex premier, che Travaglio meritava la standing ovation o che lo stesso, davanti ad una preda che ha inseguito per quasi venti anni, ha perso smalto nel momento del tanto agognato confronto, deludendo non poco i suoi lettori-fan.
E ancora, si scriveranno fiumi di articoli, post, commenti, editoriali, tweet e via discorrendo. Sì faranno trasmissioni televisive, si pubblicheranno saggi e si faranno lezioni ai corsi di comunicazione politica o di giornalismo.
Si ascolteranno confronti al bar mentre si fa colazione, si udiranno conversazioni nel tram o nel pullman mentre si va a lavoro, si discuterà con il collega di lavoro durante una pausa caffè.
Ecco, questa sarà il refrain di oggi, che avrà sullo sfondo un antipatico quanto malato modo di convivere e discutere di Politica. Sì, perché lo “spettacolo” di ieri sera ha fatto riemergere quello che ha caratterizzato tutta la Seconda Repubblica: un sistema politico in balia della rissa televisiva e del consenso mediatico.
Ma non è il sistema politico o quello mediatico ad essere malato, perché l’entusiasmo che mostreremo alla domanda “Ma ieri sera lo hai visto Berlusconi da Santoro?” ci indicherà una situazione che fondamentalmente abbiamo cercato, abbiamo voluto e che abbiamo contribuito a creare.
Ed è questo quello che a me preme dire, ovvero che prima di rispondere, scrivere e conversare su quanto sia stato patetico, ignobile, divertente o interessante il “confronto” televisivo di ieri sera, di soffermarci almeno per 30 secondi o per due righe e senza esitare dire o scrivere una semplice frase “anche io ho contribuito a creare quel Paese curioso e pruriginoso che ieri sera si è palesato in tutta la sua forza”
Buona giornata.

Pubblicato anche su Linkiesta

Sulla strage nel Connecticut abbiamo perso un’altra occasione per fare silenzio

Oggi, appresa la notizia dello sterminio in Connecticut, ho d’istinto evitato i Social Media. Ho avuto subito davanti agli occhi quel teatrino selvaggio fatto di commenti, opinioni e valutazioni che mi donano sensazioni ambigue e sgradevoli.
Sicuro di trovare quel misto di rabbia e cordoglio, che a tratti sfiora il grottesco, soprattutto quando a chiosare sono opinion leader digitali di un certo calibro, ho semplicemente fatto quel lavoro di gestione e amministrazione che per forza di cosa devo fare in Rete, e in particolare sui Social Media.
Non so cosa comporterà questo processo collettivo, che parte dalla ricerca di visibilità, passa attraverso l’autocompiacimento e teso, infine, alla semplice e malsana gratificazione del proprio Ego. Ma sono dell’opinione che, su alcune questioni, valga la pena fare silenzio, osservare con cura cosa è accaduto, selezionare la buona informazione da quella cattiva e infine avere delle conclusioni personali senza dover per forza di cosa sbatterle sul muso agli altri.
L’accumularsi di queste “opinioni non richieste” ha un solo ed unico effetto, trasformare un momento drammatico, come quello accaduto oggi nel Connecticut, in un chiassoso rumoreggiare, a tratti volgare, senza nessuno valore, né sociale, né etico e né culturale.
Ovviamente anche questa è una “opinione non richiesta”, ma dopo l’ennesima battuta letta su Spinoza, e la sociologia spicciola sulle motivazioni del barbaro sterminio di bambini avvenuto oggi, credo fermamente che in Rete si siano attivati da tempo meccanismi molto simili a quelli che ci hanno portato al pubblico ludibrio televisivo, dove tra plastici di case nei Talk Show e opinionisti che urlano la domenica pomeriggio “ci vorrebbe la pena di morte”, più che analizzare i fatti vendiamo dozzinali interpretazioni.

Lo so, è difficile, ma bisognerebbe sforzarsi ogni tanto di fare silenzio, almeno per una volta.

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