Blog, discorso pubblico e democrazia
Visto che lo sto traducendo, può tornare utile riportare, qui e ora, qualche stralcio dal Capitolo 2 del volume Free Culture di Lawrence Lessig. In particolare, alcuni passaggi sull’attuale scenario della democrazia USA e sul rapporto tra politica e blogosfera in quel contesto, potenzialità e problemi inclusi.
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Dibattere questioni d’importanza collettiva, criticare altri che secondo il proprio punto di vista stanno sbagliando, offrire soluzioni a problemi davanti agli occhi di tutti: i blog creano la sensazione di una riunione pubblica virtuale, ma di un tipo a cui non speriamo di partecipare tutti contemporaneamente e in cui le conversazioni non sono necessariamente legate tra loro. Rappresentano probabilmente la forma più importante di discorso pubblico non organizzato che abbiamo. È un’affermazione forte. Eppure la dice lunga sia sulla nostra democrazia che sui blog. Questa è la parte dell’America più difficile da accettare per quanti tra noi amano l’America: la nostra democrazia si è atrofizzata.
Naturalmente abbiamo le elezioni, e la maggior parte delle volte le corti di giustizia ne convalidano i risultati. È un numero relativamente ridotto di persone quello che si reca a votare. Il ciclo di tali elezioni è divenuto completamente professionalizzato e normalizzato. La maggior parte di noi ritiene che ciò rappresenti la democrazia. Ma la democrazia non ha mai riguardato soltanto le elezioni. Democrazia significa governo del popolo, e governo vuol dire qualcosa di più che mere elezioni. Nella nostra tradizione, significa anche controllo tramite il discorso ponderato. Questa fu l’idea che catturò l’immaginazione di Alexis de Tocqueville, l’avvocato francese del XIX secolo a cui si deve il resoconto più importante sulla prima fase della “Democrazia in America.” Non furono le elezioni popolari ad affascinarlo–fu la giuria, un’istituzione che dava alla persone comuni il diritto di scegliere tra la vita o la morte di altri cittadini. E fu ancor più affascinato dal fatto che la giuria non si limitava a votare sulla sentenza da imporre. Dovevano deliberare. I membri discutevano sul risultato “giusto”; cercavano di persuadersi a vicenda sull’esito “corretto”, e almeno nei casi penali, dovevano raggiungere un accordo unanime perché il processo potesse considerarsi concluso.
Eppure perfino questa istituzione viene meno nell’odierna vita americana. E in sua vece, non esiste alcuno sforzo sistematico per consentire la deliberazione dei cittadini. C’è chi preme per creare proprio una simile istituzione. E in alcune cittadine del New England, esiste ancora qualcosa di simile alla deliberazione. Ma per la maggioranza di noi il più delle volte, non esiste tempo o luogo dove possa manifestarsi alcuna “deliberazione democratica”.
Fatto ancora più strambo, in genere non c’è neppure il permesso perché ciò avvenga. Noi, la democrazia più potente del mondo, abbiamo sviluppato una solida norma che c’impedisce di parlare di politica. Sta bene parlarne con chi è d’accordo con noi. Ma è poco educato discutere di politica con persone di opinioni diverse. Il discorso politico si fa isolato, e il discorso isolato diventa più estremo. Diciamo quel che gli amici vogliono sentire, e ascoltiamo molto poco al di là di quanto dicono gli amici.
Entriamo nei blog. È la stessa architettura dei blog a risolvere parte di questo problema. Si inseriscono dei testi quando si ha voglia di farlo, e si legge quando si vuole leggere. È difficile mantenere la sincronicità temporale. Le tecnologie che consentono la comunicazione asincrona, come la e-mail, accrescono le opportunità di comunicare. I blog attivano il discorso pubblico senza che la gente abbia neppure bisogno di radunarsi in unico luogo pubblico. Ma oltre l’architettura, i blog hanno anche risolto il problema della norma. Nello spazio dei blog non esiste (ancora) alcuna regola per parlare di politica.
Tale spazio è pieno di interventi politici, sia a destra che a sinistra. Alcuni dei siti più popolari sono conservativi oppure libertari, ma ne esistono parecchi di ogni tendenza politica. E anche i blog che non sono politici, si occupano di questioni politiche quando l’occasione lo merita.
Lo spazio dei blog offre ai dilettanti un modo per entrare nel dibattito–”dilettanti” non nel senso di persone inesperte, ma in quello di un atleta Olimpico, per intendere qualcuno che non riceve alcun compenso per i propri articoli. Ciò consente di avere dei riscontri molto più ampi su un evento, come hanno rivelato i resoconti diffusi sul disastro del Columbia, quando centinaia di persone che vivevano nella parte sud-occidentale degli Stati Uniti si sono rivolti a Internet per raccontare quel che avevano visto. E ciò spinge i lettori a seguire la gamma dei vari interventi e a “triangolare,” come la mette Winer, la verità. I blog, afferma Winer, rappresentano “un canale di comunicazione diretta con la nostra controparte, e il mediatore viene eliminato”–con tutti i benefici, e i costi, che ciò produce.
Questa libertà d’espressione ha effetti sulla democrazia. Winer ritiene che ciò accada perché “non devi lavorare per qualcuno che controlla il flusso dell’informazione.” È vero. Ma ciò ha effetti sulla democrazia anche in un altro modo. Man mano che un numero sempre maggiore di cittadini esprime la propria opinione, e la difende per iscritto, ciò cambierà il modo in cui le persone arrivano a comprendere le questioni pubbliche. È facile sbagliare e commettere errori quando tutto rimane nella propria testa. È più difficile quando il prodotto dei nostri pensieri viene vagliato dai commenti altrui. Naturalmente, è raro incontrare qualcuno che ammetta di essere stato convinto del proprio errore. Ma è ancora più raro il fatto che qualcuno possa ignorare la prova del proprio errore.
L’atto di mettere per iscritto idee, tesi e critiche migliora la democrazia. Oggi esistono probabilmente un paio di milioni di blog dove questo scrivere prende corpo. Quando si raggiungeranno i dieci milioni, allora ci sarà da raccontare qualcosa di straordinario.


Bernardo Parrella 