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Lo strumento e il manuale d’uso: paradossi d’inizio millennio

Immaginiamo – per assurdo – che una persona, o un alieno, capiti per la prima volta davanti ad una TV, potrebbe imbattersi in uno di quei programmi (non sempre volutamente demenziali o comici) in cui il mezzo televisivo replica se stesso all’infinito. La TV, infatti, spesso parla di TV e lo fa utilizzando se stessa, in una maniera effimera, tautologica, ridondante.
Con tutta probabilità agli occhi dell’alieno quei programmi sarebbero privi di senso.
La scelta di quest’esempio è funzionale al mio tentativo di comparare la cultura della TV e quella delle ICT in genere, o – in altri termini – alla cosiddetta Internet Culture. Sullo sfondo, l’attentato dell’undici marzo in Spagna, e un quesito che si fa avanti: può la riflessione, nel caso specifico, della rete sulla rete condurre ad una reificazione del mezzo stesso, alienando i contenuti del cyber-space dal movimento reale del mondo moderno? E’ plausibile insomma uno scenario in cui il mezzo rifletta esclusivamente sul mezzo stesso, grazie ad una piccola élite acculturata, tecnologizzata?

E’ chiaro che tra le strutture di questi due distinti processi comunicativi ci sono pochi elementi comuni, anzi spesso se ne rileva l’antitesi (broadcast versus netcast). Introduciamo tuttavia un’ulteriore variabile per chiarire la nostra argomentazione: la presenza di quella che Prigogine definisce “biforcazione”. Gli studi sulla termodinamica hanno dimostrato che questa, la biforcazione, richiede due condizioni: la prima è quella che i sistemi devono essere “lontani dall’equilibrio”. La seconda condizione è la “non-linearità”, che è amplificata proprio dalla presenza delle ICT e collegata ad elementi probabilistici. Le diverse serie di biforcazioni possibili, invece, introducono l’elemento storico-il flusso del tempo. Le strutture che ci circondano dunque sono il prodotto specifico di processi storici, mentre la biforcazione è il punto in cui si determina una trasformazione della spazio-temporalità. In merito alla società della rete, che si connota come una “struttura in assenza d’equilibrio”, la biforcazione si colloca fra il suo emergere spontaneo (infatti, nessuno sembrerebbe pianificarne gli sviluppi), ed il suo essere prodotto della recente espansione delle ICT. Probabilmente stiamo assistendo all’emergere di una “nuova forma di società”, ma nessuno può dire bene ancora cosa sarà (Prigogine 2000).
Pasquinelli rende il senso di quest’incertezza quando sostiene che “[c]’è chi percepisce la fase attuale come un vivace network mondiale, chi come una nebulosa indistinta, chi come una nuova forma di sfruttamento, chi come un’opportunità. Oggi la densità [della rete] raggiunge la massa critica, forma una classe radicale globale sull’intersezione dei piani dell’attivismo, della comunicazione, dell’arte, delle tecnologie di rete, della ricerca indipendenteª. Bisognerà cominciare a riflettere sulla possibilità di ´abbandonare la mera
rappresentazione del conflitto e le forme rappresentative della politica (Pasquinelli 2004), o su quelli che sono gli effetti paradossali dell’infosfera di cui sembriamo avere preso atto solo dopo l’undici marzo.
Oppure, accettare l’azzardo-come auspicato da Castells (2003)-ed investire in termini di partecipazione sulla sperimentazione dello “stato a rete” europeo, espressione di una tecnocrazia in debito di rappresentanza e che, proprio per questo motivo, delega quote sempre più rilevanti di fattori decisionali in direzione delle istituzioni locali. Le relazioni di potere appaiono asimmetriche: infatti, lo stesso Castells parla di “neomedievalismo istituzionale”, sebbene l’interdipendenza potrebbe giocare a favore del riequilibrio delle stesse relazioni.
Secondo Deleuze (1990), invece, è probabile “che vecchi mezzi improntati alle antiche società di sovranità, riappaiono sulla scena, ma con gli adattamenti necessari. Ciò che conta – continua Deleuze – è che siamo all’inizio di qualcosa”, anche se egli intravede nella crisi delle istituzioni tradizionali, dei vari regimi disciplinari, l’inevitabile “installazione progressiva e diffusa di un nuovo regime di dominazione” che definisce “società del controllo”. “Riformare la scuola, riformare l’industria, l’ospedale, l’esercito, il carcere: ma ciascuno sa che queste istituzioni sono finite, a scadenza più o meno lunga. Si tratta soltanto di gestire la loro agonia e di tenere occupata la gente fino all’installazione di nuove forze che premono alle porte”. Forse catapultati all’istante nel XXII secolo non saremo tanto dissimili dall’alieno dell’esempio.
La questione, allora, sembra essere quella di riuscire a definire di continuo i contorni del reale, anche all’interno di ciò che consideriamo iper-reale, ma prima che la cosiddetta realtà virtuale prenda il controllo in via definitiva. E’ lecito affermare che “siamo gli esseri più condizionati, più programmati che il mondo abbia mai conosciuto. Non solo i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti vengono continuamente conformati e modellati; la nostra completa consapevolezza dell’intero disegno sembra che venga abilmente e inesorabilmente cancellata” (O’Shea 2003). Nulla ci vieta, eppure, di vagliare pragmaticamente le opportunità date dalla scelta degli strumenti, dalla contingenza, dalla necessità, per spingere in direzione di una trasformazione dello status quo. Forse le elezioni spagnole sono indicative proprio di questo. Nulla ci vieta, poi, di sperare che quest’esercizio ci conduca lì dove avevamo auspicato.
Abbiamo ancora le nostre carte da giocare. Abbiamo ancora la possibilità di riflettere sui dilemmi, sui paradossi, sulle contraddizioni e sulle speranze di un’emergente networked society.

Riferimenti bibliografici:
Manuel Castells, Volgere di millennio, Milano, Università Bocconi Editore, 2003.
Gilles Deleuze, La società del controllo, 1990.
Tim O’Shea Propaganda: come credere a tutto, 2003.
Matteo Pasquinelli, Macchine radicali contro il tecnoimpero. Dall’utopia al network, 2004.
Ilya Prigogine The Networked Society , 2000.

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