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Note sulla postmodernità: intervista a Michel Maffesoli

Maffesoli è uno degli intellettuali europei maggiormente disposti ad interpretare i fermenti del tempo nuovo sfuggendo da una griglia di lettura oscura e tendenzialmente apocalittica. Insignito della carica di professore ordinario alla Sorbonne di Parigi alla fresca età di 38 anni, non ha mai smesso di assegnare dignità scientifica ai fenomeni verso i quali abitualmente le discipline scientifiche riversano più scetticismo se non indifferenza: i lati banali e tragici che accompagnano il tempo ciclico della vita quotidiana, i fenomeni simbolici e affettivi che disegnano l’emersione del neo-tribalismo postmoderno, l’essere-insieme banale, presenteista e neocomunitario sostenuto e accelerato dai media di massa e ancor di più dai nuovi media. Secondo Maffesoli, i nuovi riti che si celebrano attorno al consumo, allo sport, agli eventi musicali e soprattutto all’interno della comunicazione di massa, suggeriscono l’elaborazione collettiva di forme di vita che si sganciano dai paradigmi della modernità occidentale e dai suoi miti costitutivi: la ragione astratta, il progresso, l’individuo, l’ideologia e la politica. E’ appena uscito in Italia il suo ultimo libro Note sulla postmodernità (Lupetti, Milano, 2005, Presentazione di Alberto Abruzzese), in cui lo studioso francese afferma che il postmoderno si cristallizza proprio in relazione alla “sinergia tra lo sviluppo tecnologico e il ritorno di forme arcaiche”. Temi affrontati nell’intervista che segue.

V.S.: Nel suo Note sulle postmodernità dedica particolare attenzione alla comunicazione. Mi sembra molto interessante il passaggio in cui lei sostiene che nelle società postmoderne “la comunicazione diviene comunione”. Che cosa intende dire e quali sono le conseguenze culturali di tale slittamento?

M.M.: La comunicazione – e paradossalmente, in misura maggiore, i processi comunicativi sostenuti dai nuovi media – è un forte veicolo di elementi arcaici marginalizzati dalla modernità. Non si riesce ancora a cogliere quanto le “cose” di cui parliamo siano strumenti attraverso i quali riavviamo un processo di radicamento dinamico con le persone, la terra e gli oggetti che ci circondano. Tanto la modernità ha assegnato centralità alla dimensione economica, razionale e politica dell’esistenza, quanto oggi si ritorna alla “cultura” nel senso più ampio del termine. Il secolo che si annuncia pone l’accento proprio sugli aspetti legati alla “cultura immateriale” e all’immaginario. La comunicazione assume quindi nel XXI secolo la funzione che in passato hanno svolto l’economia e la sociologia; diviene il fattore di riconoscimento e di identificazione, nonché l’elemento sacro attorno al quale le comunità si fondono e vibrano insieme; in breve, l’elemento strutturale dell’essere-insieme postmoderno.

V.S.: Fino a che punto la diffusione sociale delle reti, penso in particolare a Internet, conferma la prospettiva interpretativa che lei ha proposto, ben prima della loro invenzione, a partire dal 1988 con Il tempo delle tribù (Guerini & Associati, 2004): il ritorno del tribalismo, del nomadismo e l’emersione della socialità sotterranea?

M.M.: Le reti sono già diventate, in effetti, il palcoscenico in cui si esibiscono e talvolta prendono forma i differenti tribalismi che segnano il nostro tessuto sociale. Esse sostengono e accelerano la grande mutazione di topica che accompagna il passaggio alla postmodernità: dalla verticalità all’orizzontalità; testimoniano apertamente quanto le società contemporanee non facciano più perno sull’individuo razionale padrone di sé e del mondo, ma su micro-aggregazioni sociali in cui il sé si perde nell’altro e si scioglie nelle differenti tribù di cui fa parte. La domanda trova una risposta ancora più precisa nei lavori portati avanti dal Gruppo di Studio sulla Tecnologia e il Quotidiano (F. Casalegno, S. Hugon), che hanno ben dimostrato quanto lo sviluppo tecnologico stia dando vita a una fruttuosa sinergia con il ritorno dell’arcaico, con l’esplosione dell’immaginario e con la proliferazione di forme di aggregazione neotribali.

V.S.: Per ciò che concerne gli effetti socio-antropologici della società in rete e della diffusione dei nuovi media interattivi e online, assistiamo a una divisione piuttosto netta degli osservatori sociali: da una parte abbiamo chi, come per esempio Castells, Lévy o De Kerckhove, sostiene che tale scenario prefiguri una nuova società tendenzialmente più informata, democratica e intelligente; dall’altra, chiaramente con differenti variazioni, quanti – per esempio Bréton, Wolton o Baudrillard – sostengono che la nuova media-sfera porti con sé la fine del sociale, la morte della realtà o la dittatura della tecnica. Qual è la sua posizione?

M.M.: La mia prospettiva teorica mi avvicina più ai primi che ai secondi. Mi sembra che l’interattività e l’orizzontalità delle reti favoriscano forme di socialità in grado di ribaltare la struttura piramidale della modernità, la sua tendenza a oscurare le diversità e a inscrivere i soggetti sociali in progetti a lungo termine decisi in nome dell’ideologia e della ragione astratta. La tecnologia ha dato vita a un paradosso interessante: è stata in principio il mezzo attraverso il quale disincantare il mondo, mentre diviene nella postmodernità uno dei fattori scatenanti di quello che chiamo il “reincanto del mondo”. Allo stesso tempo credo che i ricercatori citati, e in genere larga parte degli studiosi ottimisti del cyberspazio, pongano l’accento un po’ troppo sugli aspetti relativi all’aumento dell’intelligenza delle nostre società. A mio avviso il fenomeno si lega anche, e forse in misura preponderante, alla dimensione emozionale dell’esistenza, al pensiero del ventre piuttosto che a quello del cervello.
Bisogna assegnare il giusto peso agli elementi più trascurati, e a mio avviso più importanti, dello sviluppo delle reti. Dobbiamo quindi oltrepassare le barriere del moralismo e prendere atto di ciò che la società è al di là del bene e del male. Per ciò che riguarda Internet, per esempio, sappiamo che più del 60% del traffico è dedicato al sesso, alla religione, alle “chiacchiere” e alle esperienze comunitarie. Ciò dovrebbe suggerirci, un’altra volta, quanto la rete sia un efficace mezzo di messa in scena degli elementi arcaici – delle strutture antropologiche – dell’immaginario e dell’esistenza. Anche il rete l’ombra di Dioniso è preponderante! Siamo pronti a sostenere che anche – e forse soprattutto – questi aspetti costituiscono i cardini della società in rete?

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1 commento

  1. […] utturale dell’essere-insieme postmoderno.” da intervista a Michel Maffesoli in Politicaonline.it […]

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