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Implementare le Province Digitali

Sabato 3 settembre a San Martino Valle Caudina (AV) in seno alla manifestazione di new arts “Interferenze” si è discusso de “La valenza delle tecnologie dell’informazione nelle realtà rurali”. Un’ora e mezza di dibattito che ha avuto come argomento la possibilità di dar vita – grazie alle nuove tecnologie – ad un diverso sviluppo territoriale delle aree interne del meridione d’Italia. Riporto un veloce scambio di idee sul progetto “Province Digitali” con l’animatore del talk, Saverio Romeo, ricercatore al Birkbeck College, Università di Londra.

Che cosa sono dunque le Province Digitali?
Si tratta essenzialmente di zone periferiche, rurali, che scontano un certo impoverimento culturale che trova le sue cause principalmente in una sfera sociale disconnessa e che non trova validi interlocutori nel politico. Tali aree sono caratterizzate da un consistente tasso di disoccupazione, dalla prevalenza di occupati nel settore primario, dalla presenza di piccole imprese, la maggior parte a conduzione familiare e poco propense al rischio imprenditoriale, o che vorrebbero innovare, ma si ritrovano a fare i conti con l’assenza di infrastrutture (banda larga in primis). In queste realtà i più giovani vanno a studiare o a lavorare fuori e spesso non fanno più ritorno nel loro paese d’origine.

Una situazione che spesso sembra non avere vie d’uscita.
Questa era più o meno la situazione che caratterizzava la regione finlandese della Upper Karelia, un’area rurale con una popolazione di 20.000 abitanti concentrati in tre centri principali più numerosi piccoli centri, prima che si desse vita ad un progetto che aveva come obiettivo la prevenzione dell’esclusione sociale, la realizzazione di una rete ad alta velocità in grado di connettere la comunità, migliorare servizi e condizioni di vita e creare condizioni favorevoli per le PMI. Oggi il progetto “Learning Upper Karelia”, oltre a fornire servizi pubblici specifici per fascia d’età e settori e supporto tecnico continuo alle imprese locali, ha avuto come risultato addirittura la creazione di tre nuove aziende nel settore IT.
I promotori e realizzatori del progetto sono stati il Consorzio delle tre municipalità della regione, il Consiglio Regionale della North Karelia, il Fondo Nazionale Finnico per la Ricerca e Sviluppo, il Locale distretto del lavoro ed altre istituzioni locali.

Da diversi anni a questa parte si parla molto di Società dell’Informazione, spesso esaltata come la soluzione ai problemi di sviluppo delle aree più arretrate, sia in Italia che nel resto del mondo, senza tener conto dei problemi infrastrutturali e culturali che impediscono oggettivamente a certe aree di sviluppare una società digitale. Ora, tu che hai un rapporto più equilibrato con le nuove tecnologie e soprattutto ti occupi proprio delle interazioni tra individui, territorio, progetti e tecnologie, ci puoi descrivere brevemente quali possono essere le opportunità offerte dal digitale? Cioè, cosa si può costruire una volta che si sia riusciti a disporre di reti informatiche e sociali?
Innanzitutto le stesse reti di comunicazioni territoriali che servono a stabilire contatti, interazione, poi servizi informativi regionali, comunali e settoriali, maggiori livelli di competitività per le PMI locali e di conseguenza attrazione di investimenti, servizi applicati al turismo, telelavoro, governo elettronico, monitoraggio del territorio. Intorno a queste attività diventano poi fondamentali le questioni della formazione e del supporto tecnico alle PMI in settori a basso contenuto tecnologico, che possono successivamente rappresentare un buon motivo per la creazione di nuove imprese. E’ chiaro però che il presupposto è sempre la disponibilità di infrastrutture ad alta velocità.

Ma come si riesce a rendere una provincia Digitale?
Se dall’alto delle istituzioni europee, grazie al progetto e-Europe vi sono a disposizione opportunità come l’accesso ai fondi strutturali (non si sa per quanto ancora, visto che c’è il rischio fondato che le attuali regioni Obiettivo 1 con l’entrata nell’UE di nuovi paesi, perdano l’accesso ai finanziamenti), il nodo cruciale è però dare vita ad un processo aggregativo che nasca dal basso, si sviluppi e giunga infine a riunire i vari soggetti presenti sul territorio (amministrazioni, scuole, imprenditori, associazioni) per la definizione di un progetto che abbia lo scopo di creare una rete di relazioni, anche telematiche, che riesca a dare accesso a servizi di vario tipo: e-government, e-health eccetera, si tratta poi di definire un progetto concreto: ad esempio una rete civica che offra servizi e opportunità di vario tipo: assistenza per le imprese, accesso a vari servizi per i cittadini (certificazioni online etc…). Si tratta di iniziative che se correttamente realizzate, riescono a produrre lavoro e a favorire comunque un processo di creazione di valore, o in qualche caso la nascita di nuove imprese come è successo in Finlandia e in altri Paesi. Su una rete civica possono transitare tutti i servizi che si riesce ad immaginare: supporto alle attività agricole, servizi socio-assistenziali, formazione, supporto alle imprese, insomma servizi che affiancano e potenziano le attività produttive pre-esistenti.

Una volta che si sia creata una massa critica dei diversi soggetti presenti sul territorio, associazioni, istituzioni, scuole, imprese e sia stato definito un progetto, qual è il passo successivo?
Si tratta di presentare il progetto per ottenere un finanziamento dai vari fondi locali, regionali, nazionali, o comunitari. Nel caso si provi ad accedere ai fondi strutturali europei, è bene tener conto che il progetto deve essere coerente con l’identità del territorio, nel senso che non deve andare a stravolgere quella che è l’identità di luoghi e persone che vivono nell’area interessata dal progetto. Inoltre anche le tecnologie che si vogliono adottare, devono essere neutrali e aperte, vale a dire che non si deve preferire a priori un certo tipo di tecnologia e che è preferibile adottare strumenti aperti, cioè liberamente accessibili da tutti.

Per concludere, è davvero possibile realizzare un modello di Società dell’Informazione direttamente dal basso, per aggregazione? Cioè, quali sono i presupposti perché le persone riescano ad associarsi, a stabilire un progetto comune e a raggiungere quell’obiettivo?
Prima di tutto è una questione di educazione digitale, di utilizzo quotidiano dei servizi Internet e delle più svariate applicazioni informatiche. In questo senso le scuole, le università, gli enti locali dovrebbero fare formazione continua, formare una coscienza digitale, insegnare a non aver paura della tecnologia, ma a saperla usare, a conoscerne il funzionamento. E’ vero che la Società dell’Informazione non rappresenta la panacea per tutte le carenze strutturali che affliggono le zone del meridione d’Italia, ma le Province Digitali possono rappresentare un primo passo, in primo luogo verso il superamento del divario digitale e – cosa più importante – verso la definizione di una diversa identità delle zone rurali, più ricca e non soltanto in senso economico. Si tratta di capire che il contrasto rurale-telematico non è poi così stridente come può sembrare a prima vista e di trovare i modi per inventare una simbiosi tra persone, territorio e tecnologia.

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