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Il surreality show in cui ha vibrato il villaggio globale

Riceviamo e volentieri pubblichiamo, in due parti, questo intervento scritto a quattro mani da Derrick de Kerckhove, docente presso la Facoltà di Sociologia dell’Università Federico II di Napoli, e Vincenzo Susca, Mcluhan Fellow all’Università di Toronto e ricercatore presso l’ISIMM.

Toronto, 21 settembre 2005, ore 20:30.
Dopo una lunga giornata di lavoro spesa nella Coach House del McLuhan Program in Culture and Technology dell’Università di Toronto – laddove il genio canadese profetizzava l’implosione in un abbraccio globale dell’umanità elettronicamente mediata – ci spostiamo a pochi metri in un pub di Bay Street per concludere in modo più disteso, con una birra e ali di pollo, la finestra del 21 settembre 2005. Una volta accomodati e nel tentativo – semplice e al tempo stesso un po’ forzato – di portare la conversazione verso spiagge più terrene, o quantomeno più leggere rispetto a quelle frequentate nelle ore di lavoro, improvvisamente cogliamo nell’atmosfera la presenza di un atteggiamento diverso dal solito da parte dei clienti del locale. La musica è assente e gli sguardi degli astanti sono proiettati verso gli schermi televisivi, come se in quel momento ciò che accadeva nel locale non fosse importante, come se il centro di gravità del mondo si fosse spostato sullo schermo, laddove scorrevano in diretta le immagini surreali dell’infortunato volo 292 Jet Blu con destinazione New York.
La caratteristica propria del linguaggio televisivo fa sì che non sia semplice realizzare immediatamente l’effettiva “realtà” dell’evento trasmesso. Il flusso di immagini, infatti, forma e contenuto proprio della narrativa del piccolo schermo, è solito confondere lo spettacolo con l’attualità, la fiction con il racconto dei fatti, il sacro con il profano. La fantasmagoria televisiva ha la capacità precipua di “mischiare le carte” e di far confluire nello stesso istante eterno, in una dimensione surreale, l’immaginario e il reale. E’ stato il filosofo francese Jean Baudrillard, in effetti, a spiegare in maniera affascinante, seppure enigmatica e con sfumature tenebrose, la perdita di peso che sta subendo la dimensione propria del reale nell’epoca della video-sfera, la scomparsa del referente originario ad essa legata e l’avvento di una condizione esistenziale, quella postmoderna, segnata dall’invasione del simulacro.

Ci vuole un po’ di tempo, quindi, nonché la necessità di mettere in moto le proprie doti di discernimento, per capire che le immagini trasmesse dalla CNN con il solito tono eccitato sono in effetti testimonianze live – vive – di una possibile tragedia in corso d’opera. L’Air Bus 320 decollato da Los Angeles con 139 passeggeri a bordo e sei membri dell’equipaggio non è una creatura di Hollywood né un fantasma dell’industria culturale, ma sta “in effetti” attraversando i nostri cieli, al di là e al di qua di quel piccolo schermo in cui tutto il mondo si ritrova unito in una vibrazione collettiva. Supportato dal sospiro, dal fremito e dal tifo della platea globale quel carrello è in effetti fuori uso e il pilota – l’eroe – deve consumare il grosso del carburante a disposizione in modo tale da evitare un eventuale incendio nell’atterraggio più spinoso e compartecipato della storia dell’umanità. E’ tutto il mondo, sono tutte le identità proiettate in quell’abitacolo attraverso la finestra televisiva, a scongiurare il peggio, a incrociare le dita e a sentirsi, su qualsiasi sgabello, sedia o divano, parte in causa della posta in gioco. “E’ come se fossi lì”, esclama un vicino del nostro tavolo.

Ciò che accade ogni volta che una grande tragedia o festa collettiva si consuma sugli schermi dei media di massa è precisamente la cristallizzazione di un istante eterno in cui le dinamiche della vita quotidiana si sradicano dal loro habitat proprio e si e-stendono nel mondo, esperiscono una vibrazione collettiva, si confondono e condividono sensazioni lontane eppure così vicine. Si tratta precisamente dell’esperienza del villaggio globale, allorché, utilizzando le parole di Marshall McLuhan, tramite la mediazione delle tecnologie elettroniche “indossiamo l’intera umanità come una pelle”. Gli occhi delle persone sedute di fronte a noi lasciano trasparire scintille di terrore e preoccupazione; in quel momento non sono più lì con noi, ma proiettati nello schermo-aereo (qual è lo schermo e qual è l’aereo?) a soffrire con loro, come loro.

Le differenze culturali, le inconciliabili visioni del mondo, tutto ciò che separa i diversi “io” e “noi” della terra sono sintetizzati e proiettati nell’hic et nunc di quello schermo-abitacolo; non siamo più in grado di capire fino a che punto stiamo abitando la dimensione fantasmatica dello schermo o quella drammatica dell’abitacolo, ciò di cui siamo sicuri è che il pub è in quel momento un non-luogo, gli altri che ci circondano sono dei fantasmi perché noi non siamo lì e loro neppure. La mediazione tecnologica trasferisce il sentire collettivo al di là del tempo e del luogo in una dimensione in cui l’umanità esperisce se stessa, nella paura della morte, come un’entità compatta, un “corpo unico in pericolo”.

Ecco la straordinaria leva socio-culturale sulla quale si poggiano e plasmano le figure del sentire collettivo postmoderno; la dimensione della catastrofe, l’aspetto tragico dell’esistenza, insieme all’epifania delle grandi feste e cerimonie, sono i dati simbolici su cui si rifonda la socialità al di là della ragione astratta, degli imperativi categorici, delle barriere ideologiche e degli stati-nazionali che hanno forgiato la modernità occidentale.
Proprio nel momento in cui la comunicazione dell’esperienza si avvale delle più robuste tecniche di ipermediazione tecnologica si realizza il massimo della trasparenza tra me e l’altro, in cui siamo fusi e confusi in un contatto che è più tattile che visuale, più spirituale che razionale. Effetto perverso della società dello spettacolo: le tecnologie elaborate e messe in forma dalle fucine scientifiche del positivismo occidentale vengono détournate esattamente per resuscitare una dimensione magica e sensibile dell’essere-insieme! Possiamo quindi comprendere appieno, tramite questi dettagli della vita quotidiana, cosa suggerisce Michel Maffesoli quando mette in luce l’emergenza di una “saggezza dionisiaca” che scorrerebbe nelle vene della cultura postmoderna.

Fine prima parte.

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