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“Non pensiamo all’elefante”

La soluzione potrebbe essere girarsi dall’altra parte. Come per cambiare rotta, dare una sterzata di normalità e far assomigliare alla politica, quella vera, questa enorme ed informe mole di accuse, veleni e dati tanto incontrovertibili che si smentiscono tra di loro. E di parole soprattutto. Alla sciagurata truppa di politici italiani e agli italiani già sfiancati da una campagna elettorale mai così violenta sembra venire in soccorso un professore di Berkeley con una considerazione tanto banale quanto acuminata. Il libro di George Lakoff si chiama “Non pensare all’elefante” (Ed. Fusi Orari), con evidente riferimento al simbolo dei Repubblicani. Racchiude un po’ di regole “per battere la destra” che sembrano scritte su misura per noi. E meritano quindi delle riflessioni alla luce dello scenario politico italiano.
Il professore statunitense sostiene che la verità da sola non basta, che va comprovata smentendo chi maschera i dati a proprio uso e consumo non solo con le parole, ma con i dati veri, come per esempio il patrimonio raddoppiato del premier in questi anni a fronte della riduzione del reddito medio nello stesso periodo. O di pensare secondo ideali morali e non solo con programmi fini a sé stessi, di conoscere l’avversario capendo i motivi delle loro scelte politiche, di mettere in modo processi virtuosi in cui ogni proposta abbia una conseguenza diretta nella vita dei cittadini, avvicinandosi agli elettori anche nel linguaggio, pur senza banalizzarlo. Sta a cuore a Lakoff il modello del “genitore premuroso”, che faccia breccia negli indecisi, dando l’impressione di poter risolvere i problemi del singolo e non soltanto tutelare gli interessi di pochi. Cercare poi di unire le tante anime del progressismo, anche se distanti, dando comunque sempre l’impressione di essere attivi e non soltanto reattivi, di non limitarsi a rispondere e replicare, ma colpendo l’avversario laddove è impreparato.
Lakoff sintetizza gran parte delle sue idee nella metafora dell’elefante, basandosi sulla elementare concezione che le parole, e le associazioni di parole, condizionano chi le ascolta, il più delle volte in modo irrazionale e subdolo, tanto da non riuscire a fare a meno di pensarci. Dire di non pensare a qualcosa è il miglior modo per far sì che tutti ci pensino. Riprendono il concetto Sebastiano Messina su Repubblica, e Beppe Grillo nel suo blog, secondo il quale “in questo momento l’Italia è ipnotizzata dall’elefante, parla solo dell’elefante e fa alla fine quello che desidera l’elefante: non parlare dei problemi reali, di dati, soluzioni, prospettive”. Un vero e proprio recinto di parole usate di continuo, che ritornano nei discorsi sempre uguali a sé stessi, e che rovesciano i significati, affermando una cosa attraverso il loro contrario. Le associazioni di parole di questa campagna elettorale portano tutte alla stessa figura politica. Parole come giustizia, Iraq, sondaggi, terrorismo, televisioni, grandi opere, Islam, conflitti di interesse, par condicio sono i temi forti con cui il governo si presenta all’elettorato, capovolgendo il senso della realtà, e tante volte costruendo ad hoc casi giornalistici che oscurano le vere priorità del paese.
Allo stesso modo tutte le issues più o meno politiche di questi ultimi giorni vengono decise da quello che chiameremo elefante, che pur non avendo la dimensione di un pachiderma, si muove con la stessa delicatezza nella fragile cristalleria italiana. Stare al gioco dell’avversario può essere quindi una tattica molto controproducente, benché sia legittimo indignarsi per certi attacchi e controbattere sullo stesso terreno. La logica suggerirebbe di cambiare “frame”, di portare il discorso politico su altri campi. Di parlare, come consiglia Grillo, di lotta alla mafia, energie alternative, di debito pubblico e ricerca scientifica, piuttosto che fare a gara a chi offre di più ai poveri neonati o a quali beni superflui garantire agli anziani che però dovranno ancora aspettare per una sanità che funzioni e per una pensione dignitosa. In soccorso alla grande famiglia della sinistra arriveranno presto anche le voci del cinema, sperando che l’attesissimo film di Moretti, e il documentario di Deaglio di cui si dice un gran bene, contribuiscano a restituire agli italiani lo scenario di un’Italia reale e non di quella a metà tra soap e fumetto costruita dal premier negli ultimi tempi. Anche perché per quante regole d’oro si possano suggerire, alla fine i cittadini conoscono i loro polli e, a maggior ragione di questi tempi, sapranno bene di chi fidarsi e di chi no.

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1 commento

  1. ros ha detto:

    L’elefante che è sul sito di Grillo è molto espressivo. Anzi direi che comunica più di quanto si possa pensare..

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