L’emergere della “nuova” classe creativa
Il testo di Richard Florida The rise of the creative class (Basic Books, 2002) pone l’accento sull’avvento di una nuova classe sociale, quella creativa, capace di trasformare i modi in cui comunichiamo, lavoriamo e creiamo community nel ventunesimo secolo. Questa nuova classe, costituita allo stesso tempo da scienziati ed umanisti, letterati e tecnologi, artisti e romanzieri si configurerebbe come un nuovo gruppo sociale capace di armonizzare la filosofia del bohemièn e quella del borghese, secondo la terminologia del “Bobo” coniata da David Brooks in Bobos in Paradise. La funzione economica di tale classe sarebbe allora quella di generare nuove idee, nuove tecnologie e/o contenuti creativi, rivoluzionando i vecchi modi gerarchici e formali di gestire l’economia ed il lavoro. Se questa nuova cultura rappresenta un miscuglio di valori “bourgeois and bohemian”, i principi di riferimento vanno ricondotti a caratteristiche quali creatività, individualismo, differenza e merito, dato che “per i membri della Creative Class, ogni aspetto e ogni manifestazione della creatività—tecnologica, culturale ed economica—è interconnessa e inseparabile dalle altre”.
Altro elemento peculiare di questa trasformazione delle nostre società, è che sarebbe sostanzialmente configurata in alcuni città/centri creativi, tra cui Washington, D.C., Boston, i sobborghi di New York City sino ad includere, ovviamente, i centri high-tech come l’area di San Francisco, Seattle (Washington State) e Austin (Texas). La Creative Class, infatti, “è fortemente orientata a grandi città e ambiti regionali che offrono un’ampia varietà di opportunità economiche, un ambiente stimolante e amenità per ogni possibile stile di vita”. E tra gli indici per misurare l’attrazione creativa di una città, Florida introduce il Gay Index ed il Bohemian Index, data la preferenza di questi gruppi per luoghi aperti, open-minded e culturalmente stimolanti.
Ma cosa si intende esattamente per creatività? Secondo Florida si tratta non tanto di un’abilità di sintetizzare, quanto di un lavoro sovversivo, poiché è il processo di distruzione della “gestalt” attuale in favore di una migliore. Per aggiungere, più avanti, “la creatività tecnologica, come ogni tipo di creatività, è un atto di ribellione”.
Al di là di queste definizioni, la creatività si ricondurrebbe dunque ad un processo costituito da varie fasi, tra cui una di preparazione, una di incubazione sino ad arrivare all’”eureka!” dell’illuminazione ed infine alla verifica. Sarebbe pertanto un processo multidimensionale e sperimentale, favorito da quelle menti che si sono arricchite con esperienze e stimoli diversi, vicine al multiculturalismo e alla trasversalità linguistica, culturale e sociale delle società contemporanee. Inoltre, “la creatività viene da individui che operano in gruppi ridotti, che Brown e Duguid definiscono comunità di pratiche”.
Numerosi anche i riferimenti ad altri autori che hanno cercato di inquadrare questa nuova cultura, tra cui Daniel Bell, Erik Olin Wright, Robert Reich. Così come numerose sono anche le definizioni della Creative Class. Si va dai “symbolic analysts” di Robert Reich agli “X people” di Fussel, che inevitabilmente ci riportano, per associazione, alla “X Generation” dello scrittore Douglas Coupland. In tutti i casi, la medesima definizione di una classe in grado di manipolare idee e simboli, e caratterizzata da individui “independent-minded” capaci di creare “meaningful new forms”, scambiando volentieri la sicurezza dei vecchi modi di lavorare e produrre per la “self-expression”.
Non mancano anche diverse statistiche relative alla portata di questa trasformazione culturale, propria di una società post-moderna e post-materialista. Si va dai 50 milioni di Americani del 2000 registrati nel testo del sociologo Paul H. Ray, agli accuratissimi indici riportati dallo stesso Florida in appendice al suo testo, ove l’autore calcola i gradi di creatività delle città statunitensi regione per regione. A questi calcoli si accompagna anche una riflessione sulla riduzione degli investimenti nella ricerca in USA, che vanno ovviamente a detrimento dello sviluppo culturale e tecnologico del paese.
Se una rivoluzione creativa è già in atto, ci dice Florida nell’ultimo capitolo, importante sarà allora anche l’autoriconoscimento da parte dei membri che ne fanno parte, attraverso “strong communities” che sono la chiave per la coesione sociale. Se è infatti vero che “queste persone si lamentano del fatto che le forme tradizionali di politica organizzata o qualsiasi cosa organizzata non fanno al loro caso”, vanno dunque trovate ed inventate nuove forme di associazionismo e di azione collettiva. Perché “il compito di costruire una società veramente creativa non è un gioco solitario”.
Peccato solo che Richard Florida abbia trascurato, e praticamente omesso dalla sua riflessione, le strutture creative veicolate da Internet, cioè le community digitali, la blogosfera e le smart mob – che, si spera, saranno oggetto della sua prossima indagine.


Lucilla Fuiano 
Vi segnalo un bell’articolo di Fiorenzo Parziale apparso su “Innovazioni” nel bimestre Gennaio-Febbario dal titolo “Knowledge Workers e società post-industriale”. Ricalca il discorso di Florida ma mantenendo ben fermo il dilemma della produttività.
Trovo Florida e il suo libro un segnale. Un segnale fatto di aumento di competitività non più esclusiva ma inclusiva, non più alla portata di pochi. Sembra che si stia destrutturando ciò che qualcuno in altri luoghi aveva definito “proprietà dei mezzi di produzione” e che il mercato cerchi sempre di più un capitalismo di idee rinnovabili continuamente e non giacenze di merci da vendere, che ricordano e rimandano ad un industrialismo di moderna memoria.
Il punto però inevitabilmente tocca la questione delle politiche perchè – come osserva Florida (e Lucilla)“ – il compito di costruire una società veramente creativa non è un gioco solitario” e molti sono gli attori che partecipano e contribuiscono al “composizione creativa”. In primis…mutatis, mutandis…le istituzioni.
Ricordo che durante un incontro svoltosi a Roma anche Ito esaltò la definzione di classe creativa – richiamando spesso Florida – e ricordando l’esperienza dei Creative Commons come frontiera politica e giuridica orientata alla tutela e alla promozione della – ormai non più “cosidetta” – classe creativa.
Trovo quello di Florida veramante un ottimo libro…