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Game Over

Ora possiamo dirlo senza più paura di essere smentiti dalle fantasmatiche opinioni pubbliche partorite dalla falsa coscienza degli spin doctor: la parentesi luccicante e kitsch del berlusconismo è definitivamente chiusa, finita. Game over. Tuttavia è bene puntualizzarlo da subito, come monito per il futuro: il protagonista del finale amaro è l’attore piegato in comparsa della storia e non la saggezza e l’illuminazione dell’antagonista.
I colpi ad effetto, le promesse roboanti, l’edulcorazione del reale e la proiezione onirica nei “lendemains qui chantent” sono stati soffocati dall’imprudenza megalomane di un leader che ha iniziato a vedere se stesso come un politico piuttosto che come Silvio Berlusconi. Rovina di un mondo-di-sogno, direbbe Walter Benjamin, anche se sembrava più un incubo. Il personaggio che più di tutti ha fatto leva sullo slittamento dalla politica spettacolo alla politicizzazione dello spettacolo – sino ad essere l’agente propulsivo di tale deriva –, colui che ha basato la propria “discesa in campo”, il sacrificio del “calice amaro”, sul rinnegamento del politico e del suo linguaggio asettico, è alla fine precipatato nella rete che prometteva di scompigliare, sino a farsene ipnotizzare e a divenirne preda, replica sbiadita.

Numeri a nove cifre, percentuali da agente di borsa nell’attesa ansiosa degli ultimi risultati, rigidità da ragioniere ingrigito dalla panoplia spietata della partita doppia, scarabocchi da scrivano che non conosce il senso di quelle pagine – il loro fine ultimo –, sguardo teso e nervoso di chi arreso sa che deve cedere il passo, rabbia e frustrazione verso un nemico ancora indomito, dipinto con ferocia, eppure così pacato: dove è finito l’immaginario con il quale il Cavaliere aveva stabilito una relazione erotica? Si è sganciato dal suo padrone perché non ha padroni, ha sbiadito il simulacro che si era eretto a sua rappresentante perché sin dall’inizio tale legame era una provocazione, un falso senza autore, un ready made da gettare lì come protesta, rinuncia, dislocazione da un mondo – il politico – da tenere lontano e riempire di im-mondo, immondizia televisiva.
Berlusconi si è per un attimo convinto di poter fare a meno di se stesso per continuare a governare, di poter davvero divenire ciò che non può ontologicamente essere. Ecco il suo errore fatale, quando il narcisismo è così invadente da far dimenticare la propria identità sino ad abbracciare l’altro che non siamo e affogare nell’illusione di una bellezza intangibile. Sarà stato il discorso a Washington, lo sguardo così reverenziale dei Bonaiuti, degli Schifani, dei Bondi e la lista infinita dei cortigiani avvinti alla sua aura a convincerlo di non essere più l’editore di Gargamella e dello spaghetti-western, ma ciò che abbiamo visto nella notte fatale – mentre non ci credevamo, quando attendevamo il colpo diabolico e il coup de théâtre – è la manifestazione più poderosa della vendetta del “politico”. Ecco quindi che, proprio chi aveva promesso di abbattere le istituzioni e spalancare il gioco politico a miracoli e distruzioni creative, diviene l’espressione più acuta delle sue debolezze e replica consunta del suo linguaggio. Berlusconi si spegne e diviene obsoleto quando ormai sa che ciò che è stato non può essere più, che la politica è altra cosa da se stesso e che lui non può essere quella cosa tanto bramata.

I tre minuti finali della grigia serata di Rai Uno valgono come il sigillo e la nota a piè di pagina di un governo che ci lascia per sempre, che si sgancia ormai definitivamente dal nostro immaginario fino a farci sentire liberi di un peso: testa bassa, espressione corrucciata, ancora fuochi sul nemico – come se in realtà avesse governato sino ad ora –, evocazione ormai sterile ma ancora manichea della coppia io/loro : bene/male, incapacità di accendere la speranza, di far levare e vibrare un altro sogno, di illuminare l’oggi della luce che viene dal domani. Nulla: il magazzino degli attrezzi onirici si è esaurito, raschiato com’è stato sino al fondo, non resta che l’ultima accusa, dichiarazione di sconfitta e di abbandono.
“La sinistra senza ritegno, i comunisti travestiti, le assetate toghe rosse, le malvagie cooperative rosse, i vietcong, i cinesi” e quant’altro… ma chi ci crede più? Neanche più lui, e si vede.
Una pagina si chiude mentre l’altra stenta ad aprirsi, da troppo tempo com’è incardinata e rivolta alla dialettica sempre più simmetrica con un Altro così disastroso e invadente da scrivere la sua controparte di se stesso, a sua immagine e somiglianza. Un Altro del quale bisogna liberarsi prima che sia troppo tardi, prima che il brulicare sottobosco dell’immaginario (e) della vita quotidiana si traduca in inedite forme transpolitiche. Ma si può fermare questa deriva o bisogna piuttosto farvi perno e farsene custodi? La domanda a una sinistra che ancora non coglie il passaggio dalla democrazia alle comunicrazie nascenti.

Vincenzo Susca
CEAQ, Université Paris-5 La Sorbonne
Autore di A l’ombre de Berlusconi. Les médias, l’imaginaire et les catastrophes de la modernité, L’Harmattan, Parigi, 2006

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