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Un dibattito senza

Finalmente l’ansia dell’attesa si è sciolta. Il primo dibattito “americano” tra i leader delle due coalizioni ha ottenuto una entusiasmante partecipazione di pubblico, superiore – e di molti punti di share – al recente Festival di Sanremo. E’ un buon segnale, questo? E per chi?
La riedizione del duello del 1996 è invece avvenuta, permettendoci di passare finalmente una serata fuori della norma. E ancora non ci par vero: abbiamo finalmente sentito due persone che potevano parlare liberamente, senza interruzioni o commenti ad alta voce provenienti dagli altri ospiti dello studio televisivo, o collegati da altre sedi.
Senza risse, senza risate, senza applausi più o meno fragorosi, senza sorrisi di compatimento da parte degli avversari, senza interruzioni fastidiose provenienti da giornalisti insidiosi, senza inquadrature moleste per l’uno o l’altro dei contendenti, senza interruzioni pubblicitarie che interrompono le emozioni o i discorsi, senza servizi giornalistici tendenziosi, senza esperti schierati più o meno apertamente, senza pubblico se non quello televisivo, senza la “gente”.
Ma con un grande effetto, quasi sacrale. La politica fa un piccolo incerto passo in avanti. Ridiventa qualcosa che non assomiglia più allo spettacolo televisivo che tanto piace agli italiani, una sottospecie di reality show dove trionfa chi alza la voce, chi ha la battuta giusta per mettere in imbarazzo l’altro concorrente al momento giusto.
Certo, come molti hanno argomentato, il programma è stato forse un po’ noioso, non particolarmente frizzante, non sono apparse nemmeno due o tre veline a movimentare il dibattito, o ad esprimere la propria idea sul futuro del paese. Ma davvero questa è noia? Non è forse più noioso il talk-show dove il litigio porta al turpiloquio, stile confronto tra Mussolini e Luxuria? Dove lo spettatore, dopo qualche minuto di insopportabile battibecco, cambia canale nauseato dall’impossibilità di ascoltare un discorso plausibile?
Ieri mattina, durante la lezione, ho chiesto ai miei studenti – campioncino ovviamente non rappresentativo ma indicativo – cosa ne pensassero del dibattito di martedì sera. Mi attendevo il consueto rifiuto della politica, la partita dell’Inter, il cinema, la discoteca o una pizza in compagnia. Invece: 99 su 100 erano stati incollati al televisore a seguire quasi tutto il programma. Giudizio generale: finalmente!
Finalmente qualcosa di serio e comprensibile. Finalmente un programma che ha permesso di farsi un’idea sui contendenti, sui loro propositi futuri e sulla loro visione dell’Italia. Insomma, la politica che torna a far politica, non spettacolo. E in questi momenti di disaffezione, sembra parecchio utile riuscire a far pensare all’amministrazione delle nostre cose, alla politica, come ad un’arte nella gestione del paese.
E non dobbiamo ora commettere l’errore di rincorrere i consueti freschissimi sondaggi (un minuto dopo la fine della trasmissione) per sapere chi ha vinto o chi ha perso. Nessuno ha realmente perso, mentre entrambi i contendenti hanno cercato di onorare, almeno in parte, il ruolo che gli italiani cercano di attribuire loro: i possibili capi di una coalizione di governo, non delle macchiette confuse tra i tanti personaggi televisivi.
Questo è quello che gli elettori si aspettano. Ed in particolare se lo aspettano i cittadini ancora indecisi che, se non oggi, devono attendere i prossimi appuntamenti per arrivare alla loro scelta di voto finale. Il volano che i dibattiti come quello di martedì può avere nelle ultime settimane prima delle elezioni è positivo; cercare di riavvicinare l’elettorato alla politica, fornendogli strumenti per ragionare, per accogliere o rifiutare una certa proposta, è l’elemento certamente più importante da considerare, per il futuro del nostro paese.
Non più sceneggiate, dunque, ma idee da sottoporre al giudizio degli elettori. Ma già squilla il telefono. E’ un giornalista (o un politico) che mi domanda: quanti voti ha spostato il dibattito?

Paolo Natale
Università di Scienze Politiche di Milano

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9 commenti

  1. Rosanna De Rosa scrive:

    Paolo, grazie mille per aver riportato, con questo tuo intervento, l’attenzione sulla sostanza del dibattito: la natura della politica.

  2. Ciobo77 scrive:

    … “senza la gente”, senza la possibilità che i giornalisti potessero chiedere risposte precise alle loro domande, senza nessuna rappresentanza del paese, e per la verità neanche della stampa nazionale e internazionale, senza la società civile e le parti sociali, senza opportunità di mostrare non slogan ma impalcature teoriche, visioni del mondo, progetti fondati, senza poter leggere nei volti dei contendenti la reazione alle parole dell’avversario.
    Monologhi minutati senza sale né carne, ma – questo sì – una solida, rigida, razional-strumentale gabbia.
    Il trionfo della tecno-struttura, dell’astrazione della legge.
    Il piattume americano che sterilizza la dialettica democratica e l’arte dell’argomentare.
    E’ questo, dunque, lo splendido vivere di una democrazia che muore, avvinta da regole che ne trascendono il senso. Paradosso: come l’esportazione della democrazia con le bombe.
    Chissà cosa ne avrebbero detto ad Atene…

    Caro professore, con tutto il rispetto e la stima, se questa è la “democrazia”, il senso ultimo della “politica”, la lascio a lei, e ai suoi studenti e, con F. W. Nietzsche, mi permetto di dire: “Sì, sì alla vita!”.

  3. Rosanna De Rosa scrive:

    Ciobo77…senza inquinamento si respira meglio.

    Poi – con calma – puoi decidere di farti un bagno di sangue pluralista nello pseudo-giornalismo che si è sprecato in questi giorni fra pre e post dibattito, nelle interpretazioni sanguigne di chi non è felice se non vede il morto sull’asfalto, nello scontro ideologico con parti sociali che tali non sono mai. Nel ricorso all’insulto continuo, all’attacco verbale e fisico, alle magliette intime esibite come coglioni. Puoi decidere anche di accettare il framing della “noia mortale” che la tv ed un certo tipo di giornalismo hanno voluto a tutti i costi far passare, avendolo preparato con cura da prima per stigmatizzare Prodi.

    Ma è solo dicendo basta a tutto questo ciarpame che la parte “buona” di quella società cui tu fai riferimento ha modo e luogo di ritornare alla politica “senza” spettacolo, alla passione vera “senza” atti di fede, all’impegno “senza” il richiamo populista, di riprendersi la vita “senza” necessariamente paventare la morte, con buona pace di Nietzsche.

    Anche i miei, di studenti, si sono divertiti un mondo avendo avuto la possibilità di decodificare la politica più di quanto siano riusciti a fare in quest’ultimo anno di campagna elettorale, nella (quasi) certezza di ricavarne un’impressione diretta e non indotta.

  4. masaniello scrive:

    Non so..sono quasi nostalgico verso quelle belle risse mediatiche.
    Mi sono anche detto…la politica spettacolo l’hai sempre ripudiata ed invece….mi è mancata.
    E poi quel cronometro….guardavo più il cronometro pe r vedere se entravano nei tempi e perdevo passaggi (forse nemmeno troppo importanti…
    Ripeto…voglio la rissa mediatica…

  5. Valentina scrive:

    in occasione delle Presidenziali Americane del 2004 mi è capitato, proprio in questa cornice, di commentare i dibattiti presidenziali Bush/Kerry…
    allora li ho guardati per la prima volta e immediatamente ho pensato che costituivano un buon modello da seguire…
    forzando probabilmente il reale effetto che questi confronti producono, mi sono sembrati una incursione della deliberazione nel mondo della comunicazione unidirezionale per eccellenza..
    mi spiego..
    finalmente non si pretende di discutere all’interno del video, ottenendo il principale risultato di produrre un rumore assordante e un esubero di informazioni tra le quali non si distingue più la valenza nè la priorità, ma si cerca di proporre un chiarimento sui punti di vista dei candidati su un certo numero di temi…
    senza un controllo degli elementi di disturbo (interventi, pubblicità ecc.) e senza una precisa regolamentazione dei tempi di risposta non sarebbe possibile nè coprire l’intero arco di temi, nè indurre i candidati ad essere sintetici..
    cosa che a mio avviso è auspicabile nella misura in cui impone loro di tralasciare la retorica e concentrarsi sui propri contenuti.. fossero anche propagandistici.

    anche se sono convinta del fatto che si potrà fare meglio e rendere più vivace il prodotto finale..
    le cose sembrano riprendere possesso degli spazi che gli sono propri: l’informazione ai mezzi di comunicazione; le deliberazione alla comunità.
    Il pubblico non assiste ad una discussione ma ascolta…
    il litigio non è preconfezionato e subito, ma si torna a dare lo spazio perchè il confronto si sviluppi al di fuori dello schermo..

    tutto questo non può incontrare il favore dei tanti che hanno ancora voglia di confrontarsi e al limite di partecipare alla rissa, piuttosto che guardarla in tv..

  6. valentina castellano scrive:

    Sempre più spesso in questi ultimi anni abbiamo parlato di uno spostamento politico dalle issues ai volti. Sempre più spesso si è ragionato sulla personalizzazione della politica, sulla sua spetacolarizzazione. Adesso con questo primo confronto tra i due leaders delle due coalizioni ho come l’impressione che proprio questa “mediaticità” della politica sia stata funzionale alla politica stessa… Sedici milioni di persone che seguono in diretta questo dibattito è un fattore funzionale alla politica: vuol dire partecipazione (vuoi spinta dalla curiosità, vuoi dalla sete di info, ma sempre una sorta di partecipazione è!). Finalmente i futuri (ed eventuali) nostri rappresentanti al governo hanno parlato in maniera chiara e sintetica, quindi diretta, delle loro intenzioni, dei cosidetti punti programmatici e al contrario di quelli che sostengono che è stato un dibattito noioso io sono riuscita a capire molte più cose martedì che nei tremila incontri-scontri di tutte le trasmissioni di informazione messe insieme. tra l’altro abbiamo capito che non tutti sono portati a seguire delle regole, e che non tutti hanno ben chiaro cosa voglia dire “pari opportunità”, sia per quanto riguarda la possibilità di usare i mezzi di comunicazione sia per quanto riguarda il senso più classico del termine pari opportunità!
    non credo che questo e/o i prossimi incontri possano servire a spostare voti o a far decidere gli indecisi, ma questo tipo di dibattiti, con questo tipo di regole, da rispettare necessariamente, potrebbe portare la politica su un binario migliore, il binario del rispetto verso il cittadino che è qui allo stesso tempo elettore ed utente. un cittadino che si aspetta in due minuti e mezzo risposte chiare, che gli facciano capire in quale direzione il suo voto potrebbe portare il paese. qualcuno si ricorda quella affermazione di Beppe Grillo che sosteneva che i politici sono nostri dipendenti (a tempo determinato ovviamente), e quindi devono darci conto altrimenti un calcio nel…? bè credo che potremmo iniziare ad avvicinarci a questa concezione. E se il dibattito all’americana è una prima strada, che ben venga.
    abbasso le risse.

  7. masaniello scrive:

    Il dibattito all’americana come metodo per migliorare la politica?
    A bolzano direbbero “stamm nguaiat”.
    Allora ricapitolando…non sposta voti, non illustra bene i programmi, non chiarisce gli intenti.
    Era un dialogo fra sordi….

  8. Ciobo77 scrive:

    Grande Masaniello!

    ci vuole un po’ di spirito bolzanese per restituire sangue e carne alla politica!

    da questo punto di vista preferisco il macellaio al ragioniere

    E per favore non continuiamo a prendere la democrazia americana come modello, e chi lo fa faccia una passeggiata lì per vedere quanta libertà e che tipo di pubblica opinione vi matura

  9. angelo mellone scrive:

    Mi inserisco anch’io nel dibattito innescato dall’intervento di Natale. Il punto secondo me è questo: può invocarsi un dibattito “all’americana” quando il nostro sistema della comunicazione politica è completamente differente da quello statunitense? Non dico migliore o peggiore, dico diverso. E allora, innestare un elemento come il dibattito cronometrato-sterilizzato-impersonale in un contesto già fortemente appesantito dalla par condicio, dove sono vietati gli spot tanto per fare un esempio (e tanto per proseguire con il parallelo Usa: è vero che i dibattiti si svolgono in chiave molto fair, ma è altrettanto vero che quando si spengono le luci si accende immediatamente un micidiale circuito di “spin”, di pubblicità negativa, di spot di ogni natura ecc. che spingono per attribuire la vittoria all’uno o all’altro dei candidati…). Io ho seguito il soporifero confronto Prodi-Berlusconi con i ragazzi del master in comunicazione politica di Running, e alla fine, tra uno sbadiglio e uno sghignazzo, nessuno s’è divertito, ma nessuno è nemmeno rimasto colpito da una sola delle affermazioni dei candidati, tranne la baricchiana conclusione del Prof. A qualcuno piace questa politica in vitro? Certo, la piazza, la ggente, la claque e accessori vari non sono il massimo, ma la politica in provetta, negli studi che paiono laboratori spaziali, stanca ancora prima. Non facciamo l’errore di considerare lo share un indice di “gradimento”…

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