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La politica delle bocce ferme

Mi ha colpito molto la ricostruzione di Massimo Bucchi – vignettista di Repubblica – di come e perchè svolge così bene il suo lavoro. A Salerno – fra un pò di vuota retorica e di pensante sostanza – è stata miracolosamente evocata la chiave per aprire la porta di questa post-modernità tutta italiana (direbbe il mio amico Vincenzino Susca) senza farsi trascinare dal flusso di info-emozioni che da essa fuoriesce. Bucchi costruisce-scrive-disegna le sue vignette non lungo un arco di giornata, ma a sera. Quando la giornata mediale/mediatica “si risolve”. Tutto qui. E’ come dire che la migliore inquadratura del mondo politico, delle sue brutture, delle sue contraddizioni ma anche delle sue velleità idealistiche, è quella “a bocce ferme”. “Sul finire della sera mediatica” si potrebbe anche poeticamente descrivere il momento di riappacificazione dei media con la politica.
A bocce ferme, dunque, fra un dibattito ed un altro si ravvedono alcune interessanti aspetti di questa campagna non ancora sufficientemente messi a fuoco. Vediamone qualcuno al volo al volo.

Il marketing: se ne è fatto un gran parlare, di recente e soprattutto nella letteratura specialistica. Non sempre si è contribuito a chiarire i termini della questione. La logica del marketing – chiamo in causa Angelo Mellone, nostro concittadino blog, che ce lo saprebbe spiegare con maggiore dovizia di particolari – non riguarda affatto la trasposizione di principi e metodi dal marketing commerciale al marketing politico. Per un motivo molto semplice: la natura del prodotto in vendita. Se infatti il prodotto commerciale è sempre ben definito nelle sue caratteristiche e proprietà. La natura del prodotto politico è, al contrario, sempre in progress. Le sue proprietà evolvono, cambiano, si adattano nel rapporto dialettico con il mercato. Questo i consulenti lo dovrebbero sapere bene. Eppure, non c’è dubbio che i consulenti di Berlusconi siano una spanna più bravi. Come pure fa osservare Sartori sul Corsera di qualche giorno fa: avendo gli spin doctors suggerito a Prodi di non inseguire Berlusconi sul terreno dello scontro, si ritrova inchiodato ad un calcio d’angolo: l’aumento – più o meno presunto – delle tasse. Ora, quanto avrei desiderato che, a questa obiezione, Bertinotti da Ballarò, ma anche Prodi e Fassino alla radio, avessero spiegato agli italiani in maniera molto più efficace che non si tratta di aumentare le tasse ma “di togliere ai ricchi per dare ai poveri” e perseguire così, con un barlume di idealità, la “cristiana” giustizia sociale. Saltare sul cavallo in corsa, avrebbe detto Negroponte. Invece si scherniscono, si difendono, spiegano senza chiarire. Si dirà, per non perdere l’elettorato moderato, quello di ceto-medio e banalità del genere. Qualcuno davvero pensa che con un così elevato grado di polarizzazione della campagna, esiste ancora un elettorato moderato?

Il programma elettorale: un tempo si chiamava “piattaforma” e la si poteva immaginare come una chiatta nell’oceano in burrasca su cui fare affidamento. Se la chiami piattaforma oggi c’è il rischio che qualcuno ti chiede se l’hai sviluppata in flash o html e, soprattutto, se è compatibile con i browser in commercio. Quindi lo si richiama “programma” ma resta croce e delizia degli schieramenti. Il programma di sinistra – si dice- non è compatibile con gli ideali di alcune sue componenti più estreme. Quello di destra non c’è. Meglio! Così risulta compatibile con tutti i browser della politica. Sarà un programma open source, ad uso e consumo degli stakeholders più potenti e dei partitini più ricattevoli. Tutto l’oceano politico a misura di chiatta e non c’è neppure bisogno di salvagenti.

Il proporzionale, fra macro e micro-personalizzazione: com’è facile rilevare, (guardando, ma non troppo se non si vuole dar di stomaco) le città sono tappezzate di facce e nomi. Ma non s’era detto che il proporzionale avrebbe fatto tornare i partiti e ridotto la personalizzazione? Avevo già sostenuto altrove di no. Ma oggi posso aggiungere un altro elemento di motivazione: l’attività di marcaggio del territorio. Un termine politologico a quest’ora non mi viene, ma mi riferisco all’intuizione da veri caimani della politica, di utilizzare risorse di comunicazione politico-elettorale (più banalmente i manifesti) – qui ed ora – non per farsi eleggere ma per negoziare l’impegno profuso in questa campagna a fini strettamente localistici. Si legge così: io c’ero, il mio impegno è valso 1000 voti (indimostrabili, ma tant’è) alla coalizione. Cosa mi torna?

Se l’abolizione della preferenza non viene correttamente recepita. Torneranno 1000 voti di meno: ah caimani-caini!

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1 commento

  1. fabrizio tarantino ha detto:

    Forse ad elezioni finite potremo sfatare, o almeno scalfire un po’, questo mito dei consulenti di Berlusconi più bravi. Certamente lo sono stati in passato, quando il “prodotto” e pacchetto partito nuovo-homo novus doveva essere lanciato sul mercato, facilitato dall’accalorato entusiasmo che accompagna le novità.
    Ma poiché il mercato politico è in progress, il marketing politico del Cavaliere, che preferisco restringere a “strategia d’immagine e comunicazione pro-elezioni”, avrebbe dovuto meglio adeguarsi in considerazione del fattore chiave che potrebbe determinarne la sconfitta: la percezione innegabilmente peggiorata della situazione economica personale di una grossa fetta d’italiani. Che la sinistra sarebbe stata attaccata sul tema tasse era ampiamente previsto dalla tradizione. Vero, dovrebbero essere più efficaci nell’ illustrare in tv i programmi sul fisco ma stanno subendo una delinquenza politica dal governo, vedremo se sapranno reagire dal punto di vista comunicativo. Bene hanno fatto finora gli spin-doctors di Prodi a suggerire al Professore di non inseguire troppo Berlusconi sul terreno dello scontro, perché trovandosi in vantaggio, avrebbe solo da perdere dalle risse. D’altronde, agitare le acque e comportarsi da opposizione, è un tentativo del premier di evitare una sconfitta annunciata e mettere a nudo i bugs nella coalizione di centrosinistra. Dunque sembrerebbe che i consulenti del Cavaliere ci abbiano ancora una volta visto giusto, ma..
    L’impronta ottimistica ad oltranza sulla situazione economica del paese, l’insistenza sulla difesa del proprio inopinabile operato, rende il premier uscente oramai poco credibile personalmente. Aveva costruito i suoi successi attraverso la personalizzazione ed è proprio dal ritorno negativo di questa che avrebbe dovuto difendersi, cambiando strategia e magari puntando più sulla storica compattezza della coalizione di centrodestra. Lo so, c’è il proporzionale ed ogni partito ha fatto campanilismo. E Berlusconi ha avallato il proporzionale in previsione della sconfitta, per creare difficoltà nel centrosinistra vincente.
    Ma un elettorato moderato, gli indecisi, i disgustati, la massa indistinta e fluttuante, quelli che non s’identificano con Berlusconi e Prodi (verso gli altri leaders si ha in genere una maggiore identificazione ideologico/valoriale) ma guardano al proprio portafoglio pare ci fossero ancora, in tempi non lontani. Mannheimer ha detto ieri sera che ce ne sono ancora, circa il 25% degli elettori. Gli strateghi del premier avrebbero potuto consigliargli di mantenere ottimismo ma di virare ad inizio campagna (le strategie di comunicazione dovrebbero sempre indossare un vestito ad hoc) verso un’ammissione di vicinanza a quelli di cui sopra, che in passato l’avevano votato ma che ora sono delusi e in difficoltà. E’ vero che ha recuperato parte dello svantaggio che aveva qualche mese fa, ma sarebbe stato forse più proficuo uno stile più simile a Schroeder che, ricordiamolo, era sotto di 18 punti percentuali prima dei faccia a faccia tv ed è arrivato al pareggio.
    Non dimentichiamo che i governi uscenti vengono quasi sempre puniti con un vote-sanction perché i cittadini sono sempre insoddisfatti di come va il paese.
    E spesso vince chi sembra il meno peggio..

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