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Ischia: Un’altra tragedia da rischio idrogeologico ed un altro balletto delle responsabilità

Tutto già visto e vissuto. Ad oltre un anno dagli eventi di Nocera Inferiore: la situazione è la seguente: sono stati spesi 130 mila euro per ripristinare i terrazzamenti immediamente sotto la frana. Senza rete di contenimento, senza muretti a secco, senza strutture di raccolta o incanalamento delle acque, senza interventi a monte della frana. In pratica senza alcuna opera di mitigazione del rischio. Alle prossime piogge – a questo punto nemmeno diluviali – i terreni movimentati si scioglieranno verso la valle. I responsabili di quella tragedia (che costò la vita a tre persone e l’evacuazione di 2500) – proprietari di una cava estrattiva che aveva fortemente minato la stabilità della montagna sono in attesa di rinvio a giudizio da mesi. Misteriosamente il tempo passa senza che questo rinvio a giudizio venga annunciato. I più grandi esperti geologi ed ingegneri sono stati coinvolti dall’una e dall’altra parte, come se fosse possibile avere due verità . Le amministrazioni alzano le mani, incapaci di trovare un qualche bandolo della matassa nel balletto di responsabilità fra genio civile, protezione civile, commissariati, autorità di bacino, regione etc. Credo che, a questo punto il groviglio sia voluto e rigorosamente mantenuto, per evitare di prendere coscienza del problema. Un problema così grande che, se lo si volesse davvero affrontare, molte teste dovrebbero di conseguenza cadere. Ischia come Nocera come Sarno come Cervinara come le altre mille frane che solo per fortuna non hanno provocato morti. Strade costruite senza alcuno studio, alcuna logica, solo per facilitare la vita a qualche proprietario di casa o di ristorante costruito nel verde di tutti. Paesi che – ostinatamente- continuano ad inerpicarsi sulle pendici piuttosto che essere delocalizzati. Cave aperte e chiuse solo per rispondere alle esigenze di una camorra sempre più specializzata, sempre meno visibile. Quanto silenzio è stato comprato dai camorristi, con stradine, muretti, aggiustamenti privati laddove un disastro ambientale immane si svolgeva sotto gli occhi di tutti. Finanche con la complicità delle istituzioni ed il silenzio omertoso della chiesa, che non fa politica dice.

Le immagini della frana di Ischia mi hanno fatto dolorosamente ripiombare in quelle di Nocera, gelosamente conservate dal mio computer, in attesa che un giudice onesto, coraggioso e soprattutto saggio le voglia vedere, valutare soppesare. Oltre le chiacchiere pseudo-scientifiche che si sono sprecate. L’Agenzia per la protezione dell’Ambiente e i servizi tecnici – accorsa a Nocera – sostenne che la frana era partita dal basso, da un cedimento dei terreni. Contro ogni logica, contro ogni legge della fisica, contro ogni volontà a guardare quale scempio l’attività estrattiva aveva realizzato a monte della frana. Nessuna garanzia quindi dalla tecnica figuriamoci dalla politica. Posso immaginare ora quale dolore e disperazione quella madre scampata alla morte debba provare. Ma lei ancora non sa, quanto sarà umilante combattere contro una burocrazia politica e tecnica sorda, insensibile, e facile a dimenticare. A lei va il mio pensiero ed il mio personale cordoglio.

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1 commento

  1. Francesca T scrive:

    La tragica storia della frana di Ischia mi richiama alla memoria la scena finale del film “Le conseguenze dell’amore“, quando l’inerme protagonista se ne sta a penzoloni in aria, sospeso, ad aspettare che la ruspa che lo sorregge lo conduca inesorabilmente verso la sua morte, dentro una colata di fango. La sua vita finisce così, affogata in una pozza melmosa.
    Ricordo di aver pensato, allora, che “andarsene” in quel modo deve essere agghiacciante.

    Chissà se il papà e le tre figlie travolti dalla montagna mentre erano nella loro casa, hanno vissuto i loro ultimi attimi nella stessa lucida consapevolezza di Titta Di Gerolamo, il protagonista del film. Chissà se hanno avuto il tempo di capire quello che stava accadendo.

    Mi ricordo, l’anno scorso, quando il mio ragazzo si lamentava dei continui smottamenti e delle frane che si abbattevano sull’isola durante i periodi particolarmente piovosi. Tornare a casa dopo il lavoro era diventata un’impresa ostica per lui, costretto a schivare i massi finiti per la strada e a farsi largo, con l’auto, tra buche e agglomerati rocciosi vari.

    L’estate passata ho visto coi miei occhi le reti protettive ai lati delle scogliere.

    «Paghiamo inerzie di decenni, anni in cui abbiamo abusato del territorio». Così il capo del Dipartimento della protezione civile Guido Bertolaso parla della frana ad Ischia su Il Corriere.

    La zona colpita era a rischio di dissesto idrogeologico, ma nonostante ciò, sono almeno un paio di centinaia le case costruite lì. Per il momento i 500 abitanti dell’area sono stati evacuati. I più sono stati ospitati da amici e parenti.

    E’ inutile dire che superata la fase di clamore post-disastro, tutti ritorneranno nei loro “accoglienti nidi”. Quale realistica alternativa avrebbe questa gente?

    Ce l’ho davanti agli occhi il paesaggio schiacciato dal costone della montagna. I pilastri che svettano in quella zona mi hanno incuriosito sin dalla prima volta che ho messo piede a Ischia. “Cosa sono questi archi?” – avevo chiesto mentre passavamo con la macchina sotto l’imponente struttura.
    Pensavo che si adattassero bene al luogo, che fossero una cornice affascinante tra il mare smisurato e la vegetazione rigogliosa circostante. Pensavo che tutto avesse un senso, e che il contesto urbano convivesse in armonia con la natura.

    Ma i turisti, si sa, hanno quasi sempre gli occhi foderati di prosciutto.

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