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La riforma dell’Università ai tempi del global

di Alberto Abruzzese

Università: che fare? La domanda non è ai vertici dei temi che dovrebbero annunciare una nuova sensibilità culturale e politica. Eppure siamo nella società della conoscenza, ci dicono. E quelli della passata opposizione ci dissero che la questione avrebbe occupato uno dei primi posti dell’agenda politica del governo. Bisogna sapere aspettare? Vero. Eppure c’è modo e modo di dare e prendere tempo. Partiamo – con pari senso di attesa e di urgenza – dalla cronaca. Ieri sera, nell’aula magna dell’università di Roma La Sapienza, il neoministro Fabio Mussi ha dialogato con uno dei più grandi atenei d’Italia. E del mondo, ovviamente. Altrove, infatti, il rapporto numerico tra professori e frequentanti non è demenziale e irresponsabile come accade negli atenei delle nostre più grandi aggregazioni urbane e di Roma, in modo mostruoso, già prima che l’epoca di Veltroni segnasse un effettivo sviluppo metropolitano della capitale.
Fabio Mussi è politico abile e di lunga esperienza. Le sue prime mosse sono state azzeccate: non allarmare troppo l’elefante accademico e il popolo dei genitori, ma al tempo stesso mostrare di sapere quali sono, oltre alla povertà, i cancri che hanno contribuito a corrompere il tessuto delle nostre istituzioni della ricerca e della formazione. Ad esempio i concorsi, senza i quali tuttavia non avremmo avuto neppure ciò che, dopo anni di congelamento, c’è pur stato: un minimo rinnovamento forse anche qualitativo delle docenze. Vogliamo dire un poco meno di un quarto sul tutto dei nuovi accessi? Difficile dirlo, ciascuno di noi conosce il proprio ambito accademico, la qualità delle sue lobby. Soprattutto è difficile, anzi errato, partire da posizioni moralistiche.
Se il ministro mostra di sapere, vuol dire che sa discernere tra i vari “consigli” che gli soffiano sul collo e mantiene saldo lo specifico ruolo delle sue qualità di politico, prendendo le distanze dagli interessi burocratici o clientelari o corporativi o locali che infestano le linee di condotta (quando ci sono) dell’università, come del resto di qualsiasi altra istituzione pubblica (e privata). E dunque, nella grande e storica aula magna della Sapienza, Mussi assolve il giusto compito che da subito ha dichiarato di assumersi: ascoltare, girando tra i molteplici, difformi nodi del sistema universitario nazionale, così da dialogare con i loro nativi. E La Sapienza, è sicuramente una tappa importante. Ma c’è da domandarsi – e l’astuzia toscana di Mussi lo avrà di certo fatto credo – quanto le voci che ha ascoltato siano in grado di fornire un quadro davvero utile alle strategie governative.
Avanzo tesi che mi piacerebbe vedere smentite. Dunque: i docenti e magari gli studenti e persino gli impiegati che in tali occasioni prendono la parola non sono – per ovvie ragioni – né eccentrici del pensiero, utopisti, pericolosi sperimentatori, eretici dell’istituzione, né lo smarrito popolino dei docenti subalterni, né una qualche realtà studentesca, sommersa dalla confusione in cui è costretta da troppo tempo a sopravvivere, distante mille miglia dalla composizione antropologica dei propri insegnanti. Insomma in queste consultazioni dal vivo non potranno dire la loro (o, sfuggiti alle barriere dell’ufficialità, la diranno a sproposito) quanti vivono ai margini estremi del corpo universitario: chi ormai non capisce più nulla di quello che va accadendo e chi invece lo ha capito al punto da assumere posizioni di estraneità e di rifiuto nei confronti di ogni routine accademica.
A potere parlare faccia a faccia con il Mussi è invece chi deriva (di questo termine conserverei ogni possibile sfumatura) dal tipo di regimi rappresentativi di cui gli apparati universitari dispongono: qui, lungo l’arco degli ultimi trenta anni della nostra storia civile, è andata in malora la qualità delle istituzioni della ricerca, della didattica e della formazione in quanto si sono disgregati i valori di chi le dovrebbe governare e alimentare. Le città assediate, infatti, alla fine si ammalano. Mi riferisco ai fenomeni di malcostume – sfruttamento e mobbing – di cui certo non si scarseggia nell’università e tanto meno alla Sapienza? No di certo.
Si possono lamentare semmai i criteri di valutazione con cui si strutturano le gerarchie di ateneo e ancor più la scarsissima capacità mostrata dai soggetti extrauniversitari – pubblici e privati: politici, amministratori e imprenditori – nel sapere distinguere e selezionare l’offerta scientifica, quando si affidano all’università per attivare ricerche, eventi, convenzioni, piani di formazione. Qui, spesso si assiste all’imbarazzante connubio tra parti ugualmente povere di contenuti, tra interessi e strumentalizzazioni di vario genere (una sorta di danza delle carriere, di festa dell’immagine, o peggio). Ma va detto ancora una volta che il punto di vista moralistico sarebbe sbagliato. Dentro questi fenomeni di spreco manageriale e intellettuale c’è, anche, la laboriosità di chi cerca di trovare risorse che nessuno – né Stato né impresa – è disposto a dare all’università in modo programmato, e non per fare clientele o elemosina, ma per investire sull’innovazione (strano e stupido ma è così).
A parlare quindi non può essere una polifonia di punti di vista sconosciuti e inattesi, ma – anche indugiando su compiacimenti baronali e rettorali, astuzie diplomatiche o buon senso di docenti assai praticoni e orgogliosi d’esserlo – a parlare è la maschera sofferente dell’istituzione. Essa tende a presentare un quadro della situazione drammatico: totale assenza o inattingibilità di risorse riguardo agli investimenti per la ricerca, alle forze umane da impegnare nella didattica, spazi, strutture, mezzi, personale, difetti procedurali sui tormentati percorsi di riforma, e altro ancora. Giusto. La drammaticità della situazione deve essere comunque esposta con moderazione, cioè bilanciata dalla indubbia necessità di mostrare all’autorità governativa i requisiti di base per domandare e per ricevere risorse. Giusto anche questo.
Il ministro risponde. Che altro può fare? Affronta la sostanza così come gli è stata cucinata. Annuncia i provvedimenti che intende prendere immediatamente o a medio e a lungo termine. Fa bene a procedere con cautela e saggezza. Deve cercare che l’edificio non crolli, non può edificarne uno dal nulla. Senza soldi e senza coesione politica e più ancora culturale non si fanno vere riforme, tanto meno universitarie, poiché trattasi di intervenire su una zona della vita civile, sociale e produttiva in cui da decenni – mentre il mondo è andato schizzando in avanti come mai prima – tutto è stato abbandonato alla deriva: saperi, pratiche, corpi, libri e mattoni.
Dunque, mi si dirà, cosa vuoi che emerga in questo genere di eventi pubblici e mediatici? Ecco: l’avvio di una consapevolezza e di un senso di responsabilità che le classi dirigenti e le autorità accademiche ebbero in una società d’élite e hanno invece totalmente perduto nella tarda società dei consumi. In tal senso l’ateneo che ieri Mussi s’è visto di fronte, ha certamente un valore emblematico, un significato da sfruttare per l’intero sistema universitario nazionale, caratterizzato dall’effetto dirompente e innovativo – ma incompreso e mortificato e deviato – della quantità sulla qualità. Da noi non è ancora nata un’università di massa e le culture riformiste che dovrebbero renderla possibile sono state invece formate dall’esangue modello delle università d’élite.
L’università nostra è un malato che, sottoposto a una terapia d’urto, verrebbe mandato subito in coma profondo: va dunque lasciato progredire persino in tale stato. Ma intendiamo curare proprio questo malato terminale? Per ora e per tante ragioni non possiamo fare altro. Vero (tuttavia si fa da decenni). Ma – immaginandoci che, per incantesimo, sopraggiunga qualche forza celeste disposta a dare in un sol giorno tutto ciò che i miei colleghi chiedono in buona e cattiva fede al ministro – crediamo davvero di approssimarci all’università che serve al presente-futuro del nostro sistema sociale? Ci può bastare usare gli stessi contenuti, discipline, modelli e procedure? Questa resurrezione dalle ceneri non sarebbe come rimettere insieme pezzi di carne morta e lesa, sperando di farne un corpo sano invece che un nuovo Frankenstein?
Mentre tentiamo – forse – di salvare l’università del tempo andato, a chi verranno date credenziali e mezzi per pensare, ideare, sperimentare l’università che avrebbe dovuto avere inizio già negli anni Settanta del secolo passato? Riforme povere e compromissorie hanno prosciugato ogni risorsa fisica, psicologica e culturale dei lavoratori universitari: dentro tale lavoro non c’è posto né tempo per immaginazione, creatività, innovazione. Ma allora? Ecco il vero «che fare?». Ragioniamoci, e subito, poiché per il momento non c’è quasi nessuno a porsi questi problemi.
Cominciamo con una domanda decisiva: possiamo diventare più globali e innovativi adattando al contesto italiano modelli di università straniere, nate anche loro in regimi di senso diversi dal presente, oppure cominciando a riconoscere i corpi e i territori che abitiamo e a domandarci cosa mai essi possano avere in comune con gli statuti e modi delle discipline storiche che ci ostiniamo a pensare fondanti? Navigare la globalizzazione con le nostre gracili barchette o ricominciare a immaginare il mondo a partire dal nostro ground zero?

Fonte: Il Riformista

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