Cosa non è il Partito Democratico
Sono tornata tra i banchi dell’amata/odiata università e ho ritrovato discorsi e visi che non vedevo da tempo: la nostalgia mi ha avvolto, insieme al piacere intenso di ritrovare affetti e sensazioni conosciute. Ad di là dei risvolti emotivi, però, ho anche ritrovato discorsi lasciati in sospeso un paio di anni fa, e di cui nella vita post-universitaria mi era capitato di sentire parlare poco.
Per esempio, si è discusso sulla qualità di questa riforma universitaria e di questo sistema di laurea triennale e specialistica, coi crediti formativi, la doppia laurea, la serie infinita di esamini. Mi è sembrato di capire che i professori considerino i nuovi studenti meno preparati di quelli del vecchio ordinamento, e di notare come i ragazzi siano più presi da un “effetto quantità” che dalla qualità dei corsi. Non mi pareva ci fosse un interesse effettivo né per i corsi, né per la qualità degli esami, piuttosto mi sembrava di essere in un ipermercato all’ora di punta con una mandria di clienti interessati unicamente a sconti e 3×2. In compenso, ho trovato migliorati i rapporti tra professori e studenti delle lauree specialistiche, che sono probabilmente pochi e per questo risultano più seguiti.
Ad ogni modo, credevo di trovare un’aria nuova nell’università, un’aria da cambio di governo, avendola io frequentata interamente sotto il governo Berlusconi. E invece no. Tutti mi sembravano più spaventati di prima, e comunque arrabbiati per le proposte sia di Mussi che di Fioroni, e cioè esattamente come mi sembravano durante l’era Moratti.
Altri discorsi che mi risuonavano insoliti erano quelli sul Partito Democratico: quest’ultimo veniva usato, durante una lezione di scienza politica, come esempio di un partito nato all’interno del parlamento attraverso l’accordo tra più gruppi parlamentari. Strano a dirsi, ma non ero finora riuscita a definirlo con tanta chiarezza, e a vederlo in tutte le sue componenti, come l’altro giorno, durante quel corso, attraverso gli occhi increduli di quelle matricole che di “partito democratico” non avevano mai sentito parlare, o che ne avevano solo un’idea confusa. Mi sono resa conto di tutti i problemi e i difetti di questo partito, che vedeva infervorati i professori, e piuttosto scettici i ragazzi. E allora ho capito che il partito democratico è una grande operazione politica, necessaria in un paese come il nostro, e di un potenziale politico innegabile, portatore comunque di una svolta paragonabile sono al compromesso storico.
E nello stesso tempo, ho capito che se sarà soltanto questo, non avrà mai il mio voto .
Perché, come da lezione di scienza politica “il Partito democratico non nasce da una frattura sociale, o da un bisogno della società civile” ma, appunto “da un accordo fra partiti”.
Essendo Ds e Margherita i maggiori partiti della sinistra italiana, questo accordo potrebbe sembrare un’ottima operazione politica, e lo sarebbe, se non fosse che in questo momento il nostro Paese è minato da una serie di fratture sociali da manuale, di cui questo partito Democratico non si fa carico in alcun modo. I miei coetanei che non conoscevano il Partito Democratico e che sembravano comunque poco interessati a conoscerlo non sono ragazzi superficiali: sono cittadini consci di tutte quelle fratture sociali che potrebbero far nascere un partito, ma che non si entusiasmano a sentir parlare di Partito Democratico semplicemente perché esso non interviene in alcun modo a risolverle e rappresentarle. Infatti, mi sembra innegabile che questo futuro soggetto politico non parli il linguaggio dei giovani e non convogli in alcun modo questa generazione “disaffezionata ma interessata alla politica” che le indagini fotografano (Iard, 2004). Mi sembra anche inoppugnabile che il Partito Democratico non inglobi quelle pacifiche insurrezioni popolari di morettiana memoria che avevano alimentato l’Ulivo della prima ora, e che, sebbene composte in maggioranza da un segmento radical chic del ceto medio, miravano comunque a rappresentare questo soggetto sociale oggi schiacciato. Perché una cosa è evidente: oggi sono presenti nella nostra società alcune tra le fratture sociali da “manuale”: quelle tra centro e periferia, che può essere divisa in una dimensione micro e in una macro; ovvero a seconda del ruolo dell’Italia su temi come l’immigrazione o la partecipazione ad operazioni militari, o quello interno al nostro Paese causato da una differenza sempre maggiore tra città e periferia in termini di sicurezza e qualità della vita. Altra frattura celebre è quella tra Stato e Chiesa, che non è stata in Italia assolutamente risolta né superata, ma che è ancora chiaramente presente, come dimostrano i provvedimenti legislativi dello scorso governo sulla fecondazione assistita, o le esternazioni sui temi dell’eutanasia, dell’insegnamento della religione nelle scuole e sulle unione di fatto. Ancora, non mi sembra superata la frattura sociale tra la destra liberalista borghese e la sinistra operaia e riformista che fu conseguente alle rivoluzioni industriali: ancora oggi in Italia c’è un precariato alimentato da un sistema liberale e a cui non riesce ad ovviare una sinistra eccessivamente garantista, che non è in grado neanche più di difendere un sistema scolastico pubblico. Infine, è ancora in atto quella frattura sociale interna alla sinistra che porta alla rivoluzione internazionale e cioè alla frattura tra comunismo e socialismo: abbiamo ancora in Italia una sinistra comunista che non riesce pienamente a dialogare con una sinistra “elettorale di massa e postcomunista”- i Ds – e meno che mai con formazioni moderate – la margherita- né a tollerare certe frange giustizialiste come quelle rappresentate da Di Pietro.
In questo bubble-up sociale così potenzialmente esplosivo i nostri politici si accordano in parlamento, ovvero nel quadrante alto della matrice di partito per dirla in un linguaggio noto agli addetti ad Hyperpolitics, piuttosto che interfacciarsi con la Civil Society e quindi interpretare i bisogni di una società demoralizzata, effettivamente incapace di reagire.
Ecco quindi che mi risulta difficile rispondere al mio vicino di sedia dell’ultima lezione, che assai titubante mi domandava: “ma se l’operazione Forza Italia nasce dal vuoto della Dc e ne viene quindi a prendere l’elettorato, allora è più di sinistra della nascita di questo Partito Democratico?”


evelina 
Leggevo ieri di Parisi che diceva \”Bello il Pd, ma appena vedo De Mita in prima fila mi viene voglia di cambiare idea\”. Questa frase fotografa l\’accozzaglia ideologico-valoriale sotto cui nasce questa operazione di marketing politico molto discutibile.
Concordo con Evelina su tutto.
Sarà, se sarà (attenti al Correntone Ds, sempre piu\’ pronto alla frattura), una schiera di notabili piu\’ o meno attempati, un\’altra occasione persa, un matrimonio di interesse, forse un rischio politico, laddove ancora una volta si fa prima la scatola del contenuto, senza minimamente preoccuparsi di scegliere i leader giusti e di rinfrescare gli entusiasmi girotondini.
Sull\’impressione che Evelina ha avuto dell\’università 3×2 concordo (il 3×2 non è un errore). Ci sono tutta una serie di problemi relativi all\’offerta di corsi, che è ormai sterminata, in mezzo alla quale uno studente può sentirsi perso. Su quanto i professori e gli studenti siano più vicini, invece, non sarei così d\’accordo, per esperianza personale…
Ma entriamo nel merito del discorso. Il PD mi sembra un\’operazione nata più da una necessità politica: ridurre la frammentazione nel centrosinistra. Mi sembra che l\’unico vantaggio di un siffatto partito sia lo sfondamento di quota 30% in caso di elezioni. Questo dicono i rappresentanti dei partiti coinvolti, non che il partito risponde ai bisogni della società (breve elenco: buon governo delle finanze; una Pubblica amministrazione al posto del circo attuale; governare l\’immigrazione; legalità a tutti i livelli, dallo scippatore al furbetto; ecc.).
Ora, da un punto di vista politico arrivare al 30% sarebbe un vantaggio in termini d\’immagine. Ammesso e non concesso che si ottenga questo risultato si potrebbero catalizzare i voti di molti indecisi grazie alla propria forza (effetto cosiddetto \”bandwagon\”).
Supponiamo che tutto questo si avveri e che questo partito catalizzi addirittura un 33% (come da più rosee previsioni uliviste), rimangono altri problemi irrisolti: partiti minori che non scendono a compromessi, perché non gli conviene, incapacità diffusa di mettersi d\’accordo in uno dei due schieramenti (particolarmente a sinistra) e in Parlamento, con la conseguente impossibilità di governare.
Il Pd non può nemmeno provare a rimediare a questa situazione, perché rispecchia buona parte delle spaccature citate da Evelina. Particolarmente evidente quella tra cattolici e laici. Io un voto alla Binetti non lo do, non ci penso nemmeno. Io voglio che Ruini e soci stiano zitti e che questo Paese possa riconoscere dei diritti per me fondamentali: procrezione assistita, Pacs, aborto e voglio anche una legge seria sul testamento biologico.
Sono un elettore di sinistra, che non viene rappresentato dai partiti ora al governo, con il Pd la situazione peggiorerà.
Ciao a tutti
Tia
ovviamente gasata da questi interessanti commenti, rilancio a shine l\’idea della lettera a prodi, in cui esporgli anke le idee sul PD…
(voleva o no che i giovani si svegliassero?eccoci!)
p.s.ovviamente complimenti a vincenzo!ma lui del PD che ne pensa?
Cara Evelina,
leggo con piacere il tuo sfogo e mi compiaccio della tua passionalità.
Ecco, proprio da questo punto parte la mia risposta.
Il mio scetticismo rispetto al Pd e, devo essere sincero, nei confronti di qualsiasi organizzazione politico-partitica di stampo moderno, ha a che vedere con l\’urgenza di due questioni inevase:
1) è in grado di accogliere le emozioni, gli immaginari e le forme societali che proliferano nei terreni della vita quotidiana?
2) sono disposti, questi ultimi, a proiettare fuori della propria corporeità espansa le loro energie?
cara evelina, se analizziamo bene ciò che accade nei flussi comunicazionali del mondo postmoderno, siamo costretti a prendere atto che il \”politico\”, in quanto potere istituito, ha perso ormai ogni contatto con il sociale, con la potenza istituente. E che la potenza istituente, grazie alle capacità emozionali, cognitive e connettine delle piattaforme in cui si esprime, non si cristallizza più in null\’altro che non sia l\’istante-eterno della comunicazione-comunione.
Ciò che forse possiamo fare, da parte nostra, è aprire un dialogo con questo soggetto. Per spingerlo a sconfinare dove non può, per fargli comprendere quanto la vita sia ormai alle porte della politica…
Un abbraccio,
vincenzo
In risposta a Mattia.
Le tue considerazioni sono valide e meritano il giusto apprezzamento. Sono d\’accordo circa gli effetti elettorali, non a caso DS e DL nell\’ultima tornta elettorale hanno di poco superato il 30% mentre la somma dei restanti partiti della coalizione non sfiorava neppure tale percentuale. Sono d\’accordo anche sulla questione \”band wagon\”, anche se ancora da testare e per fare ciò bisogna aspettare.
Il punto sul quale mi allontano dalle tue osservazioni è la riduzione della frammentazione del centro sinistra.
Unire i due maggiori partiti della coalizione ha si una riduzione dal punto di vista numerico ma credo che abbia un riflesso sulla composizione stessa della coalizione, sia in termini politici che di schieramento.
Molte \”prime donne\” usciranno dal progetto ed avremo nuovi movimenti, nuove liste, nuovi partiti. Vedi l\’altro fronte con Follini e l\’Italia di mezzo.
Inoltre bisognerà osservare anche la discussione circa il cambiamento del Calderolum, tuttora solo in programma. La nuova legge elettorale imporrà decisioni tecniche circa i rapporti tra i leader e i partiti ed inevitabilmente confluirà nel dibattito sulla costituzione del Partito Democratico.
Un ultimo punto è quello che Evelina ha sottolineato. Quanto conterà la società civile? E quali saranno gli strumenti per la partecipazione alla costituzione del partito?
Come ha affermato il Ministro D\’Alema durante l\’incontro ad Orvieto: “Abbiamo bisogno di una leadership forte, non mi convince un partito di cittadini e del leader. L’Italia è una cosa diversa, in mezzo ci sono sindacati, associazioni, categorie”.
Questo è un punto sul quale il Partito Democratico si gioca tutta la sua credibilità