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Chelsea Story

Martedì 18 Novembre al Teatro Nuovo di Napoli c\’è stata la presentazione del libro Chelsea Story. Come una cittadinanza corrotta ha rigenerato la sua democrazia di Susan L. Podziba. Tra gli altri erano presenti, Giampiero Borrelli, Marianella Sclavi e Marco Rossi Doria.
La storia è questa.
Alla fine degli anni \’80 la città di Chelsea, piccola cittadina di provincia (28.000 abitanti) subito a nord di Boston, era in mano ad una cricca di notabili e aveva accumulato un deficit di dieci milioni di dollari su un bilancio di quaranta, nonostante un salvataggio statale dalla bancarotta di cinque milioni di dollari. “L\’accesso ai servizi pubblici era consentito solo a chi aveva le giuste conoscenze e anche la possibilità di trovare un lavoro dipendeva da un sistema di protezioni piuttosto che da capacità e criteri di competenza”. Chelsea era diventato un caso particolarmente grave di degenerazione della responsabilità politica e di alienazione dei cittadini; coloro che ricoprivano cariche governative, in primis la polizia, seguivano regole di condotta completamente autonome e diverse da quelle per le quali erano stati designati. Nel 1990 Chelsea era ormai ingovernabile e attraverso una delibera del parlamento statale la città fu commissariata.
Il commissariamento, durato quattro anni, era riuscito a rimuovere i funzionari corrotti e gran parte dei dirigenti della pubblica amministrazione erano stati sostituiti, i vigili del fuoco in servizio spegnevano gli incendi anziché appiccarli in cambio di tangenti sui premi assicurativi, i club che ospitavano giochi d\’azzardo erano stati chiusi. In breve, il commissariamento aveva avuto un buon esito, ma non bastava. Come ultimo atto utile per ridare nuovo vigore ad democrazia deficitaria e ad una cittadinanza cresciuta nella corruzione era quello di redigere il nuovo statuto. Il problema per il commissario Lewis Spence era come farlo.
In qualità di laureato in legge ad Harvard il commissario Lewis Spence aveva sentito parlare dei Pon (Program on Negotiation) e spinto dalla volontà di redigere lo statuto con l\’ausilio di tutta la cittadinanza e con l\’idea di ricucire i tratti di una partecipazione democratica ormai allo sbando decise di contattare persone che conoscevano ed avevano lavorato sui programmi di negoziazione.
L\’idea di base era che il processo di stesura dello statuto doveva rafforzare la rete di pratiche democratiche già presenti e aiutarle a diffondersi nell\’intera comunità; doveva educare e motivare alla partecipazione sia i nuovi immigranti privi di una storia di democrazia alle spalle, sia i vecchi residenti che non reagivano più alla corruzione.
I primi ad essere contattati per un programma di ricerca su Chelsea furono Lawrence Susskind, Ford Professor di Progettazione Urbana e ambientale al dipartimento di studi urbani e progettazione del Massachussets Institute of Tecnology, e una esperta e docente del Pon, Debbie Kolb. Entrambi i docenti fecero il nome di Susan L. Podziba e l\’Agenzia di mediazione pubblica e costruzione del consenso fondata dalla stessa (Susan Podziba & Associates).
Un tema sul quale Susan Podziba ha chiesto collaborazione a Roberta Miller, esperta di costruzioni di comunità che lavorava sin dagli anni \’70 sulla leadership locale e sulla democrazia partecipativa.

Nella prima parte del libro sono descritti i passaggi più importanti dell\’esperienza fatta a Chelsea nei due anni di stesura dello statuto. Dal “negoziato basato sugli interessi” all\’incontro di tutti i rappresentanti delle parti interessate per trovare problemi ai conflitti pubblici, dalla formazione di un capitale sociale inesistente sul territorio alla costruzione di un pubblico ormai assente e sfiduciato nei confronti delle istituzioni, fino alla “costruzione pubblica del consenso” meccanismo chiave nella mediazione nelle politiche pubbliche.
La seconda parte del libro si concentra sui processi di consultazione, incontro e informazione con e tra i cittadini descritti come nella seguente mappa:
Mappa processo deliberativo Chelsea

Durante la lettura la sensazione è quella di assistere ad un\’Araba Fenice risorta dalla proprie ceneri, una città che dopo umiliazioni e fallimenti rimette in moto, con l\’ausilio di esperti, i proprio sistemi di regolazione democratica. Nei fatti però il libro si perde un po\’ troppo spesso sul ruolo del mediatore di conflitti, che copre la scena e fa intravedere poco gli strumenti messi sul campo per riattivare un circuito apparentemente inguaribile. Resta il fatto che nell\’intento del libro c\’è una evidente voglia dell\’autrice di romanzare una esperienza più che proporre un saggio sulla mediazione delle politiche pubbliche.
L\’introduzione alla traduzione italiana è stata fatta da Marinella Sclavi attraverso un curioso ed esaustivo dialogo con Vittorio Foa che descrive la sua esperienza di membro della costituente e sottolinea le sue perplessità sul caso Chelsea e l\’applicabilità di modelli simili nel contesto italiano.
La partecipazione alla presentazione del libro al Teatro Nuovo di Napoli è stata piuttosto elevata. Nel pubblico si potevano riconoscere studiosi di vari settori contigui all\’analisi delle politiche pubbliche. Vi erano urbanisti, antropologi, politologi spinti da un interesse che senza grossi sforzi era facilmente riconoscibile, ovvero l\’identificazione del caso napoletano, sotto molti aspetti inopportuna, con la lontana e piccolissima cittadina a nord di Boston nel Massachussett.
Il caso di Chelsea può essere comunque annoverato come una ulteriore esperienza di democrazia partecipata in chiave moderna affiancabile a precedenti illustri come quella di Porto Allegre, dei Jury de citoyen francesi, del progetto Singocom di Anversa o quella nostrana in provincia di Torino “Non rifiutarti di scegliere”.

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