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Il calciomercato di plastica

Pregni da anni di termini calcistici e metafore pallonare, almeno dai tempi delle “discese in campo” e delle “squadre di governo”, gli sfidanti della campagna elettorale affilano le armi e si preparano al 13 aprile, con la stessa ritualità delle nostre compagini calcistiche, a cui in qualche modo finiscono per assomigliare. E mai come quest’anno le liste elettorali, compilate a tavolino dai singoli partiti, forti del porcellum e del voto blindato e non nominale, sono sembrate una brutta copia del calciomercato che fa compagnia agli italiani sotto l’ombrellone, con la sua vagonata di sogni a prezzi modici, e come i pruriginosi particolari dell’immancabile delitto dell’estate. Un mercato, si diceva, in cui vendere sogni agli elettori e combattere la saturazione e la noia, un elenco del telefono di aspiranti onorevoli, titolari e riserve già in fila, e ora un mesetto scarso di ritiri e amichevoli per misurare il godimento dei fan, e giocare una partita di gradimento e sostegno che vada oltre i soliti fedelissimi, pronti a rivotare per il proprio partito con la stessa fede cieca e un po’ illusa dei tifosi incondizionati.

Le accozzaglie di nomi che compongono le liste sembrano così i lunghi cataloghi di campioni pronti a contribuire al mercato del tifo, ma che finiscono in certi casi, per diventare bandiere aleatorie di questa o quella squadra, per non parlare di voltagabbana della politica somiglianti a quei mercenari del pallone a cui si rinfaccia la mancata fedeltà alla maglia, come se Dini e Ronaldo avessero qualcosa in comune. E se nel pallone la vendita dei sogni e la corsa al nome è sinonimo di modestia tecnica e di seduzione nei confronti di un tifoso tanto innamorato quanto ingenuo, i giochi politici non sembrano così semplici e non sempre la simbologia si trasforma facilmente in concretezza.
Due esempi a caso.

La campagna acquisti di Berlusconi procede alternando solide conferme a grandi offerte a nomi d’impatto (D’Amato, Riello, ma anche Scelli e Versace), che siano la sostanza di una squadra da confermare (anche perché già data per favorita), ma anche il surplus ad un team da assemblare al meglio dopo le recenti fusioni. Non mancano nomi strategici, magari non conosciutissimi, come Loreno Bittarelli, il leader dei tassisti che l’anno scorso guidò la protesta contro le liberalizzazioni e le nuove licenze, Deborah Bergamini, l’ex Direttore Marketing della Rai, fedelissima del Caimano e al centro delle intercettazioni sulle raccomandazioni a Viale Mazzini, o Renato Farina, ex firma di Libero, che ha patteggiato una condanna per spionaggio nel caso Abu Omar. Senza dimenticare il gusto del Presidente per le candidature di soubrette, giornaliste, massaggiatrici e giovani fan (quelle napoletane del comitato “Silvio ci manchi”), per cercare di fare breccia su tutte le tipologie di elettore, dal più impigrito al più deluso, dal più indignato al più fedele. Aggiunte che non stravolgono l’ossatura del Pdl, fondato sui soliti noti, e a cui forse porteranno voti soprattutto le trasmigrazioni dei vari Dini e Giovanardi.

Dall’altro lato, la completezza quasi capillare della squadra di Veltroni, padre di un ringiovanimento che nel calcio paga fino a un certo punto, e che nella politica sembra adesso una panacea di tutti i mali (ma c’è da crederci?), mette di fronte personaggi ingombranti anche nella loro evocazione simbolica, oltreché nella loro storia tanto diversa che sembra metterne in discussione la coabitazione. Antonio Boccuzzi, ex operaio, è adesso in attesa di diventare deputato, “il sopravvissuto della Thyssen”, sottopancia usato da giornali e tv neanche fosse un mestiere. Di contro, Matteo Colaninno, suo collega di partito e nuovo acquisto del Pd, incarna o dovrebbe incarnare l’elettorato dei giovani industriali (che ha presieduto), in netta antitesi, o si spera, in proficua collaborazione, con Boccuzzi. Per non parlare di Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica, fino a poche settimane fa interlocutore di operai, sindacati (e governo), nella stesura di uno dei contratti più sofferti e discussi degli ultimi anni. Una babele di nomi che solleticano la curiosità, forse infastidiscono i professionisti della politica tanto invisi ai nemici della casta, ma soprattutto puntano a censire tutte le possibili categorie di votanti, in una rischiosa nazionale di mestieri e generi che finisce per comprendere precari, operatori di call center, ricercatori, luminari della scienza, giuristi, prefetti, scrittori. Una composizione figlia del sistema elettorale che fa leva sulla fama e sulla visibilità e che ci fa dimenticare le candidature blindate di chi corre in più collegi, di chi diventerà parlamentare comunque, in attesa di una poltrona da sindaco o governatore, o gli accordi sui numeri e le promesse di seggi fatte così alla luce del sole (vedi il baillame Pd-Radicali) da far venire all’elettore la sensazione che il proprio voto non conti, e che l’unica risposta al sistema sia restare a casa, come il tifoso che non fa l’abbonamento.

Una raccolta di figurine, quelle tanto care al segretario del Pd, che non toglie il dubbio che sia soltanto una scorciatoia verso il cuore della gente, che travalichi gli argomenti politici della campagna, e risponda soltanto alle più superficiali domande della piazza, stanca delle solite facce, e vogliosa di quella che una volta si chiamava rappresentanza, e che oggi sa più di logica feudale. Ma che per ora mette in soffitta i contenuti e che lascia il sapore di una divisione cencelliana, riaggiornata e magari in buonafede, e porta sul tavolo la considerazione sul futuro della cosiddetta politica di professione. L’ultimo colpo di teatro, quello di Diliberto che lascerà il suo posto ad un altro operaio sopravvissuto al rogo di Torino, Ciro Argentino (da tempo iscritto al partito e con una esperienza politica maggiore di Boccuzzi, a fronte forse di una minore “fama” televisiva) schioda il tarlo del sospetto, più che fondato, che i partiti si inseguano nelle scelte e nelle modalità, e che la vera risposta ai grumi di cosiddetta anti-politica, sia ancora una volta quella fatua e mediatica che inganna gli elettori, che cerca di farli concentrare sul dito, mentre i soliti noti continuano a spartirsi la luna.

Il problema di questi mesi non è la politica di professione in quanto tale, perché in certi casi il contributo di un politico di lungo corso, benché bollito e habituè dei salotti mediatici, può continuare ad essere più valido e prezioso di un carneade catapultato in Parlamento da qualche scranno televisivo o da qualche ufficio confindustriale. E’ la dinamica di potere che continua imperterrita al di là del turn-over di facce, che già si prepara a riabbracciare chi è stato fermo un giro o anche meno (da Frattini a Cuffaro, da De Mita a Veronesi), e a pensionare soltanto apparentemente chi ha deciso di fare un passo indietro (Amato verso Bruxelles, Violante ripescato alla Consulta, Mastella ripiegato su sé stesso, ma asso nella manica del Pdl per il dopo-Bassolino). E’ la logica del porcellum che ci metterà in mano una matita e la sensazione che il Parlamento sarà per lo più già stato composto al momento della stesura delle liste. E’ un sintomo di oligarchia contro il quale cercare nuovi anticorpi, che parte della gestione della Rai e arriva alle nomine dei commissariari per i rifiuti, seguendo lo stesso filo, quello che per lo stesso motivo aborra senza condizioni il fantasma chiamato “Veltrusconi”.

Così, pur ricacciando l’intenzione di invitare all’astensione, e men che meno spargere sentenze di qualunquismo sui giochi, riesumando la solita manfrina sull’uguaglianza dei due schieramenti, viene da pensare che il sistema mediatico che fa da teatro (e talvolta da copione) alla campagna elettorale e la corsa agli imperativi di svolta dettati dalla ventata di “antipolitica”, siano i motori dell’ennesima commedia all’italiana. Quella di un calciomercato di facce e non di tattica, di seduzione e non di contenuti, di urla silenziose e non di programmi, di un politicamente corretto ferocemente ipocrita, che cancella la sana e onesta dialettica politica. Nell’attesa di un’eventuale faccia a faccia tv, di un confronto sereno ma serrato, leale ma acceso tra i due o più contendenti, resta la collezione di figurine in cui sopravvissuti e “figli di”, vallette e capi-bastione dominano la scena a scapito di programmi, temi, contenuti e ideologie, finendo in vortice di politica gossip che dimentica i problemi del paese e le esigenze degli italiani. E a noi elettori tifosi restano i sogni a buon mercato, e l’irresistibile tentazione di guardare ogni tanto i campionati stranieri.

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8 commenti

  1. Rosanna De Rosa ha detto:

    Ale ho sempre saputo che saresti diventato una penna…perchè non ti hanno acnora assunto a repubblica? 🙂 Grazie per l’articolo è un piacere rileggerti…

  2. masaniello ha detto:

    E in questo calcio mercato, a quanto pare, vi sono anche parecchi Moggi. Aspettiamo comunque con ansia le liste ufficiali.
    Che dire…”Dimmi che sistema elettorale hai e ti dirò chi sei”.

  3. Rosanna De Rosa ha detto:

    Vi segnalo l’articolo di Sclafari su repubblica.it: Lo strappo del palalido. La risposta del nord-est

  4. masaniello ha detto:

    Ieri appena sveglio ho acceso la tv ed ho messo su La7. Mi sono detto…ascoltiamolo. E’ interessante conoscere i programmi dei diversi schieramenti e proprio in quel momento ha preso il programma – copiato dal loro – e lo ha strappato. Ma come??? mi son appena detto ascoltiamolo e ho dovuto far appelo a tutto il mio senso “democratico” e lui che fa? strappa le idee degli altri???
    E poi finalmente ho compreso che stava davvero per cominciare la campagna elettorale. Si quella del “coglioni” e del “siamo in testa”, del Prodi sembra un bulldog e dei comunisti che bollivano i bambini.
    Non ci resta che aspettare con ansia novità e colpi di teatro.

  5. […] che il Prof è l’attuale Presidente del Consiglio. Originalità italiche. Again”. Mentre su Politicaonline.it, Alessandro Chiappetta paragona i partiti alle squadre di calcio e la composizione delle liste al […]

  6. Tommaso Ederoclite ha detto:

    Sempre sulla metafora calcistica c’è un bell’articolo di Diamanti su La Repubblica.

  7. sinigagl ha detto:

    Quisi fa campagna acquisti: l’avranno fatta nelle zone giuste? Dal nuovo sito politiche08.org si evince chiaramente che il voto al Senato potrebbe portare ad un pareggio! La legge elettorale ha un effetto perverso: il PdL potrebbe conquistare 14 regioni su 20 ed ottenere come risultato di avere gli stessi seggi della maggioranza dell’Unione nel 2006, ovvero 158. L’effetto è dato dalle tre distorsioni effettuate dal “porcellum”: per prima cosa tutto è fatto a livello regionale, si tratta in verità di 20 piccole elezioni e non di una elezione nazionale, con ben 8 regioni “in bilico”, ovvero con un distacco minore del 4% tra PdL e PD. E’ chiaro quindi che il guadagno o la perdita di anche una sola regione può essere sufficiente per passare dalla vittoria alla sconfitta per una coalizione. Poi non viene premiato chi vince “molto”: se una coalizione è vicina al 55% non vengono assegnati seggi in premio, questo penalizza il PdL che in alcune regioni non riceve senatori in più. Infine la soglia di sbarramento dell’8% ne mette in forse il superamento da parte dell’UDC (in quasi tutte le regioni) e della Sinistra Arcobaleno (in molte regioni): questi seggi potrebbero andare di volta in volta all’una o all’altra delle coalizioni maggiori, cambiando così radicalmente la composizione del Senato.

  8. kyko ha detto:

    Il linguaggio negli ultimi anni sta diventando sempre di più lo stesso, ma credo che l’Italia sia un paese ancora più atipico , perchè l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi è anche il presidente di una delle più importanti società calcistiche italiane (caso credo unico al mondo) , la mia domanda è questa (ci ho pensato + volte) : “Secondo voi c’è un vantaggio elettorale dovuto al fatto che Berlusconi risulti già “vincente” anche nello sport più seguito dagli italiani ?”

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