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Anomalo italiano. Il punto

Forse la cosa più inquietante del trionfo del Signor B. è la sua strisciante normalità, che non ha portato gente nelle piazze, e ha fatto calare il sipario sui salotti televisivi già a mezza sera, sgonfiando le ansie dell’attesa e perfino smussando la delusione degli sconfitti, pregni di una rassegnazione che certe volte è una specie di marchio di fabbrica. E’ questa normalità a condizionare commenti ed analisi in questi primi giorni di Berlusconi ter (che poi in realtà è quater, avendo presieduto due governi tra il 2001 e il 2006, dopo un rimpasto lampo) che scava più nelle viscere dei partiti in crisi, e che forse rispetta talmente tanto il pronostico da non meritare studi.

Il punto è che con la sua vittoria Berlusconi sta già lavorando per entrare nella storia, se è vero che minaccia “misure impopolari” e sembra stia avendo un basso profilo che ben si confà alle sue ambizioni da statista, le stesse che la storia riconsegnerà nel tempo a Romano Prodi, un gentiluomo sulle cui capacità si può discutere, ma della cui statura morale e del cui senso dello Stato, si è forse parlato fin troppo poco. Berlusconi un po’ per i nomi che dovrebbero comporre il suo governo, un po’ per la fiducia degli italiani, indipendentemente dai flussi elettorali, dà l’idea di poter puntare ad un ciclo di governo meno scellerato e meno folle, meno teatrale e più equilibrato quantomeno nei modi e nei toni. E’ un’impressione, probabilmente, che sotto certi aspetti può rendere ancor più preoccupante il quadro politico, perché meno prevedibile. Ma col tempo i nodi verranno al pettine con la Lega e col Mpa, due Italia che si contrapporranno ben oltre il netto del peso politico ed elettorale, e che lui dovrà mettere d’accordo. E poi perché, per quanto siano meno impellenti le sue priorità giudiziarie (per quanto abbia comunque due processi in corso a Milano, uno a Napoli più un’inchiesta a Roma), non rinuncerà a tutelare i suoi interessi e a vendicarsi di chi, tra il mondo dell’informazione e quello giudiziario, gli fa la guerra da tempo. Lo farà a suo modo, calpestando le regole e flirtando con la Chiesa, a suon di editti da smentire il giorno dopo, trovando così nelle leghe di ogni ordine e grado la propria sponda perfetta.

Ma la legittimità popolare con cui va al potere, già scarnificata dall’oblio sui presunti brogli contro i quali si era scagliato timoroso e tattico (si ritornerà a parlare di quelli del 2006, da cui è di fatto cominciato tutto?), consegna all’Italia un Berlusconi che ha smesso i panni dell’eccezione per indossare quelli della regola. Il ghigno beffardo dei giornali stranieri, consapevoli della ovvietà del pronostico, accompagnava il giudizio sull’Italia irrecuperabile, di nuovo vassalla degli Usa e compagne di merende della Russia, quasi celebrando farsescamente quell’Italia che non cambia mai. Da noi no. Anche illustri commentatori vicini alla sinistra hanno glorificato il leader del Pdl, illustrando i segreti del suo successo, molti dei quali verosimili e ragionevoli. Scordando però che dopo 14 anni di bombardamento mediatico, di distorsioni informative e indottrinamento culturale del suo mondo televisivo oramai gli italiani non lo votano “per assomigliarli”, ma perché già gli assomigliano troppo e quasi non riescono a liberarsi di lui, del suo modo di fare, del suo mondo di lustrini e vocaboli, di etichette e tendenze che hanno rivoluzionato il costume del paese, soprattutto dal punto di vista sociale. Non più solo la forma, oramai, la profonda sostanza di ogni piano strutturale, sociale, economico, politico. E se prima non credevano ai teoremi giudiziari, sottovalutavano i modi “duceschi”, perdonavano le gaffe internazionali, negavano il conflitto di interessi e non facevano caso ai ponti cifrati lanciati dai suoi collaboratori condannati per mafia, adesso ammettono ogni cosa, ma la giustificano, decidono che non è importante, che vale più la rassicurazione del vecchio conservatore che la compromissione dell’uomo d’affari, l’arruolamento di tanti impresentabili, l’ignoranza di chi “non ha tempo per leggere libri”.

A margine si possono trovare numerose interpretazioni sui flussi elettorali e sulle dinamiche del voto. Probabilmente gli italiani, consci della recessione in atto, hanno voluto premiare chi ha saputo indorare la pillola rispetto al più sincero Veltroni, che meno ha nascosto lo stato dei conti e le convergenze negative dell’economia globale che proietta sul nostro paese la scure di un ridimensionamento sociale già in atto. Rigettando così l’idea che gli italiani oggi siano un popolo che consuma più di quello che produce e vive al di sopra delle proprie possibilità, Berlusconi ha di contro proposto misure popolari di impatto immediato (come il taglio dell’ICI che di fatto metterà in ginocchio i comuni), che fanno gola ad ogni cittadino, ma che preoccupano quelli che riescono ad avere visione prospettica e sguardo d’insieme. Si può sostenere che il bisogno di sicurezza e le campagne stampa contro l’immigrazione hanno favorito la Lega, premiata anche perché forte di un radicamento territoriale (è di fatto il partito più vecchio dell’arco costituzionale, l’unico che proviene dalla prima repubblica, ma la supera meglio dei tanti partiti nuovi), ma ancorata ancora ai vecchi rigurgiti di intolleranza dei tanti Gentilini del Nord Italia, e chiamata stavolta alla vera prova di maturità politica e soprattutto istituzionale. Si può attaccare Veltroni proprio per la sua politica morbida nei confronti dell’avversario, per il processo di accentramento del Pd, o dargli ragione sull’errata percezione del lavoro di Prodi, laddove la cattiva stampa e il gioco politico hanno forse confuso il governo (e i suoi risultati apprezzabili rispetto al contesto in cui ha operato) con la babeliana maggioranza che l’ha appoggiato, e di cui l’esecutivo di Prodi era espressione in gran parte ma non del tutto. O si può cantare il de profundis alla sinistra il cui harahiri era nell’aria, inchiodato ai soliti equivoci sul conflitto tra palazzo e piazza, incapace di sganciarsi dai propri limiti, e che ha smesso di parlare alla gente in modo diretto, dimenticando che gli operai di oggi sono troppo giovani per ricordare Berlinguer e hanno quindi bisogno di risposte che non possono certo trovare nel passato, come i loro delusi padri.

Ma si scorderebbe l’evidenza più grande che il 14 aprile porta in dote. Il fatto che per l’Italia di oggi Berlusconi non è più l’ anomalia ma la prassi, che per l’Europa ad essere diventato ancora più anomalo è l’intero paese. E che nella nascita del “berlusconesimo” si compie forse del tutto anche il funerale del voto ideologico sostituito dall’impellenza del “qui e ora” che ha guidato la matita degli elettori verso il linguaggio più semplice, le risposte più immediate, le strade più vicine all’interesse personale, talvolta magari mal calcolato ma veicolo per lenire l’insoddisfazione ed esorcizzare la preoccupazione su cui il fascinoso populismo di Berlusconi ha fatto ancora una volta breccia.

Articolo pubblicato su Aprileonline e su Politicaonline con il permesso dell’autore

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4 commenti

  1. berny ha detto:

    Non credo sia il caso di lasciarsi attirare da analisi complesse o proporre scenari dell’altro mondo, ne’ trattasi qui di un caso anomalo, tutt’altro. Come nella vittoria del Bush 2 – inattesa e imprevista solo per gli occhi piu’ “policitizzati” e pensando a chissa’ quali complesse dinamiche globali – anche qui la chiave sta, appunto, proprio negli interessi personali e nelle risposte piu’ immediate. Il che conferma l’importanza e l’evidenza di un territorio individuale della politica, il fatto che questa si gioca ormai nel backyard proprio e del vicino di casa, che occorre parlare sempre piu’ individualmente a ciascun cittadino. Nonostante Bush 2, neppure in Usa cio’ e’ chiarissimo, ma di certo poggia sull’individualismo che da sempre guida la societa’ anglosassone – e cio’ e’ di certo un “vantaggio”, nel senso che (ormai tutti sanno che) ben pochi leggono o s’informano sul serio, la fetta di analisti o semplici individui interessati a discutere si restringe sempre piu’. E chi va poi a votare e’ una larghissima minoranza – nel pieno rispetto della volonta’ e delle norme stabilite dai Founding Fathers.

    In paesi come l’Italia si pensa esista invece un qualche tipo di corpo sociale quando cosi’ non e’, forse perche’ mancano finanche le basi storico-ideologiche per pensare in termini di singoli, sia come target che come origine del discorso politico. In maniera sempre piu’ analoga al Bush, Berlusconi sfrutta e alimenta queste discrepanze per raccogliere consensi su una varieta’ di temi minimi e circoscritti, sugli interessi speciali e del localissimo, sommando cosi’ le insoddisfazioni individuali o di ambiti iper-ristretti. E i democratici qui, come il PD in Italia, non sanno ne’ vogliono impegnarsi davvero nel porta a porta, meno che mai tramite gli strumenti online che pure ben si funzionerebbero ad uno scopo simile – pur se e’ vero che occorre tempoe e sperimentazione.

    Il risultato e’, ad esempio, che McCain e’ avanti in certi sondaggi e che con tutto il can-can tra Clinton e Obama, il vincitore potrebbe essere davvero il terzo incomodo – cioe’ il Bush 3. Confermando cosi’ la vittoria di un microcosmo politico assai piu’ cruciale nel determinare la politica odierna, almeno nei contesti occidentali (anche il caso Sarkozy e’ analogo). Che poi alle spalle di questi “statisti” ci sia il vuoto sociale, non deve sorprendere. Anzi, sono proprio la lontananza e il disinteresse quotidiano ad alimentare tale microcosmo e a creare quei giardini recintati che (offline come online) sono linfa vitale di certi populismi.

  2. antonio rossano ha detto:

    Sono convinto, come dice bernardo, che in quello che è successo non ci sia nulla di complesso o dell’ altro mondo, piuttosto che sia dovuto alla totale mancanza di un legame, o di una semplice comprensione, con la realtà ed i problemi della gente.
    Non è importante, se vogliamo pensare a costruire un futuro diverso, CHI ha vinto, anche perchè se ha vinto costituisce, in una democrazia rappresentativa, la espressione della volontà del popolo sovrano.

    E’ importante, io credo, PERCHE’ ha vinto e quale sia stato il “misunderstanding”, l’ errore.

    Qualcuno più su parlava di Vendola, o della Lega: sono forse le due espressioni più tangibili di come le diverse visioni della realtà abbiano prodotto un risultato concreto.
    La Lega al nord, come Vendola in Puglia, come De Luca a Salerno, e tanti altri amministratori attenti e competenti, è stata la incarnazione delle esigenze reali della popolazione, prima ancora di rappresentarne territorialmente una parte.

    La gente, senza purtroppo, non ha più bisogno delle ideologie.

    Le persone devono poter avere uno stipendio che li porti alla fine del mese, a crescere i loro figli con una speranza, a non sentirsi deprivati da politiche di immigrazione malgestite.

    Si, è scandaloso forse per qualcuno accettare che la Lega abbia vinto anche per questo, ma è anche questo che bisogna cambiare: non bisogna più GIUDICARE, MORALIZZARE in base ad una ideologia, ma capire, comprendere le esigenze profonde e concrete delle persone ed incanalarle in una visione completa della realtà, che da queste non possa prescindere.

    Se la gente si sente minacciata dall’ immigrazione è perchè questa non è stata gestita correttamente, non si sono sentiti “garantiti” dallo Stato: negli Stati Uniti sarebbero corsi ad acquistare una semiautomatica, quà hanno sparato le poche cartucce che avevano, il loro voto.

    L’ ICI non è stato il motivo del successo di Berlusconi, piuttosto la libertà che gli è stata concessa di monopolizzare il sistema radiotelevisivo e dell’ informazione, condizionando profondamente la “cultura” della gente.
    E chi lo ha consentito? CHI non ha promulgato leggi in difesa della democrazia e del pluralismo?
    La sconfitta di Veltroni era sicuramente inevitabile, anche perchè Veltroni NON poteva rappresentare qualcosa di diverso da ciò che, fino al giorno prima, era stato.

    Ed è vero che la distruzione della Sinistra Arcobaleno è stata dovuta alla cannibalizzazione del voto utile, non alla scomparsa delle persone di sinistra. Anche io ho fatto questa scelta, che, come avevo con largo anticipo annunciato, era “la meno peggiore”.

    Anche telefonare a Berlusconi per fargli i complimenti E’ UNA CAZZATA, roba ridicola, falsa ed ipocrita, che prende per i fondelli soltanto chi è stato sconfitto: gli altri, i vincitori, si sono fatti matte risate.

    E adesso?

    Il mio punto di vista è che bisogna cambiare profondamente gli schemi, rinunciare alle ideologie come argomenti, ma utilizzarle come percorsi.
    Andare incontro alla gente, ricostruire il dialogo sul territorio, raccogliere i pezzi senza incollarli, ma considerandoli, come in un processo di moltiplicazione cellulare, come parti che possano separatamente generare nuove entità.

    DOBBIAMO cambiare, tutti.
    Cambiare il modo di parlare e di comunicare: ora veloce, rapido, disattento, ma ricco e farcito di terminologie tecniche e vacue.
    Dobbiamo cominciare a parlare il linguaggio delle persone, dei bisogni, della loro umanità.
    Anche perchè molte altre possibilità non ci sono: Berlusconi continuerà ad avere le sue TV e giornali, e spazi per gli altri non ce ne saranno molti.
    Rimboccarsi le maniche, per chi ha voglia di lavorare, e olio di gomito.

  3. Ale ha detto:

    Veltroni ha tanti demeriti, più che colpe, ma la telefonata a Berlusconi penso sia un gesto opportuno che dovrebbe andare oltre qualunque disamina. E’ ben diverso dal porgere la guancia all’inciucio. E’ buona educazione, sportività, correttezza. E non tutti ce l’hanno, dubito che Berlusconi gli avrebbe mandato il suo “giovanile” sms. Discutiamo di tutto, ma se rinunciamo al diritto di farci rappresentare da un leader educato e col senso dello Stato (che magari tanto per cominciare non punti un mitra contro una giornalista russa..), allora è inutile qualunque progetto politico.

  4. antonio rossano ha detto:

    …. mi spiace: preferisco all’ educazione l’ intelligenza, ritengo inoltre banale qualsiasi commento su Berlusconi ed i suoi comportamenti.

    Continuare a banalizzare un gruppo , capace di costruire , gestire, raggirare è una sottovalutazione che non possiamo più permetterci.
    Dietro le fesserie che spara a raffica il cavaliere c’è un apparato, un sistema di potere.
    Il primo a sottovalutarlo fu, ahilui, ai tampi della bicamerale, D’Alema.
    Tutti continuano a fare questo, incluso Veltroni.
    Purtroppo questi signori, anche se ci appaiono amorevolmente “stupidi” o “giovanili” controllano profondamente lo stato e ne conoscono bene i meccanismi.

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