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La rivelazione dello ZAR

«Dietro alla decisione della Georgia di inviare truppe in Ossezia del sud c’erano gli Stati Uniti, nel tentativo di facilitare la campagna elettorale di uno dei candidati in corsa per succedere al presidente, George W. Bush». (Repubblica.it 29/8/2008)
La Georgia è geograficamente e politicamente situata nella non invidiabile posizione di “ultima frontiera” tra il mondo occidentale filo-statunitense ed il nuovo impero della Russia Putiniana. E’ un territorio bollente di per sé, nella estrema periferia delle zone più calde del pianeta, come l’IRAN ed il Caucaso.
Senza voler considerare la sua posizione strategica come possibile percorso per oleodotti e gasdotti direzionati al Mediterraneo dal Kazakistan, attualmente “costretti” ad attraversare il territorio russo ed a pagare, quindi, la tangente allo ZAR.
Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, la Georgia è divenuta sempre più centrale negli interessi statunitensi, sino alle recenti proposizioni di integrarla nella Alleanza Atlantica.
E’ evidente che una tale polveriera prima o poi dovesse esplodere.
Ed il ragionamento che mi riporta alla succitata dichiarazione di Putin, è proprio questo: tra il prima ed il poi, perché si è scelti proprio il “maledettamente subito”?

Se chiunque avesse osato ipotizzare quello che Putin ha dichiarato, e cioè che l’interesse dell’amministrazione Bush nello spingere la Georgia alla contrapposizione con Mosca, è quello di garantirsi una “continuità” nel candidato repubblicano, il senatore John McCain, sarebbe stato giudicato come un pazzo visionario nella peggiore delle ipotesi, dietrologo nella migliore.
Ma lo ha detto lo ZAR e questo, al di là di ogni ulteriore considerazione, rende l’enunciato molto autorevole, al di là delle interpretazioni o delle motivazioni che ad esso possano essere attribuite.
E’ palesemente riconosciuta la dipendenza della opinione pubblica americana dai media e la propria suscettibilità di fronte alle emergenze ed ai pericoli “potenziali” provenienti dal mondo esterno.
Non è un caso se la politica interna di quel paese, durante il primo mezzo secolo del secondo dopoguerra mondiale è stato fortemente caratterizzato dalla guerra fredda e uomini come Joseph McCarthy abbiano potuto instaurare nel paese, su tali profonde paranoie collettive, un vero e proprio regime a sostegno del Governo.
Ed è così nei regimi democratici che il potere viene gestito: l’unità della nazione di fronte al nemico usurpatore, consente e lascia passare in secondo piano le problematiche dello stato sociale, dell’uguaglianza razziale, della distribuzione delle ricchezze.
Appare pertanto credibile l’ipotesi di putiniana matrice, che un clima di forte tensione internazionale, possa avvantaggiare fortemente il candidato del partito guerrafondaio, della Nazione Invincibile, delle armi, piuttosto che non l’uomo mezzo bianco e mezzo nero che urlando al cambiamento, va predicando lo stato sociale.
E più che apparire ipotesi, sembrerebbe proprio un teorema, dimostrato, in questi giorni, dalle nuove proiezioni sulle prossime elezioni presidenziali: McCain che, fino a giugno, appariva nettamente superato da Obama, oggi viene dato due punti percentuali sopra.

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