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Dal Governo sull’Università tante parole ma un nulla di fatto

Il Decreto legge recentemente approvato fa emergere le difficoltà del Governo rispetto alle grandi mobilitazioni di queste settimane mostrando come il conflitto serva e che la lotta per la tutela dell’università pubblica debba proseguire senza cedimenti, anche perché nessuna risposta viene data rispetto alle grandi questioni sollevate dall’Onda. Il governo, con la complicità del partito democratico che ha deciso di vestire il ruolo di mediatore di conflitto, mostra i primi segni di cedimento e scommette sulla smobilitazione attraverso un provvedimento fantoccio in cui, dietro la parvenza di alcune piccole concessioni, mantiene solido l’impianto regressivo presente nella legge 133 che deve essere seplicemente ritirata. Prevedibile la reazione accondiscendente della finta opposizione parlamentare e di alcuni rettori che fin dall’inizio hanno vissuto con imbarazzo il ruolo di agenti di conflitto e trovano oggi il pretesto per tirarsene fuori.
Nel decreto si confermano i tagli. Questo porterà gran parte degli atenei a sforare i vincoli di bilancio nei prossimi tre anni facendo scattare quasi ovunque il blocco di fatto delle assunzioni con ricadute gravi su didattica e ricerca. Permane inoltre la possibilità, che per alcuni atenei diventerà una necessità, di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Pertanto l’approvazione del decreto non fa in alcun modo venir meno le motivazioni della protesta.
Ciò premesso crediamo che le novità introdotte dal governo vadano analizzate nel particolare. Moderatamente positivo è il nostro giudizio sulle nuove regole per il reclutamento dei ricercatori (abolizione di scritti e orali, membri esterni nominati per sorteggio, criteri unici nazionali per la valutazione dei titoli), perché vanno nella direzione auspicata dalla parte sana del mondo accademico e dalle associazioni dei precari. Dobbiamo però tenere alta l’attenzione sulla definizione dei criteri di valutazione che il governo non specifica e che a nostro avviso andrebbero discussi democraticamente, non demandandone la definizone solo al Consiglio Universitario Nazionale, facilmente esposto alle pressioni dei potentati accademici.
Positiva è l’introduzione del vincolo di destinazione del 60% del budget all’assunzione di nuovi ricercatori che recepisce la richiesta di contrastare le piramidi rovesciate favorendo potenzialmente l’ingresso di giovani ricercatori attualmente destinati a infoltire la già troppo vasta schiera dei lavoratori precari. Ma il governo non si smentisce inserendo nel decreto la clausola con cui si consente alle università di utillizzare quelle risorse per assumere ricercatori a tempo indeterminato o determinato. Questa formulazione, oltre a costituire un grave passo verso la definitiva precarizzazione della figura del ricercatore universitario, vanifica di fatto il vincolo di destinazione. È infatti prevedibile un aumento di assegni precari della durata di sei mesi in modo da recuperare rapidamente risorse da utilizzare quasi esclusivamente per gli avanzamenti di carriera. Chiediamo un investimento straordinario per il reclutamento di nuovi ricercatori a tempo indeterminato o, in subordine, si dovrebbe quanto meno stabilire che i soldi recuperati alla scadenza di un contratto a T.D. non possano essere utilizzati per finanziare gli avanzamenti di carriera. Chiediamo inoltre che la figura del ricercatore a tempo determinato divenga sostitutiva non del ricercatore a tempo indeterminato, ma di tutte le altre figure precarie prive dei diritti fondamentali del lavoratore (maternità, ferie, orari, tutela della salute e della sicurezza, tredicesima mensilità, protezione in caso di vacanza contrattuale, contributi previdenziali) attualmente presenti nelle università e negli enti di ricerca.
Per quanto riguarda i concorsi da professore ordinario e associato, la novità introdotta del sorteggio nell’ambito di una rosa di nomi precedentemente eletta non avrà di fatto alcun impatto sostanziale sullo svolgimento dei concorsi stessi. Quindi avrà solo l’effetto di allungare i tempi dei concorsi già banditi dal momento che, visti i tagli, difficilmente ve ne saranno altri.
Condividiamo la scelta di mantenere il piano di reclutamento straordinario approvato dal governo Prodi e di escludere i 3000 posti ancora da bandire dai vincoli sul turnover. Il governo deve però cancellare il comma del decreto che esclude gli atenei “non virtuosi” dall’assegnazione di questi posti, facendo ricadere sui giovani e i precari le responsabilità finanziarie di organismi amministrativi alla cui elezione essi attualmente non partecipano. Tale novità è addirittura peggiorativa rispetto alla stessa legge 133.
Piccole novità procedurali per abbasire dunque lo spirito critico di rettori e partiti centristi di pseudopposizione. Ben poco rispetto alla domanda di civilizzazione espressa dall’Onda anomala che per questo non ha ragioni per smobilitare. Il 14 il grande sciopero del comparto universitario che vedrà riversarsi ancora una volta decine di migliaia di studenti e ricercatori nelle strade di Roma, e poi, il 15 e il 16, l’assemblea nazionale del movimento in cui riaffermeremo le ragioni della nostra lotta, rivendicheremo la nostra opposizione alle politiche di questo governo ma anche alle complicità malcelate del PD e delle forze centriste. Saremo ancora una volta in piazza per gridare il nostro progetto di università di massa e di qualità dentro un modello di società libero dallo scontro irrazionale tra capitali.

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1 commento

  1. fiorenzo parziale ha detto:

    Ciò che serve alla nostra università è la ricostruzione del senso pubblico attraverso nuove regole relativa all’organizzazione del lavoro, alla gestione trasparente dei fondi, al reclutamento del personale. è strano che ogni governo non metta mano ad una razionalizzazione della spesa per l’università attraverso l’abolizione del part-time accademico (ben diverso dal part-time degli altri comparti), limiti restrittivi sugli incarichi professionali, un riequilibrio della stratificazione salariale del personale di ricerca, per non parlare di una pianificazione della spesa pubblica che favorisca scuola,ricerca e servizi sociali, piuttosto che burocrazia parassitaria, forze militari e prebende politico-professionali. La stella polare dell’Onda dovrebbe essere, a mio avviso, la ricostruzione del senso pubblico dell’università; questo senso è avversato da un sistema in cui corporazione accademica, come appendice della stessa struttura ideologica dello Stato, e sistema burocratico-politico hanno fatto la parte del leone. Oggi, contro questo sistema le forze neoliberali fanno finta di scagliarsi, ma il vero intento è svuotare una corporazione per farne un’altra. Bisogna muoversi così sia contro il managerialismo che sussume le professioni intellettuali sotto la logica di mercato, sia contro il professionalismo tradizionale, obsoleto rispetto alla società attuale. E’ il senso della res pubblica che l’Onda deve ricostruire..compito arduo, ma l’unico attuabile per fuggire a due nemici che nella realtà di tutti giorni sanno anche convivere.

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