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C’era una volta il fattore N

Leggo, rileggo, analizzo, mi confronto con amici e colleghi. Ma in tutta la torbida e squallida vicenda della Vigilanza Rai c’è un aspetto che non riesco a togliermi dalla testa. E’ un tarlo, più forte dell’esame delle vendette politiche consumate da chi voleva fare lo sgambetto a Di Pietro (che è caduto in piedi) e chi puntava a mettere in cattiva luce Veltroni (completamente attapirato, direbbero in tv). Il tarlo si chiama Riccardo Villari, manco a dirlo. E l’aspetto si chiama Napoli, soprattutto. Il faccione borioso e fiero di chi ha vinto a casinò e lo sguardo obliquo di chi è convinto di saperla lunga dominano le tv all’ora di punta, il suo primo piano con cravatta regimental ci saluta dalle prime pagine dei giornali. L’ennesimo trasformista all’italiana ha una storia personale confusa ma nota, un’ambizione politica ben precisa, e sangue partenopeo che scorre nelle sue vene di epatologo di successo, al punto che nel suo curriculum sventola fiera la tessera di Presidente del Napoli Club Parlamento (parliamo di calcio). Eccolo, il punto. Per l’ennesima volta Napoli è sinonimo di furbizia e slealtà, astuzia strategica e doppiezza politica. In principio fu Sergio De Gregorio, transfugo dal centrosinistra a pochi giorni dalla vittoria dell’Unione, o lo stesso Clemente Mastella, da anni pendolante tra i poli, rivendicando il suo centrismo e sostenendo che a muoversi sono gli schieramenti e non lui, ancorato al suo feticistico scudocrociato. E allora viene da chiedersi se è solo un caso, o se è legittima la sottolineatura di quegli editorialisti che puntano il dito sulla napoletanità di questi personaggi, alla ricerca del loro posto al sole e dei loro pochi giorni da leone, prima di rientrare in un lauto anonimato politico, sempre in qualche modo da vincitori.

Riccardo Villari ha chiesto la poltrona di sindaco di Napoli in cambio delle sue dimissioni dalla vigilanza, e probabilmente metterà all’asta la sua candidatura (potrebbe essere un carta del centrodestra per il 2011), alzando la posta della sua cifra politica. Ha sponsor importanti (Velardi, D’Alema, Rutelli), e una carriera assicurata. De Gregorio ha fondato un suo movimento, fedele a Berlusconi e sempre prodigo di iniziative di sapore nazionalpopolare. Oggi è in disparte, ma solo per i media. Mastella è fermo un turno, inghiottito dalla sua stessa bulimia politica, ma c’è da giurarsi che saprà ripresentarsi e riciclarsi a dovere già nei prossimi mesi. Tre esempi che fanno pensare al peso politico che Napoli ha sempre avuto, e a come sia un po’ mutato nel tempo, trasformandosi anch’esso.

Culla culturale e intellettuale dagli albori della Repubblica, capace di dare i natali a molti dei padri costituenti, luogo d’origine di tre presidenti della Repubblica, e figlia di una tradizione che da Croce ad Amendola, da De Martino a Ernesto Rossi ha prodotto parte delle migliori personalità politiche italiane, Napoli negli ultimi anni si è incartata in un modo di far politica che sembra volto all’indietro. Il ritorno di un sistema di collusione criminale esploso in tutta la sua drammatica evidenza, e non più sottotraccia come negli anni ottanta, e il riflusso di una classe dirigente sempre meno preparata ne hanno fatto una provincia di Roma dall’importanza relativa. Lontani gli anni contraddittori in cui l’establishment della DC si identificava con la Campania, e l’impavida linea politica dei Gava e dei De Mita portava Nusco o Castellammare a Palazzo Chigi, con una valigia di rapporti ingombranti, ma anche di fiuto politico e capacità strategica. E sia chiaro che non si tratta di un’apologia del clima dei primi anni ottanta, del sacco irpino post-terremoto e delle visite in pompa magna all’ergastolano Cutolo nel carcere di Ascoli Piceno. Ma è innegabile che qualcosa sia cambiato, e che al di là di rare eccezioni, come lo stesso Giorgio Napolitano o tanti emigrati (tra cui Tranfaglia e D’Ambrosio), la Campania non sia stata più in grado di proporre personalità di rilievo anche dal punto di vista accademico, culturale, intellettuale, che si affacciassero sulla politica nazionale. Basti pensare come nei giorni scorsi una trasmissione Tv abbia riabilitato Giovanni Leone, vittima sacrificale dei giochi interni alla Dc successivi al caso Moro, e comunque giurista di spessore benché uomo politico di alterne fortune, o che all’appello manchino anche figure di contatto tra politica e società come lo sono state Antonio Ghirelli, Massimo Caprara, Gerardo Chiaromonte, senza andare troppo dietro nel tempo. Possibile che dopo l’egemonia campana della Dc, lentamente Napoli sia diventata periferia della politica italiana?

E’ fuori di dubbio che il berlusconismo abbia spostato verso nord l’asse politico, fomentando e legittimando fenomeni un tempo locali come la Lega, e che la personalizzazione della politica abbia fatto il resto. Molti voti Veltroni li ha persi per la sua romanità, che ha visto nel suo mondo di cinema e salotti soltanto le proiezioni di un clan allargato, legato a doppio filo alla capitale. Quello, per intenderci, che va a sedersi sul divano di Serena Dandini, e che ne ha fatto unicamente un sindaco “taglia nastri”. Ed anche il contributo al dibattito di giornali e tv ha incamerato in sé una sorta di “federalismo” che ha regionalizzato lo scenario, insistendo sulle differenze sociali e politiche tra nord e sud, che i giornali cavalcano anche per fini commerciali e di distribuzione (si pensi che la metà delle copie del Corriere della Sera vanno in Lombardia e l’altra metà nel resto d’Italia, un dato tradizionale, ma consolidatosi negli ultimi anni). In ultimo anche l’elezione diretta del presidente di regione ha cambiato le carte in tavola, dando peso e visibilità ad un ruolo fino a quel momento (primi anni 90) sbiadito, e che invece ha acquistato negli anni importanza, potere esecutivo e prestigio politico, creando dei Governatori all’americana diventati piccoli vicerè e nuovi interlocutori della rappresentatività politica (e talvolta clientelare) un tempo delegata a chi entrava in Parlamento.

Napoli ha subito questi cambiamenti sistemici, ma ha anche pagato il suo atavico chiudersi su sé stessa. Ha sofferto più di altre città la mortificazione culturale della politica televisiva, ha scontato l’abbandono delle istituzioni e la mancanza di investimenti sul futuro, nuovamente inghiottita dalla piovra camorristica che oggi la pervade senza speranza. Non ha saputo rispondere adeguatamente alle sfide del nord, e ha perso la sapienza beffarda degli anni d’oro. Non ha scommesso sul futuro durante gli anni Ottanta, trovandosi oggi una classe dirigente legata a doppio filo alla filosofia berlusconiana, e che non ha niente né della intelligenza politica, né del rigore morale, né della qualità culturale di tutti quei padri che l’hanno fatta grande. Certo, la politica nazionale non sta meglio, e Napoli alle volte ne sembra lo specchio fedele. Ma la sensazione è che il cammino sarà lungo, a maggior ragione viste le vacche magre in tema di scuola, università e cultura. E non solo per ritrovare nostri concittadini nei posti importanti (consolazione pleonastica ma non troppo), e con il merito e lo spessore dovuto. Ma per recuperare una dimensione politica e culturale che questa città merita, al di fuori di ogni retorica.

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7 commenti

  1. Rosanna De Rosa ha detto:

    Chiaro e puntuale. Mi hai ricordato Ermanno Rea di Mistero Napoletano. Se non lo hai letto…fallo. Una scrittura, la sua, pungente e dolorante allo stesso tempo che fa il punto sul comunismo napoletano ed è capace di farti sentire odori e sapori di un tempo che non è mai del tutto passato.

  2. Tommaso Ederoclite ha detto:

    Grande Ale!! Brillante come sempre!!

    Sul tema ti giro il titolo di un testo uscito la settimana scorsa e che ti può sicuramente interessare…l’ho letto e ci sto facendo una recensione. E’ scritto da Lucio Iaccarino e si intitiola
    Napoli bene. Salotti, clienti e intellettuali nella capitale del Mezzogiorno (Ediesse) 10 euro
    Breve prefazione:
    “Lucio Iaccarino ripercorre la storia sociale e politica napoletana: da Lauro a Gava, agli opachi anni Ottanta, per finire con il disincanto della Iervolino, il disastro dei rifiuti e le denuncie di Saviano. È il racconto della Napoli istituzionale, dalle università alla società civile, ai motivi di complicità che mescolano classi dirigenti, malcostume e illegalità. Un’occasione per riflettere sulle debolezze delle politiche pubbliche nel Mezzogiorno e sulle possibili vie per risollevare le sorti della sua capitale, insieme all’autore e a Titti Marrone, Aldo Masullo e Silvio Perrella”.

  3. eve ha detto:

    Oltre al Fattore N, che diviene fattore Campania anche negli esempi citati, vorrei aggiungere il Fattore D di donna.Mi vergogno che l’unica donna, giovane e campana, attualmente Ministro, sia Mara Carfagna.Mi pare un’offesa all’intelligenza di tutte noi giovani campane, vista la sua storia politica, umana e professionale. Se la mia Regione premia una come lei..stiamo messe davvero male..non vi pare?
    http://www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp?prop=invasioni

  4. Tommaso Ederoclite ha detto:

    Quoto Eve.
    Credo che la peggiore offesa che si potesse fare alle donne sia quella di mettere una ex soubrette alle PARI OPPORTUNITA’.
    Al di là del curriculum del ministro, ciò che mi da fastidio è la tendenziosa volontà di far emergere un profilo di donna istuzionale preciso e che vede nella Carfagna il suo massimo rappresentante. Guardate che ce la ritroveremo alle prossime elezioni regionali come candidato del PDL.

    …cresciuto con le letture delle “imprese” della Iotti posso solo dire…PERDONACI NILDE….

  5. eve ha detto:

    guarda tommy ti dirò di più:nell’intervista alle “invasioni barbariche” la Carfagna ha detto una cosa veramente grave, ribadendo che lei non crede nell’egalitarismo.e allora che parità di opportunità dovrebbe garantire?
    io temo davvero che possa guidare la Regione Campania del dopo Bassolino:la gente è stanca della politica del Governatore e si butterà sulla novità, qualunque essa sia, compresa la Carfagna.Che dire?povere noi..

  6. Nessuno ha detto:

    Trovo arrogante e fazioso il giudizio su Napoli che rispecchia il sistema Italia, partorito proprio da “mani sporche”. Con Di Pietro e soci, si è avuto un colpo di Stato, si sono tagliate le radici, ai partiti, che nel bene e nel male hanno fatto la storia d’Italia, senza questa scuola che creava la classe politica, si è ottenuto l’introduzione di civili qualunque in politica, con le conseguenze dei giorni nostri.
    Abolendo PC, DC, PSI, distruggendo le ideologie e i valori storici che rappresentavano questi simboli oggi siamo allo sbando non cacciando i colpevoli, ma distruggendo i partiti.
    Con la seconda repubblica (il minuscolo è voluto) si è buttato via il bambino con l’acqua sporca.
    Con Asinelli, Margherite, Verdi, Arcobaleno, Forza Italia.
    Si è distrutta l’Identità del nostro Paese.
    E’ ovvio che non solo Napoli, ma a pioggia tutte le Regioni, oggi sono in situazioni pietose grazie appunto ad una classe Dirigente che non viene più dalla gavetta ma improvvisa.
    Tutto questo appiattimento è responsabilità di tutti gli italiani, che hanno preferito trasformare il il significato di voto,che doveva essere l’espressione di un progetto condiviso per il miglioramento della comunità in cui si vive, trasfomato in squallido voto di piaceri clientelari, e di parte.
    Questo è dipeso dal non sentirsi figli della terra italiana, come i nostri nonni sentivano quel rispetto,educazione, responsabilità che li ha portati a morire per lItalia i colori del verde,bianco e rosso hanno avvolto quei cuori con la speranza di un Italia che si sentisse Nazione.
    Noi oggi abbiamo ucciso quei sogni, troppo presi dai nostri orticelli ,venduti ad un posto di lavoro non procurato col sudore, ma regalto col voto.
    Venduti ad una casa, non procurata di diritto, come sancito dalla Costituzione ma regalata per un voto.
    Venduti ad una immagine finta di protagonismo.
    Venduti ad un vita di inchini, tagliamo le ali alla mente.
    Oggi, non possono emergere talenti, in nessun campo livellati dagli stessi italiani, che trasformando il significato del voto, la maggior parte di chi vota è inchinato, deve ringraziare, pochi votano con la passione esprimendo un voto partecipato, la maggioranza non vota.
    Ognuno di noi doveva garantire il percoso della storia, ovunque viveva cercando di essere vicini a chi subbiva sopprusi o veniva mibbizzato, il nuovo male dell’Occidente, se non vai bene se$non sei allineato al pensiero unico ti isolano, a livello psicologico, ti calunniano , ti fanno passare per quello che non sei.
    Oggi esistono gruppi di pressione che detengono il potere e non lasciano spazio alla linfa vitale delle persone perbene, che vorrebbero partecipare ma il cerchio è chiuso, girano sempre gli stessi, le facce nuove nelle retrovie hanno facce marcie.
    Si è creato un sistema antidemocratico, che sta uccidendo l’Italia ma non è Berlusconi, siamo stati noi con il nostro menefreghismo,opportunismo di tutti i giorni a scegliere lo squallore, in un silenzio di comodo che trova facile alibi nel odio per Berluscono troppo comodo e da vigliacchi.
    Oggi è perseguitato chi porta i valori nella vita, chi ragiona, chi non si arrende all’appiattimento che ci circonda, che non crea futuro per i nostri figli, avvelanati da cibi inquinati che padri senza futuro gli stanno consegnando, dove è finito l’Ideale quella ricerca che ci ha portato almistero dellavita, quella febbre che ci ha fatto, pitturi, inventori, uomini di talento, dove è finita quella scuola pubblica che scopriva talenti e creava L’Italia nel mondo?
    Abbiamo scelto la corruzione, il marcio confezionato con l’etichetta valori.

  7. Ale ha detto:

    Caso vuole che l’articolo sia precedente allo scandalo di questi giorni e al caso Nugnes. E in realtà cercava, in modo anche colorito, di capire cosa sia cambiato nella rappresentatività campana e napoletana sullo scenario nazionale, e non soltanto mettere in luce la malapolitica napoletana. L’obiezione del Sig. Nessuno è che non è vero che Napoli rispecchia l’Italia, e che da Tangentopoli in giù c’è stato un generale “rilassamento”, per dirlo con un eufemismo, della professionalità politica, a scapito dell’ideologia. Su Napoli ribadisco il concetto, e sottolineo che forse qui le cose avvengono più alla luce del sole, pregni di una specie di impunità e sprovvisti di una vergogna che altrove forse copre gli scandali (penso al caso porto di Genova). Qui anche l’illecito è lecito, per cui si ha meno pudore a finire in piazza, temo. Sul secondo concetto condivido che parte della colpa sia della gente, che ai tempi di Tangetopoli inneggiava a Di Pietro, e scendeva in piazza contro il sistema, e oggi (parte di essa) si è fatta sedurre dalle promesse facili, dal mondo dei consumi, dalla vacuità televisiva del tutto e subito, dalla protezione un po’ provinciale del proprio orticello, a fronte di un sentire europeo ancora di là da venire davvero. L’elenco di fattori destabilizzanti è infinito, va dalla pervasività delle comunicazioni al mercato della paura post 11 settembre. Ma la gente è sempre indotta e imboccata. In questo caso da chi ha sfruttato Tangentopoli per spacciare il vecchio per il nuovo, e in altre vesti ha ripresentato clientelismo e malaffare anche in questi 15 anni, come le cronache (e quante cronache!) dimostrano. Insomma, il rimpianto per una stagione in cui se non altro c’era perfino più “decoro” e furbizia nel rubare e nell’amministrare è una tentazione comprensibile. Ma starei attento a inneggiare troppo al passato. L’errore è magari non svecchiare le ideologie di un tempo, perchè è giusto seguire gli esempi, ma oggi non possiamo fare politica decidendo se nel Pantheon ci va Gramsci o Berlinguer, Turati o Nenni, Moro o De Gasperi. Si dovrebbe guardare avanti sfruttando tutti gli esemplari pensatori che l’Italia ha avuto (Foa per ultimo) ma anche averne di nuovi.

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