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Lo spirito della cultura digitale e le forme della politica

Riceviamo e pubblichiamo con piacere un articolo di Vincenzo Susca, docente e ricercatore del CeaQ presso l’Université Paris Descartes Sorbonne. Collabora con l’Università IULM di Milano.

I cambiamenti che affiorano sulle superfici delle istituzioni politiche americane, di cui Barack Obama è un indice emblematico, così come le piaghe esibite dalla crisi del sistema finanziario, entrambi eventi che pongono all’attenzione l’urgenza e la profondità di un passaggio storico critico, non sono altro che le prime lampanti emergenze di una mutazione antropologica e culturale di vaste dimensioni, che scombussola gli assi portanti su cui la modernità occidentale si è incardinata. Una trasformazione incubata nei sotterranei dell’immaginario collettivo americano e occidentale, l’underground che oggi progressivamente si impone sul ground come il protagonista della vita collettiva.Lo spirito della cultura digitale e le forme della politica
Qual è l’origine simbolica e comunicativa del neopresidente americano? Una lunga parabola ha accompagnato il dispiegamento della storia politica statunitense dell’ultimo secolo, operando verso un detrimento progressivo dei contenuti astratti, programmatici e ideologici della sostanza politica appannaggio di dati emozionali, affettivi e immaginari prossimi alle trame del vissuto collettivo. Da Roosevelt a Kennedy passando per Reagan e Clinton sino a Schwarzenegger e Obama: nonostante tutte le differenze e le sfumature che caratterizzano tali figure, possiamo scorgere nella loro processione le sostanze di uno slittamento verso un paradigma politico-culturale dove lo spettacolo, il coinvolgimento passionale e sensibile, insieme con l’adesione simbolica, prevalgono su tutto il resto. Si realizza così un passaggio cruciale dalla politica-spettacolo, ovvero da una forma di scenografia mediatica che funge da leva ad un discorso che resta fondato su un asse programmatico e ideologico, alla politicizzazione dello spettacolo, allorché lo show è in sé e per sé il cuore vivo del sistema, la sua anima profonda.

L’EMOZIONE PUBBLICA

Le gesta di passione collettiva e connettiva che hanno gettato con forza, quasi come uno schiaffo gioioso, Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America, con il loro carico di leggende, miti struggenti e coinvolgimenti viscerali, suggeriscono l’ascesa dal basso di una soggettività multisfaccetata, composta tra l’altro dal caleidoscopio di emarginati, di outsider e di poeti maledetti del nostro tempo (che altro sono gli hacker, i blogger e i nuovi creativi se non l’attualizzazione anodina di questa figura storica?). Si tratta di una figura dalle tante facce che pressa dal basso per soppiantare la classe dirigente sinora al potere, con tutti gli orpelli narrativi e culturali che porta con sé.
“We can change, we can change, we can change” è il ritornello che tambureggia come una formula magica dal sapore estatico nell’ambito del videoclip di Will.i.am Yes we can, tormentone mediatico che a partire da YouTube ha attraversato gli schermi e i display di tutta l’America (e non solo) ponendosi come una linfa simbolica in grado di fondere ad Obama larga parte delle sensibilità a cui egli ha ammiccato prima e durante la campagna elettorale. La promessa di un cambiamento radicale è la leva strategica del suo successo, orientata su un’organizzazione sistematica e crossmediale – con la rete al centro e la stampa, la televisione, il faccia a faccia e gli altri media a completare l’operazione – di mezzi e simboli atti a testimoniare e a suggellare un poliedrico cambiamento di stile. Esso si incarna contemporaneamente nel corpo del leader, giovane, agile e tendenzialmente informale, nel colore della sua pelle, nella maniera in cui il messaggio politico è articolato dal basso, in modo orizzontale e connettivo, apparentemente senza un vertice e una scrittura predeterminati, così come nel modo di rivolgersi non più a una mera “opinione pubblica”, di tipo razionale e astratto, ma alla “emozione pubblica”, ovvero a una soggettività che pensa con i sensi e non semplicemente con la testa.

YES WE CAN E LA TECNOMAGIA

Su questa scia, il videoclip Yes we can è l’apoteosi della riproduzione digitale di Obama. Esso è stato prodotto, non a caso, non da un’agenzia di comunicazione politica ma da Will.i.am, musicista dei Black Eyed Peas, e da Jesse Dylan, figlio di Bob. Nel video compaiono, in un montaggio serrato che non ha niente da invidiare alle creazioni delle grandi major americane, star come Scarlett Johansson, John Legend, Herbie Hancock, Common e Nick Cannon. I cantanti, tramite un caleidoscopio in cui sono remixati in modo fabuloso suoni, parole e immagini, recitano i toccanti passaggi del discorso con cui Obama ha aperto le primarie nel New Hampshire. Il corpo del candidato è gradualmente associato a quello delle star, la sua voce superposta alla loro e tradotta in musiche, sino al momento in cui si giunge a una sorta di confusione tra star e politico in cui è la prima ad esibire il vero volto del secondo, che abdica al fascino della fantasmagoria spettacolare. In questa epifania il corpo di Obama celebra ed è sacrificato ai culti mondani e pagani delle tribù elettroniche. I suoi discorsi sono macinati dal linguaggio tecnomagico e polverizzati in pillole di estetica emozionale che sollevano il pathos e stabiliscono un rapporto mistico in cui gli utenti, Obama e le star si ritrovano fusi in una grande comunione. L’identificazione simbolica è raggiunta per mezzo della condivisione di sostanze estetiche pregne di elementi affettivi e immaginari. Il contenuto politico tout court è così relativizzato e ridotto a rumore di fondo di tale trance.
Le frasi pronunciate dal video contemplato da milioni di persone palpano il cuore dello spettatore, vengono ritmate secondo una scansione che genera prima una partecipazione affettiva e poi un progressivo incantesimo. Il testo fa leva su un uso della rete che privilegia l’aspetto tecnomagico e non-razionale del mezzo. L’utente ha un ruolo limitato nell’interpretazione del messaggio, può solo lasciarsene incantare o rifiutarlo. Obama, le star e il pubblico, compenetrati come sono dal testo tramite la congiunzione di volti, parole e ritmi, divengono all’interno di questa poesia un corpo unico che vibra all’unisono. Con un ritmo sempre più sincopato, si giunge alla ripetizione forsennata di sole tre parole che, come una formula magica, suscitano l’estasi dello spettatore: “Yes we can”, che anticipa il finale sublime in cui “hope” si dissolve in “vote”. Ma qui il volto di Obama non compare più, coperto com’è dagli strati di carne e di bit di cui egli è un’espressione e non l’origine, un interprete e non il regista.

DALL’IMMAGINARIO AL GOVERNO

Siamo giunti a uno snodo critico delicato e denso di conseguenze: Obama ha incentrato il suo percorso elettorale sull’identificazione del suo corpo politico in primo luogo con quello delle reti, a tal punto da porsi come il primo presidente espressione della cultura digitale, così come di una molteplicità di figure sociali che hanno trovato una manifestazione privilegiata nella rete senza tuttavia esserne native. Siamo quindi al cospetto di un fenomeno complesso, dove il successo dei blog, dei forum, di YouTube e dei video clip entra in sinergia con una cospicua rivincita, tra gli altri, dei sobborghi metropolitani e della working class.
Obama ha indossato il web 2.0 a tal punto da scaturirne in modo spontaneo, naturale, realizzando con esso una sublime dissolvenza incrociata in grado persino di nascondere i tratti più intrinsecamente politici del senatore afroamericano, la sua appartenenza alle élite contro le quali tuttavia la sua candidatura punta l’indice. Marshall McLuhan scriveva negli anni Sessanta che “se il medium è il messaggio, l’utente è il suo contenuto”. La formula luccica in modo lapalissiano di fronte alla configurazione del web 2.0: sono gli utenti i protagonisti del medium, il loro cuore pulsante, la sorgente simbolica, affettiva e cognitiva – nell’ordine di pertinenza del paesaggio digitale – di ogni sua manifestazione.
Obama sgorga da un torrente culturale – da un’onda elettronica e antropologica – di cui non è né il creatore, né il regista, ma un attore: un divo proiettato dalle fantasmagorie del cyberspazio sulla poltrona più nobile di Washington. Dopo l’elezione, dislocato come sarà dai forum della rete agli uffici delle istituzioni, cosa ne resterà di questa origine simbolica? Potrà Obama conciliare lo spirito delle rete con quello dei partiti, delle burocrazie e degli attori economici che ancora reggono e governano il sistema di potere americano? Se è vero che ogni epoca storica configura il proprio sistema politico e di sapere attorno alle proprie basi immateriali – all’immaginario, ai sentimenti e alle relazioni che ordinano la vita quotidiana – e a misura del medium che parla il sentire collettivo, fino a che punto il paradigma politico affinatosi sulle logiche del modello televisivo può soddisfare l’anima e le forme della cultura postmoderna?
Sinora Obama ha scelto di lasciarsi trasportare dall’onda elettronica, lasciando sottotraccia in modo sottile i propri tratti più spiccatamente politici. Da questo momento in poi le regole del gioco e gli attori cambiano. Dalla rete già si levano, d’altra parte, mormorii amari rispetto alla selezione di un’équipe di governo che Le Monde non ha esitato a definire in prima pagina “centrista”.
Una delle lezioni consegnate dall’ultimo decennio di storia politica è che l’immaginario collettivo può essere sedotto e persino vampirizzato durante le campagne elettorali, mentre le frasi ad effetto e le promesse di felicità disseminate prima del voto si traducono in violenti boomerang nelle fasi di passaggio ai fatti, quando la politica, deludendo le aspettative suscitate, si mostri, dura e cruda, spoglia di tutti i sogni liberati nell’aria, per quello che è. Nell’ambito di questa dialettica il ruolo di Obama rischia di essere limitato, ostacolato com’è, al di là di quale possa essere la sua vera anima, dalla pesantezza del sistema che lo sovrasta alle spalle. Il rischio del tradimento è dietro l’angolo. How can we change?

PER APPROFONDIRE

A. Abruzzese, Analfabeti di tutto il mondo uniamoci. Il crepuscolo dei barbari, Bevivino Editore, Milano, 2009.
C. Bardainne, V. Susca, Ricreazioni. Galassie dell’immaginario postmoderno, Bevivino Editore, Milano, 2008.
G. da Empoli, Obama. La politica nell’era di FaceBook, Marsilio, Venezia, 2008.
M. Maffesoli, La trasfigurazione del politico. L’effervescenza dell’immaginario postmoderno, Bevivino Editore, Milano, 2009.
V. Susca, D. de Kerckhove, Transpolitica. Nuovi rapporti di potere e di sapere, Apogeo, Milano, 2008.

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12 commenti

  1. Rosanna De Rosa ha detto:

    bello, come al solito. Grazie Vincenzo e torna a trovarci
    ros

  2. antonio ha detto:

    Leggere un articolo come questo ti rimette in pace con il tuo te stesso dilaniato dagli ultimi ” avvenimenti ” politici italiani e con con il riaccendersi di una speranza per un mondo migliore. Grazie Vincenzo.

  3. Antonio Rossano ha detto:

    Ammirato dalla bellezza di questa analisi mi associo ai dubbi sulle possibilità che il sistema americano concederà ad Obama.

  4. berny ha detto:

    non vorrei essere il solito rompiscatole, ma IMHO una simile “analisi” trova poco spazio nella realta’ dei fatti.

    capisco nell’attuale scenario italico la pervicace ricerca di retoriche forti e speranzose, ma fare di molte (se non tutte) erbe un fascio e’ un altro errore, grossolano e controproducente.

    dipingere il web 2.0 come formula luccicante, dire che “sono gli utenti i protagonisti del medium”, enfatizzare il ruolo dei famosi (?) produttori del videoclip Yes we can e indicarlo come “apoteosi della riproduzione digitale di Obama”, mischiare casualmente “hacker, i blogger e i nuovi creativi… nell’attualizzazione anodina di questa figura storica”, pensare a “Obama [che] ha indossato il web 2.0” : please, diamoci una calmata!!

    con tutta l’amicizia e il rispetto, suggerirei vivamente di scendere coi piedi per terra, smetterla una volta per tutte con le cyber-esagerioni di sempre (tipicamente italiche) e seguire, ad esempio, le discussioni a un apposito convegno della scorsa settimana ad harvard: qui e qui e qui

    oltre alle ricche conversazioni su internet & politics presenti sul channel su youtube del berkman center at harvard

    cito solo qualche battuta da questi report:

    – there is a distinction between carpenters and tools – tools could be the best, but if you don’t have a good carpenter you won’t build a house. The Obama campaign emphasized carpenters, not tools. You can offer tools, but you have to get people into the tools. The context was vital.

    -…an essay online organizer Zack Exley wrote about the Obama campaign. He identifies Obama’s success as a combination of bottom up and top down. But the overall campaign was … a traditional, top-down political campaign that included messaging via every media channel and limited creative input from local organizers.

    – the discussions have been a celebration of the power of traditional political organizing, and the small ways that email, Facebook, SMS messaging and online video give these organizers more tools to play with.

    – we should always be weary of simplistic sweeping conclusions on the effect of technology on politics: as this conference showed, social and cultural process are often complex and do rarely go only one way.

    mi fermo qui per stavolta, ma esistono molteplici altre fonti USA con analoghe impronte, diciamo pure votate alla cautela, nel leggere il “fenomeno obama” – rimandando infine (perche’ no?) al mio blog dove ho spesso gettato (e continuo a gettare) simile acqua sul fuoco con tutte le motivazioni del caso… 😉

  5. Antonio Rossano ha detto:

    ehi berny i believe there’s a misunderstanding…
    vincenzo dice prima (in relazione al video We Can): “L’utente ha un ruolo limitato nell’interpretazione del messaggio, può solo lasciarsene incantare o rifiutarlo.”
    credo di interpretare che il riferimento all’ utente come protagonista del medium sia da intendersi nella citata accezione mcluhaniana e che il suo essere protagonista è dato dalla nuova forma di interazione del Web 2.0, sebbene questo non voglia dire che il “controllo” del medium sia passato all’ utente.
    in linea più generale mi sembra che il discorso di vincenzo attenga al rapporto tra il fascino del media interattivo (tecnomagia) e la sua effetiva immersione nella realtà.

    E’ comunque altrettanto vero, come riporti tu, che la campagna di Obama, a parte i media utilizzati, è una campagna di tipo tradizionale top-down, nella quale non c’è una interazione reale, per esempio nella elaborazione della proposta elettoorale, ma solo partecipativa del consenso.

    e comunque per Obama, visto l’ accumularsi delle gravi problematiche economiche e di politica internazionale, sarà molto difficile mantenere l’ “alone magico”.
    Forse, adesso si potrebbe cantare un più realistico “We Try” al posto dell’ ottimista “We Can”.

  6. berny ha detto:

    sara’, ma a parte qualche minimo riferimento sulla “limitatezza”, l’articolo e’ zeppo di immagini retoriche, iperboli, e suggestioni romaticizzate – dalla “tecnomagia” al “divo proiettato dalle fantasmagorie del cyberspazio” a quanto citavo prima

    metafore che, ripeto, qui nessuno osa proporre a tal punto e che sono vieppiu’ pericolose perche’ suggeriscono a chi e’ lontano (in italia o distratto) un quadro che poco ha a che fare con la realta’ dei fatti…

    e poi succede che un bel giorno ci si risveglia scoprendo che questo “alone magico” quasi del tutto inventato era, appunto, un’illusione e allora si grida allo scandalo, al tradimento e si cominica a puntare il dito accusatore (e a fare altra retorica, altri convegni in parlamento, etc.)

    cui prodest tutto cio’??

  7. Vincenzo ha detto:

    berny,

    forse sono stato un po’ troppo sottile nella stesura del pezzo, senza indicare la carne del mio piatto in modo perfettamente trasparente (in effetti, è il mio stile: mi piace lasciare un po’ di spazio al lettore, così come presentare i fenomeni nella loro complessità senza ridurli).

    dalla tua risposta colgo tuttavia che non sono riuscito a farmi capire bene da te, quindi riassumo brutalmente il messaggio:

    Obama è un simulacro della possibilità di tradurre il cyberspazio in termini politici. La cultura digitale è invece, per sua essenza, come abbiamo scritto con de Kerckhove nel nostro recente libricino, “transpolitico”.

    Spero di aver spazzato via ogni dubbio, anche se, è bene ri-sottolinaralo, l’effervescenza collettiva e connettiva suscitata dal fenomeno è reale – direi persino viscerale.

    Continuo a credere, ma qui non è Susca che parla, che i nativi della cultura digitale provengano da un’onda sotterranea che non appartiene alle cornici dei poteri e dei saperi moderni. Obama a tal proposito è una figura di passaggio da un mondo a un altro. Nonostante tutto, un’immagine che contribuisce a sfondare le barriere della politica così come l’abbiamo conosciuta sinora.

  8. Antonio Rossano ha detto:

    non c’è dubbio berny che quello che dici sia vero.
    D’altra parte lo stiamo già vedendo: il senato che non ha approvato il piano “auto” è già un segnale della realtà che torna a prevalere sulla fantasia.
    E le scarpe tirate addosso a Bush anche.

  9. Bernardo Parrella ha detto:

    >l’effervescenza collettiva e connettiva suscitata dal fenomeno è reale – >direi persino viscerale.

    ma dove? ma quando? non certo sul campo, ne’ tanto piu’ online, in USA – dove i problemi reali (a partire, giusto, antonio, dal bailout mancato agli automakers) hanno gia’ tracimato qualsiasi “effervescenza digitale”, nel senso che se quest’ultima non produce subito concretezza, diventa un’altra bubble prossima allo scoppio

    again, solo i link e video al convegno al berkman riportati sopra chiariscono abbastanza in tal senso – e poi a chi giovano tutte ste metafore altisonanti, sulla rete o obama o quant’altro, oggi che internet compie 40 anni – boh?

  10. Antonio Rossano ha detto:

    chiedo scusa a lor signori se mi reintroduco in cotal colto discorso.

    dai nomi riferiti e delle questioni trattate, io che non sono un professore, ho quasi timore….

    ma dirò comunque la mia, semplice, chiara, e non cercherò la vostra approvazione (non l’ho mai fatto!!).

    Beh, che la cultura digitale sia transpolitica…

    Se ricosciamo al termine “cultura” il significato di “insieme di valori a cui tende una società” (che è quello che io ho studiato alla facoltà di Sociologia), questi valori vengono “socializzati” attraverso le istituzioni e definiti dalle leggi scritte e da quelle convenzionali.

    Nel caso della rete le istituzioni sono regolamenti, leggi e persone che ricoprono un ruolo istituzionale.

    Chi potrebbe dire che Tim Berners Lee non sia una istituzione di internet e ne impersoni i valori e la cultura?

    Il Web semantico di Berners Lee è ancora un progetto, ma andrà oltre il Web 2.0 che è già in crisi. Ed il Web Semantico è un valore culturale della rete.

    E che dire della “filosofia” delle Creative Commons?

    Non sono leggi del Web che ne regolano l’ uso ed il funzionamento secondo un preciso orientamento culturale, impensabile pochi anni or sono?

    In una recente conferenza, come riportato dal Wall Street Journal, il 13 dicembre (sabato), il prof Lawrence Lessig (è o non è, il fondatore di Creative Commons uno dei guru del web 2.0?) ha dichiarato che i fornitori di servizio internet avrebbero potuto acquistare banda più veloce rispetto ad altri, come richiesto da Google con ilprogetto OpenEdge.

    Questo farebbe saltare qualsiasi equilibrio democratico della rete (vedi articolo su http://socialblog.yurait.com).

    Credo sinceramente che la cultura digitale, “scollegata” dalla realtà, sia solo una chimera…

    Obama, a mio avviso, non è una figura di passaggio da un mondo all’ altro, ma sicuramente un ragazzo sveglio ed intelligente che ha saputo “usare” lo “strumento” (tool) internet al meglio.

    Dopo di ciò dovrà vedersela con la più grave crisi economica della storia, dopo il 1929, e l’ emergere della nuova potenza mondiale, la Cina.
    Come l’ Inghilterra, che negli anni 30 lasciò il passo agli USA.

  11. antonio ha detto:

    Anche se puo’ apparire retorico e conformista, non del tutto in linea con la mia condotta ” controcorrente “, mi viene del tutto naturale formulare sinceri Auguri per un Sereno Santo Natale 2008 ed un Ottimo Felice Anno Nuovo 2009 a tutti, ed in particolare a tutti i giovani che con le loro idee nuove e geniali potrebbero risollevare, e ne abbiamo proprio bisogno, le sorti di una ” sinistra ” ormai allo sfascio piu’ completo e desolante. Ciao e buon lavoro a tutti.

  12. vincenzo ha detto:

    caro bernardo,

    sono tornato due settimane fa da Sacramento. ho toccato con mano la vivacità e l’adesione suscitata da Obama. questa può non convincerci in termini di “realismo politico”, ma è indiscutibile, così come sono difficilmente trascurabili gli eventi di partecipazione e di mobilitazione sollevati in rete e nelle metropoli. anche qui, possiamo non aderirvi, ma certo non siamo in grado di negarli.

    le metafore a mio avviso sono uno degli strumenti privilegiati per descrivere la società, almeno così ho imparato nel corso della mia formazione. “effervescenza” non è un termine mio, ma di émile durkheim, che non esitava a ricorrere a metafore nel suo lavoro di interpretazione sociale e antropologica. è sua anche la formula “corpo sociale”, un’altra metafora cara alla tradizione sociologica.

    d’altra parte ho l’impressione che le osservazioni più pertinenti degli Usa siano sempre provenute dagli stranieri, da coloro i quali hanno avuto la possibilità di distanziarsi un po’ dall’oggetto di analisi. Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville ci ha raccontato lucidamente la Democrazia in America, Jean Baudrillard i suoi panorami culturali, Marshall McLuhan, un canadese, le sue forme tecnologiche. ciò non significa che non bisogna ascoltare le analisi degli americani sull’america, ma certamente non limitiamoci ad esse.

    per quanto riguarda la “concretezza” della rete, a mio avviso non siamo certo – oggi – di fronte a una piattaforma evanescente. i rapporti sociali da essa promanati o grazie ad essa accelerati sono di fronte a tutti, dai social network sino alle miriadi di maniere in cui il modo di vivere e di attraversare le città vengono sono alterati dalle forme e dai contenuti della socialità elettronica, così come le arti, la scrittura, le immagini, i media, la politica… d’altra parte quella comunemente chiamata economia dell’immateriale, economia della conoscenza o capitalismo informazionale rappresenta ormai la parte più cospicua degli investimenti economici contemporanei. questo me lo dicono gli americani benkler e lessig.

    tutto il resto è ancora etereo e invisibile, ma è da questo serbatoio impalpabile e sotterraneo che si genera e rigenera il mondo. anche dio, in fondo, ammesso che esista, è sempre stato invisibile!

    Internet ha 40 anni, ma mi sembra che ormai le sue matrici abbiano tracimato i confini del cyberspazio per invadere la realtà fisica. per ora ancora con molti simulacri, ma ancora per poco, credo.

    un caro saluto a tutti e auguri di buone feste

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