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Obama: il cambiamento è qui ed ora. E siamo noi

In tutto il mondo, molto si è scritto sull’elezione di Obama. Talvolta anche a sproposito. Alla vigilia del suo insediamento, una chiacchierata con Bernardo Parrella (giornalista free-lance, traduttore ed attivista, vive e lavora negli USA) potrà offrirci uno sguardo più lucido ed essenziale su quello che è stato e su ciò che probabilmente dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi.

– All’indomani della vittoria di Obama, in Italia grande enfasi è stata attribuita al ruolo svolto dalla Rete, per non parlare del fatto che un po’ tutte le parti politiche si sono “annesse” la vittoria del candidato democratico. Avendo tu vissuto l’evento dall’interno, come lo racconteresti ad un italiano?

Bernardo Parrella: Credo si tratti soprattutto di un ‘vizietto’ italico di fondo, teso da sempre a esaltarsi per sviluppi e potenzialità della tecnologia, e in particolare di Internet, scambiando lucciole per lanterne (se in buona fede) e strumentalizzando certe maggiori conoscenze di pochi a scapito di quelle del cittadino comune (se in cattiva fede). Basti vedere la pervicace attenzione dell’informazione nostrana – non solo le maggiori testate ma anche siti d’opinione fino ai semplici blog – per i grandi nomi dell’high-tech, riportando le minuzie di quanto fanno quotidianamente Google, Apple, MS e compagnia bella, ignorando a bella posta le molteplici realtà che anche solo in quest’ambito creano storia, cultura, cambiamento un po’ ovunque nel globo e ogni giorno, dal software libero a Creative Commons alla miriade di rilanci individuali. Nonostante il magma creativo della Rete, insomma, l’osservatorio italiano rimane spesso ristretto e giocoforza legato a grandi nomi-eventi oltre che al sensazionalismo – motivo per cui giova ripetere e praticare il motto: allargare l’area della partecipazione.
Onde spiegare con maggior realismo e concretezza l’accoppiata di successo Obama-Internet, eviterei quindi ogni retorica ed esaltazione che poi rischia, fra l’altro, di non trovare riscontro sul campo nei futuri passi dell’amministrazione Obama. Una buona descrizione di quanto accaduto è sintetizzata da queste battute (tratte da un recente convegno ad Harvard University sul tema): “In an essay online organizer Zack Exley wrote about the Obama campaign, he identifies Obama’s success as a combination of bottom up and top down. But the overall campaign was … a traditional, top-down political campaign that included messaging via every media channel and limited creative input from local organizers” e “the discussions have been a celebration of the power of traditional political organizing, and the small ways that email, Facebook, SMS messaging and online video give these organizers more tools to play with.”
A ciò vanno aggiunte, certo, l’ottima struttura organizzativa, soprattutto a livello micro-locale (in aree remote e di provincia, comunità varie, entità di ogni tipo, etc.) e l’ampio budget che ha messo insieme la campagna man mano, grazie anche alle mini-donazioni online: oltre 600 milioni di dollari, record assoluto per le presidenziali USA, che gli hanno consentito di lavorare in lungo e in largo sul territorio – oltre che di comprare ampi e costosi spazi inserzionistici sugli old media, contemporaneamente usando al meglio i new media. Nel complesso, dunque, descriverei meglio il tutto come un sagace mix di metodi tradizionali e innovazione high-tech.

– Quali saranno le priorità su cui Obama interverrà una volta insediatosi alla Casa Bianca? Quale la linea di condotta su questioni controverse e di stretta attualità, ad esempio Guantanamo e la situazione in Medio Oriente?

B.P. : Anacronistico, a mio parere, aspettarsi chissà quali trasformazioni nottetempo delle politiche USA, dall’estero all’economia. Né mancheranno passi falsi e controversie, vedi la proposta nomina a direttore della CIA (Blair) o le rinunce illustri per possibili frodi, quella del segretario per il commercio, Richardson. Nel complesso, direi però che avremo maggior flessibilità e “connubio tra principi e pragmatismo” proprio a partire dal Medio Oriente e, priorità numero uno al momento in USA, dalla recessione dilagante. Certo, in questi casi si tratterà di dare segnali importanti, come anche su Guantanamo, di cui si prevede comunque la chiusura, pur se ora non più con i tempi rapidi immaginati all’indomani dell’elezione del 4 novembre, anche per via di modalità operative tutt’altro che semplici da definire (incluso, appunto il destino degli attuali detenuti).

Ma di nuovo, lanciarsi in previsioni di scenari più o meno fantasmagorici o auspicabili rimane un puro esercizio sfizioso. Assai meglio restare con i piedi per terra e monitorare da vicino i passi della nuova amministrazione, inviando stimoli e segnali di aggiustamento quando occorre – come hanno fatto, rimanendo in ambito Internet, la EFF con la “Innovation Agenda for the New Administration” o sull’istituzione di un Chief Technology Officer alla Casa Bianca, i pronti rilanci del popolo della Rete su un apposito sito . O anche le analoghe iniziative del New York Times in questi giorni, dallo spazio interattivo “I Hope So, Too” al gruppo su Facebook: dare cioè massimo spazio a interventi e proposte dei cittadini, a riprova del cambiamento alle porte e della centralità della partecipazione – anche se ovviamente poi non tutte queste istanze potranno trovare effettiva attuazione.

– In conclusione, dobbiamo interpretare la vittoria di Obama come un evento dalla portata essenzialmente simbolica, o a quest’ultima si accompagneranno anche sostanziali cambiamenti sia in termini di politica interna che in materia di esteri?

B. P. : Considerato che non esistono scorciatoie per attuare innesti concreti tra new media e politica, personalmente penso che il “fenomeno Obama” vada inteso più come metafora e ispirazione per avviare piccoli grandi cambiamenti quotidiani in prima persona. Non simbolica nel senso di lontana dalla realtà, giammai, quanto piuttosto fonte d’ispirazione verso il cambiamento, qui e ora, nel senso più pieno e anche realista del termine.

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3 commenti

  1. Rosanna De Rosa ha detto:

    Come si mette chiaramente in luce nell’intervento di Franco Pizzetti che vi segnalo
    Radio Radicale
    un elemento fondamentale che ha segnato la vittoria di Obama prima alle primarie e poi alle elezioni è stato l’utilizzo del potenziale organizzativo della rete in mancanza del supporto organizzativo del partito, saldamente controllato dalla Clinton. Ricordandoci sempre che la rete non è una costituency (fare campagna online non basta a vincere le elezioni), ma è senz’altro un potente network dotato di capacità organizzativa, autonomia e pervasività.

  2. Bernardo Parrella ha detto:

    in ogni caso da presidente, obama dovra’ gioco forza rivedere quest’uso dei new media fatto finora, in senso diciamo riduttivo e assai piu’ mirato, onde evitare eccessiva ridondanza (ai danni degli utenti), inutile retorica e appropriazioni indebite (da parte di analisti e media) e riduzione del prestigio della presidenza (cruciale per avere credibilita’ di fatto nel mondo)

    [ mio pezzo su “obama 2.0” tra qualche ora su apogeonline.com ]

  3. Antonio Rossano ha detto:

    Condivido la lucida e realistica analisi di Bernardo. L’ entusiasmo ed il consenso sono un buon territorio dove seminare. Ma il lvoro sarà duro e faticoso e fortemente a rischio.
    Come scritto sul “Political Memo” del NYT dell’ 11 gennaio u.s. da Adam Nagourney e Jim Rutenberg, una delle principali preoccupazioni di Obama è quella di
    “Nell’ affrontare la crisi, trovare un equilibrio: sottolineare la profondità del problema, per creare un senso di urgenza politica ed indurre il Congresso ad agire rapidamente, ma senza essere così pessimista da destabilizzare ulteriormente i mercati finanziari o distruggere il senso di energia e di speranza che ha accompagnato la sua elezione.”
    Obama è cosciente che il sistema mediatico, come sottolineava appunto Bernardo, va a maggior ragione gestito in funzione del nuovo ruolo presidenziale e degli obiettivi da raggiungere.
    Come si diceva oggi su Politico.com, data la grave situazione economica in relazione alle aspettative dell’ opinione pubblica, Obama sarà valutato (almeno l’ impatto primario) non nei primi “100 giorni” come è abitudine negli USA iniziare le valutazioni sull’ operato dei neo-presidenti, ma nei primi “100 minuti” !!
    Sembrerebbe pertanto che, se da una parte la “carica” emotiva sia un importante base di lancio (soprattutto in vista della presentazione del piano democratico anti-crisi da 870 miliardi di dollari già pronto da presentare al Congresso), d’ altra parte è necessario instillare nell’ opinione pubblica la prospettiva di un tempo medio-lungo, onde evitare che tale energia si trasformi in un boomerang.

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