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Il paese che confonde gli eroi

Uno dei vocaboli più abusati nel gergo popolar-giornalistico è la parola eroe. Il tritacarne mediatico che mal si accompagna all’autorevolezza dei linguisti, affibbia l’etichetta di eroe in modo sempre troppo sbrigativo e ciarlatano, elevando a un così onorevole grado le persone più disparate.
E se può risultare comprensibile l’eroismo di un campione dello sport, a patto di circoscriverlo alla retorica del linguaggio sportivo, può esserlo senz’altro anche il gesto di un isolato cittadino che si tuffa in mare per salvare dei bambini o di un leale servitore dello stato che si fa scudo e muore al posto dell’ostaggio che proteggeva.
Ma il più delle volte i giornali ci consegnano eroi di cartapesta, per farne comparse televisive volte al successo di una settimana, incoronano gli animali quando salvano i padroni o scambiano per eroica la normalità, quella di chi chiama la polizia per denunciare un furto o del pompiere che spegne l’incendio, che, beninteso, non smetteremo mai di ringraziare, ma che sta pur facendo il suo lavoro.

La prudenza imporrebbe una maggiore sobrietà nell’uso dei termini, ma forse, soprattutto, una serena e attenta disquisizione suggerirebbe di memorizzarne bene il significato, prima di spenderla con così tanta impudica leggerezza. Si legge nei dizionari di soggetto “dotato di virtù eccezionali”, di chi “sa lottare con coraggio e generosità per un ideale”. Due condizioni, dunque, vanno a braccetto: il possesso di virtù eccezionali e il concetto di ideale.

E’ di questi giorni la notizia della condanna ad un anno e 8 mesi di carcere di un tabaccaio, nel milanese, colpevole di avere ucciso un ragazzo di vent’anni che aveva tentato di rapinare il suo negozio e di aver ferito il suo complice. I fatti risalgono al 2003, quando la parola sicurezza non era abusata come oggi: eppure il caso scosse l’opinione pubblica, in particolar modo quella locale, nel quale stava nascendo un embrionale disagio, comprensibile, per coloro che si trovavano a dover reagire indifesi ai continui tentativi di rapina delle proprie case e attività commerciali. Fu uno degli episodi da cui scaturì la campagna che portò la Lega a proporre, nel 2007, un testo di legge che introducesse il concetto di “legittima difesa proporzionata”. Un diritto che fu riconosciuto “esercitatile oltre che nell’abitazione e nelle pertinenze di essa, anche nei luoghi isolati e per tutelare la vita, l’integrità fisica, la libertà sessuale e personale”, come riportato dal testo.

Durante il dibattimento conclusosi questa settimana, sono emerse contraddizioni sulla dinamica dei fatti. Se cioè il tabaccaio, già in passato vittima di analoghe rapine, avesse sparato in risposta al fuoco dei rapinatori, o se l’avesse fatto a freddo, come ha sostenuto l’accusa, quando i due, impauriti dalla reazione dell’uomo, stavano già tentando la fuga. Prova ne sia, sostiene sempre il pm, che aveva chiesto una condanna a nove anni e mezzo di carcere, ipotizzando il reato di omicidio volontario, che la vittima è stata colpita alle spalle. La Corte ha riconosciuto “l’eccesso colposo”, smontando la tesi dell’accusa. Ma la difesa ugualmente non è stata soddisfatta, e ha annunciato il ricorso in appello alla ricerca della piena assoluzione.

Anche su questo caso l’Italia si è divisa. La Lega ha organizzato presidi di solidarietà al tabaccaio, ha espresso “sgomento” per la sentenza, proponendo al contrario la “medaglia” all’uomo, difeso da uno dei suoi figli al processo e professatosi sempre innocente. “Non avevo scelta”, ha detto il tabaccaio, dopo la condanna, per il momento sospesa. Sul caso, si sono divisi i giuristi tra coloro che ritengono eccessiva la pena perché secondo la legge “è lecito difendere la proprietà privata a costo della vita altrui”, e chi pensa che il clima legato alla cosiddetta “emergenza sicurezza” abbia in qualche modo condizionato la giuria popolare, meno incline della Corte ad una sentenza totalmente conforme alla legge. Di certo, è giusto notare che “con l’intervento del 2006 si è messo sullo stesso piano il valore della vita e il valore dei beni materiali, consentendo che si possa appunto fare ricorso alle armi anche per difendere i beni propri o altrui, peraltro anche di minimo valore”, come ha ricordato Giuliano Pisapia.

Ma il punto è un altro, ed esula dal caso specifico. L’idea del “gesto eroico” riecheggia in questo caso nelle imprudenti parole degli ultras leghisti, e impone una riflessione che parte, sia chiaro, dalla comprensione dell’esasperazione dell’uomo, e dall’impossibilità di mettersi nei suoi panni, evitando di sventolare l’illusoria certezza del “tanto io non lo farei mai”. La strenua difesa di un uomo che spara a freddo, pur comprendendone lo stato d’animo perché minacciato, non può essere confusa con l’eroismo epico da mitologia greca o dal giustizialismo da far-west dei film western americani. In particolare per la mancanza di rispetto nei confronti della vittima e della sua famiglia, a meno che non ci si appropri della logica aberrante dell’ “uno in meno”, che presuppone un barbaro approccio alla vita di chi delinque e che nega al di là di ogni umana comprensione anche l’opportunità di una seconda possibilità per chi ha sbagliato, dopo, sia chiaro, la dovuta ed esemplare punizione. Ma soprattutto perché in nome del “giusto” (la difesa dei “buoni”) si pretende di forzare la legge, nella quale non si crede più, perché ispirata a mille cavilli e gravida di norme che volgerebbero sempre o quasi le spalle ai cittadini, non tutelati nella difesa dei propri diritti e dei propri beni. Ma non credere nella giustizia, sensazione condivisa da molti, troppi italiani stufi delle lentezze dei processi, dell’impunità dei potenti e della perniciosità degli azzeccagarbugli di ogni ordine e grado, è un argomento sufficiente per sottrarsi alla legge, disconoscerla e costruirsene una propria?

In questi stessi giorni un altro padre difendeva la sua famiglia e combatteva la sua battaglia. Ma con la legge cercava di andare a braccetto, onorandola come cittadino e come uomo, come faceva da 17 lunghissimi anni, con la morte nel cuore e le rughe a scavargli il volto che restava comunque sorprendentemente disteso. Rispettandola al punto di scegliere la strada più lunga per arrivare ai suoi scopi che avrebbe potuto ottenere nel silenzio complice della sua casa. La sua lezione è stata proprio quella di usare le sole armi della legge per vedersi riconosciuto un diritto e proteggere non un bene materiale, ma la volontà di sua figlia, fedele ad una promessa di sangue, senza mai abboccare alla tentazione di farsene una propria, di legge. Oggi, in questo Paese al contrario credere nella legge non è più soltanto uno sgradito ideale, ma è anche una virtù eccezionale.
Ma si sa che non sono questi gli eroi che l’Italia ama celebrare.

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2 commenti

  1. Antonio Rossano ha detto:

    Molto bello Alessandro, leggerti è sempre un piacere.
    E se all’ apprezzamento sulla forma e la fluidità dello scrivere, ci aggiungiamo la piena condivisione dei contenuti: che vuoi di più dalla vita?
    Un pò di giustizia, verrebbe a questo punto da dire.
    Ma la giustizia non è un fattore “oggettivo”, è sempre un valore “convenzionale”: è il risultato dell’ applicazione delle leggi, ovvero le convenzioni che all’ interno della società vengono a stipularsi per il vivere comune.
    E in una società come la nostra, dove la diseguaglianza è assunta a valore distintivo, la distribuzione della ricchezza è totalmente squilbrata a favore di pochissimi ed in danno della maggior parte, che tipo di convenzioni possono mai essere stipulate tra i suoi membri?
    Beh credo che lo stiamo vedendo, mai come in questi ultimi tempi.
    Leggi per proteggere l’ impunità dei pochi eletti “meno uguali di altri” davanti alla legge, riduzione delle risorse per lo stato sociale (scuola, sanità, giustizia), militarizzazione della vita civile.
    Queste, le nuove convenzioni che si stanno mettendo in atto nella nostra società.
    E non per la volontà di pochi. Questa volta no.
    Abbiamo un governo legittimamente eletto per volontà del popolo sovrano che, in virtù del suo mandato sta portando avanti programmi e schemi che erano stati annunciati, come si sarebbe facilmente potuto immaginare.
    Leggi come il decreto sulla sicurezza che prevede la possibilità per i medici di denunciare i clandestini che capitasse loro di dover curare.
    Una legge, questa, che se applicata, sarebbe il luogo di origine di una nuova classe di paramedici, anch’ essi clandestini e senza titolo, cui si dovrebbero rivolgere gli sventurati. E il ricordo torna rapidamente alle decine di migliaia di aborti clandestini che si effettuavanno quotidianamente nel nostro paese, prima che alla donna fosse riconosciuto il diritto di autodeterminarsi.
    E che un periodico al di sopra di ogni sospetto come “Famiglia Cristiana” non ha esitato a definire come leggi razziali.
    E allora, sono gli italiani un popolo razzista, meritevole di un “regime” governativo autoritario da essi “liberamente” scelto e votato?
    Ebbene il punto del discorso è proprio qui. Su quel “liberamente”.
    Ed è quì che il mio discorso ritorna all’ origine, al tuo mio caro Alessandro.
    Siamo veramente liberi di scegliere?
    La libertà di scelta può avvenire solo quando esista la consapevolezza e l’ informazione sulla pluralità delle scelte possibili.
    La libertà di sceltà è una possibilità che si può verificare laddove esista una libertà dell’ informazione.

    Che i poveracci operai del nord, o i ricchi padroncini padani, condividano la stessa visione delle cose, è quantomeno strano.
    Che il clandestino debba essere sempre più clandestino e rischiare anche quando si cura di essere denunciato e rimpatriato, a chi fa comodo se non a chi gli procura lavoro nero per sfruttarlo? Privarlo di ogni dignità e possibilità di integrazione nella vita civile e sociale di un paese, serve a tenerlo con la catena al collo del ricatto.
    Basta girare le periferie delle grandi città di Italia, da nord a sud, per trovare le file dei moderni schiavi clandestini (e non) in attesa dei loro “caporali”. Per i padroni schiavi, per gli operai i nemici che rubano il lavoro, la concorrenza sleale, la guerra dei poveri.
    Ed è allora nell’ informazione che si gioca la partita del “liberamente”, della libertà e della uguaglianza.
    In un paese dove tutta l’ informazione è sottoposta ad un’unica sorgente, ad unico controllo e ad un’unica censura, che tipo di libertà può esservi?
    Chi spiega agli operai che i loro nemici non sono i neri nordafricani, ma i loro stessi padroni che li sfruttano per pochi euro al giorno? Dove lo leggiamo questo? E chi spiega agli imprenditori che, in uno stato giusto ed equilibrato, dove il 30% della spesa pubblica viene “investita” nella corruzione dei propri amministratori (perché è lo stato, cioè noi, che la paga con il sovrapprezzo degli appalti), quel 30% lo potrebbero risparmiare dalle tasse e quindi assumere quella manodopera che ora viene utilizzata clandestinamente?
    Bene allora, se una battaglia la dobbiamo combattere, quella battaglia è sulla informazione.
    Perché nessuno debba pensare che qualsiasi omicidio, volontario o per legittima difesa, sia giusto. Un uomo ucciso è una sconfitta per la società, un suo fallimento. E non è un caso se il paese in cui la violenza è più forte e il numero di omicidi più alto siano proprio quegli Stati Uniti d’ America dove vige la pena di morte e ciascuno dorme con la pistola sotto il cuscino. Perché quella, portata a simbolo di democrazia, è una società sconfitta e annichilita sotto il peso della ingiustizia e della diseguaglianza.
    Allora, come i personaggi di fernheit 451, gli uomini libro, che imparavano i libri a memorie per trasferirne la memoria di padre in figlio, sta a noi mantenere la coscienza e la pluralità dell’ informazione, l’ idea di una società diversa, attraverso il dibattito ed il confronto, usando tutti gli strumenti possibili, pur di staccare le nostre menti assonnate dalla televisione, dal Grande Fratello, da Facebook.

  2. eve ha detto:

    “beato quel paese che non ha bisogno di eroi” (bertold brecht)

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