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Il PD ha perso culturalmente

Ieri ho ricevuto un consiglio personale prezioso: pensa semplice, e scrivi in maniera chiara.
E’ un vecchio monito, che mi accompagna da anni, ma è anche una frase attuale, sia per il mio vissuto personale che per quello collettivo e globale. Mi riferisco a questo Paese ed alla sua difficile situazione politica. Perché il 17 febbraio 2009 Veltroni si è dimesso da segretario del PD, e l’avvocato inglese David Mills (imputato nel processo All iberian) è stato accusato di corruzione da parte della Fininvest.
La giornata di ieri porta a riflettere sulle due notizie, e sulla loro (mancata?) correlazione.
Veltroni si è dimesso, giudicando la sconfitta sarda come il colpo definitivo alla crisi morale del PD. La Sardegna si schiera a destra, mandando a casa una personalità di spicco e di rottura come Soru, che è sicuramente un uomo di progresso, prima ancora che un progressista, e che aveva fatto molto per la sua regione, spesso considerata solo un’appendice del continente, colonia di vip e riccastri di ogni genere. Soru ha perso, travolto da “Berlusconacci”, come da invettiva di Benigni, e Veltroni ha lasciato. C’è chi lo ha pregato di restare, chi si è rammaricato, chi ha esultato. Ma Veltroni è stato irremovibile, e ha fatto una cosa saggia e desueta: si è dimesso “per il bene del suo partito”. Il futuro del PD si saprà sabato, quando si deciderà se convocare un nuovo congresso o, più probabilmente, nominare un altro segretario.

Eppure, il congresso servirebbe, e dovrebbe essere un vero momento di discussione sull’essenza del PD. Perché una cosa è ormai evidente: il partito democratico è una scelta politicamente corretta, ma fondata su basi culturalmente precarie. Il PD finisce col convalidare un presupposto del berlusconismo: che la politica sia un impegno, “una missione” basata sulle forze economiche e sulle relazioni che si hanno, piuttosto che fondata sulla storia e sulla cultura del pensiero. Unendosi, i cattolici ed i moderati di sinistra hanno dato poco peso alle loro matrici culturali, così diverse, seppur simili e concordi in tanti punti.
Infatti, il partito democratico è l’unione di cattolici e uomini delle sinistre moderate; ovvero di due forze politiche che hanno in comune la moderazione, il socialismo, e l’antagonismo ad una certa destra italiana. Tutte ragioni politiche valide ed importanti, per le quali, giustamente, era auspicabile un’alleanza solida e formale, ratificata dalla creazione di un unico partito, privo delle forze estreme. Questo nuovo partito ha modificato radicalmente la scena politica, imponendo anche a destra la creazione di un unico partito, il PDL. L’obiettivo era quello di creare una grande, moderna forza di destra, di ispirazione internazionale. Ma gli effetti sono stati opposti a quelli sperati: l’indebolimento del ruolo di Fini e, al contrario, il rafforzamento della leadership di Berlusconi, leader del nuovo Partito della Libertà.
Le elezioni sono state vinte dal PDL, e la sinistra estrema è scomparsa (insieme ai Verdi) dalla scena politica nazionale; la Lega si è rafforzata nelle sue tradizionali roccaforti. L’unico alleato individuato, Di Pietro e i suoi Valori, è scappato via di fretta e furia portandosi dietro consensi e voti. Il programma elettorale del PD è stato nebuloso ed eccessivamente articolato: gli elettori hanno temuto un sequel del film visto nell’ultimo Governo Prodi.
Il PD è riuscito, con la sua innovazione, a cambiare la scena politica, ma senza modificare la cultura politica attuale. Durante il Governo Prodi è mancato l’accordo sui temi “etici” come i DICO (ex PACS), i diritti per i precari, il welfare, ed i provvedimenti economici anti-crisi. Il PD non è riuscito a trovare questo accordo, ma anzi ha evidenziato l’unione “forzata” di posizioni diverse in tema di religione, famiglia, salute, pari opportunità e scuola. Mentre una parte del Paese chiedeva posizioni univoche, rapide e forti, su temi “caldi” quali eutanasia, testamento biologico, scuola pubblica, ricerca, pari opportunità tra uomini e donne ma anche tra gay ed etero, sanità pubblica e di buona qualità, diritti contrattuali ed ammortizzatori sociali, il PD ha mostrato l’incapacità di trovare posizioni condivise da tutte le correnti interne. Mentre la destra commissiona sondaggi per prevenire i bisogni dei suoi elettori, il PD ignora anche quelli evidenti dell’elettorato, che è sceso in piazza in manifestazioni e si è radunato in movimenti spontanei (come l’Onda).
Infine c’è la crisi morale di alcune amministrazioni locali di sinistra, che ha legittimato ulteriormente la visione federalista della Lega e la cultura di un Meridione ladro ed incapace di autogestirsi. I Democratici sono stati incapaci di avere una posizione unica per l’intero territorio nazionale, perdendosi dietro ai localismi dei singoli governatori, e di fatto sono sembrati in ostaggio delle amministrazioni locali e dei singoli leader. Il mancato “pugno di ferro” in vicende come quella Campana o toscana hanno pesato indubbiamente sulla sconfitta delle recenti amministrative in Sardegna, ma sono stati soprattutto fonte di delusione per il popolo delle sinistre.

Anche le strategie elettorali e di comunicazione sono state errate: non nominando Berlusconi, e scegliendo un’opposizione sottotono rispetto ad alcune tematiche ormai “tradizionalmente di sinistra” (conflitto di interessi, leggi ad personam, cambiamenti costituzionali) Veltroni ha permesso ai media di far sparire dall’agenda questi temi, lasciando Berlusconi ulteriormente libero ed impunito nella gestione della (sua) cosa pubblica. Perché Berlusconi è riuscito laddove la sinistra ha fallito: ha realizzato in soli 20 anni una cultura politica – in parte appropriandosi di un pensiero pre-esistente, in parte creandone uno nuovo – e ha fatto in modo che questa si radicasse nel paese, diventando segno distintivo di una certa parte della popolazione. Così nessuno si è scandalizzato quando l’avvocato Mills è stato condannato per corruzione, gettando ombre anche sul ruolo dello stesso Berlusconi, che invece non può essere processato per una delle leggi da poco create, il cosiddetto Lodo Alfano, nella vicenda All iberian. Nessuno ha trovato troppo da ridire, non una parola dal dimissionario Veltroni. Berlusconi non ha dovuto rilasciare troppe dichiarazioni, o giustificazioni: l’opinione pubblica non ha trovato così grave la vicenda. Probabilmente perché uno degli assunti del berlusconesimo è che gli imprenditori abbiano sempre un doppio bilancio – reato che infatti è stato depenalizzato – e che debbano essere vicini ai politici, tutti invischiati in affaire con le banche ed i finanziatori, a destra come a sinistra, ignorando la giustizia. Berlusconi ha corrotto? Che novità, sembra rispondere questo Paese, che dopo 20 anni di berlusconesimo non è più lo stesso di Mani Pulite e dell’epoca di Di Pietro.

La sola cosa che sembra far paura a Berlusconi sono le intercettazioni: il terrore che i suoi vizi privati vengano resi noti, lo attanaglia più del timore delle ripercussioni delle sue frodi pubbliche. Del resto, ha ragione: non solo Berlusconi non può essere penalmente perseguito, ma soprattutto, non è più culturalmente condannabile, né dai suoi elettori, né, ormai, dagli stessi media. Ai tempi della “discesa in campo” il Cavaliere voleva porsi come un’innovazione rispetto alla defunta DC. Invece, è riuscito a pescare nel tradizionale bacino culturale proprio dei moderati: lui è il paladino della religione e la famiglia, a cui si ispira nelle campagne di comunicazione del suo partito e nella costruzione della sua immagine personale. Berlusconi ha “rubato” la cultura tradizionale dei cattolici, che sono una delle 2 componenti del PD, senza che la sinistra riuscisse a chiarire e ratificare una cultura nuova, laica e moderna, sulla quale fondare un nuovo partito.
Il PD ha perso culturalmente, più che politicamente. A questo punto, un nuovo segretario non farà la differenza. Soltanto un ripensamento culturale, ed eventualmente un periodo di dibattito collettivo, possono far tornare “Democratico” un partito che al momento sembra oligarchico, oltre che allo sbando.

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33 commenti

  1. Antonio Rossano ha detto:

    Buonismo è un male che può portare alla distruzione o alla autodistruzione.
    Lentamente, pacatamente, ma anche, repentinamente…..

    Ma anche “buonismo” è un’etichetta, come giustizialismo, populismo, dietrologia, etc…
    Per cui procedo “a prescindere” dalle etichette che, chi mi conosce sa, non appartenermi culturalmente.
    E poi, a mio avviso, la componente fondamentale della scomparsa dal nostro orizzonte della cometa “veltronix” è un’altra: gli scheletri nell’armadio.

    Che in qualche modo Evelina hai comunque trattato parlando della questione morale, dando però loro valenza di contorno piuttosto che di portata primaria: un’insalatina invece che un insostenibile pasta e fagioli con le cotiche…. e a qualcuno di bocca buona che mi leggerà tra i primi dedico questa immagine figurata.
    E’ già non si può gridare “al ladro” se si è appena compiuta una rapina…..
    Sappiamo tutti che, la questione delle intercettazioni e relativo decreto sicurezza, è stata sostenuta con appoggio bipartizan PDL e PD(meno)L; con le intercettazioni sono stati smascherati emeriti rappresentanti del centro destra, MA ANCHE, Prodi, Mastella (why not), D’ Alema (Unipol) e tanti altri del centro sinistra.

    Come avrebbe potuto il buon Veltroni alzare la voce sul Lodo Alfano, monopolio radiotelevisivo, conflitto di interessi, nei giorni in cui venivano pubblicate le trascrizioni delle telefonate di D’Alema a Consorte e La Torre?

    Sicuramente Evelina, la questione culturale è una questione centrale che richiede una vera è propria rifondazione del PD, MA ANCHE la necessità di cambiare una classe politica che, con armadi riboccanti di ossa, non può più giocare un gioco libero dalla morsa del ricatto.
    E’ necessario, a mio avviso, trovare persone che abbiano credibilità e coscienza pulita, per poter essere libere di interpretare qualsiasi ruolo gli venga conferito dalla propria parte politica.
    Basta parlare per slogan, guardiamo ai fatti.
    La cultura è esprimibile quando i valori che la costituiscono non sono incatenati da compromessi e contraddizioni.
    Saremo tutti moderati, riformisti e democratici, solo se avremo la coscienza pulita.
    Se Luigi Nicolais ha battuto in ritirata, uomo di grande intelligenza e personalità, è perché non era libero dalle catene summenzionate.
    E Rosetta Bassolino lo ha giocato come un gatto col topo, lei vecchia volpe dc che conosce bene tali meccanismi.
    E se Alfredo Romeo viene tenuto ancora ai “ferri” è proprio perché lui, appaltore dei comuni di Napoli e Roma, rappresenta la catena al collo con cui, in questi giorni, si stanno decidendo importanti equilibri politici.
    Mi auguro che tutti quanti abbiano deciso di riconoscere il vero significato della iscrizione di Clemente nelle liste del PDL: finalmente, dopo un tempo mediatico sufficiente, si è lasciato scivolare il velo sulla caduta del governo di Romano Prodi.
    E allora, non facciamo l’errore di scindere la teoria dalla pratica, la morale dalla religione, la politica dal buon senso comune.
    Gli uomini che ci rappresentano in parlamento sono persone che vivono 24 ore su 24 in centri di potere, a far carriera nei partiti, raccogliere consensi e studiare le relative strategie, gestire appalti e imprenditori, ripartire fondi e incarichi, qualunque sia la loro matrice o orientamento politico.
    Sono proprio uomini in carne ed ossa. Con la possibilità di commettere tanti errori e accettare continuamente molti compromessi.
    In un memorabile discorso alla camera Bettino Craxi riconobbe pubblicamente l’esistenza di un sistema economico politico che era basato e funzionava su questi compromessi.
    E vorremmo forse immaginare che nel nostro paese si sia verificato, da Tangentopoli ad oggi, un tale epocale cambiamento culturale e morale? A me sembra che, a parte i morti, i politici da allora sono quasi tutti ancora seduti in parlamento, inclusi D’Alema, Veltroni, Pomicino e Alfredo Vito.
    Il cambiamento culturale lo debbono fare altri.
    Il Partito Democratico, a mio avviso, non è in grado, in questo momento di esprimere personaggi significamente autonomi (non legati a correnti e personaggi tradizionali) in grado di avviare un simile processo.

  2. Rosanna De Rosa ha detto:

    Io credo che sia il paese a non essere più lo stesso ed a meritarsi i politici che si sceglie. Le armi di distrazione di massa sono potentissime ed hanno lavorato con estrema efficacia in questi ultimi trent’anni: dalla soap opera al grande fratello, da Vanzina a FaceBook, dagli ipermercati ai contenitori di sogni possibili, dai gratta e vinci ai pagherai domani o fra cent’anni basta che compri adesso. Un paese edulcorato e melassato che quando scopre il conflitto, l’emarginazione e la sofferenza il meglio che riesce a fare è voltare lo sguardo per non vedere o – nella peggiore delle ipotesi – trasformare la sofferenza in spettacolo, così nella irrealtà della trasfigurazione mediatica, tutto torna ad essere più sostenibile. Ho visto ragazzi che di fronte alla morte ed al dolore non sono riusciti a piangere una sola lacrima, pietrificati in una rappresentazione che non gli apparteneva, non era la loro, non li coinvolgeva. Ed ho visto ragazzi farsi male per provare un’emozione più forte, forse solo un’emozione. Ridotti tutti a comparse sulla scena di questo sporco mondo, non siamo più capaci di provare empatia, ma conosciamo bene la parte e le parole da dire. Conosciamo il gioco qualunque sia la sceneggiatura.
    Il Pd? A quale cultura vuole appartenere? E quando deciderà dove stare, quale debba essere la sua parte, ed il suo gioco? Il pd a quale cittadino vuole dare voce? Agli Englaro od ai Mastella, a coloro che la dignità non la vogliono perdere mai o a coloro che non sanno cosa sia avendo imparato a galleggiare su ogni tipo di mare?

  3. eve ha detto:

    io ho passato un’adolescenza ricca di emozioni, forti, fortissime.
    ho subito la tragedia di perdere un padre ancora giovane, la sfortuna di vedere mia madre ammalarsi di depressione, mio fratello stare male. ho avuto la fortuna di innamorarmi davvero, e di avere passioni ed amici, di amare la musica ed il cinema. ho avuto la fortuna di dover sempre lavorare.
    dai 15 ai 20 anni ho fatto il pieno di emozioni. quando sono uscita da questo turbillon emotivo, sono stata attratta dal disimpegno, e lusingata dalle “armi di distrazioni di massa”.
    se devo guardare al mio percorso personale, credo che forse queste attecchiscano laddove ci siano problemi (economici, sociali, culturali) e che quindi esse siano effetto, e non causa, di problematiche pre-esistenti.
    è certo però che il loro abuso ha legittimato questo paese malato, ha alimentato debolezze, inasprito e allo stesso tempo dissimulato conflitti.
    cara ros, coem tu hai ben capito,mi riferivo a questo, quando dicevo che il Pd ha perso culturalmente; perchè, proprio come dici tu, si ispira a quelli “che galleggiano su ogni mare” piuttosto che a quelli dalla dignità forte. mi scuserà quindi antonio, se non ho analizzato nel profondo ogni aspetto della questione politica, ma era appunto a quella culturale di questo paese, a cui mi riferivo.
    perchè credo che il Pd dovrebbe avere il coraggio di dire, urlare, e sbandierare, che è venuto il tempo di pensare, il momento dell’impegno e della riflessione. che non è più tempo di distrarsi, ma di imbracciare le Armi della Verità, della Conoscenza, dello Studio, dell’Integrità, della Cultura, della Dignità. L’attenzione contro la distrazione, senza mai dimenticare l’ironia ed il gusto sano di divertirsi.

  4. Antonio Rossano ha detto:

    E’ vero Ros: gli italiani hanno i politici che si meritano.
    Però ritorniamo sempre al punto: come si può cambiare un paese se è “sottoposto” ad un sistema di informazione univoco, dove gli interessi di intere categorie vengono sottoposti all’ arbitrio di pochi (vedi Brunetta-PA), il lavoro non è una possibilità ma un ricatto (precariato), la possibilità di morire a chi è già morto è negata e ci si mette paura di parlare dei preservativi e del sesso ai bambini perchè c’è una chiesa ancora troppo ingerente e ingombrante tutte le distorsioni politiche, sociali ed economiche che nel Belpaese sono considerate normali?
    Ieri l’ avvocato Mills è stato condannato (1 grado) per corruzione:
    negli USA due importanti membri dello staff di Obama si sono dimessi, appena nominati, ed uno dei due per una evasione (peraltro già sanata) di 400 dollari.
    Perchè? Perchè i giornali ed i media li avrebbero massacrati.
    Solo per questo. (ovviamente la legge fiscale americana è molto più severa che da noi…)
    E allora gli italiani hanno i politici che si meritano daccordo.
    Ma la consistenza di quel “merito” come può essere cambiata se non attraverso la libertà di informazione, lo scambio culturale e la possibilità di vivere un futuro quantomeno “probabile”?

  5. Ale ha detto:

    L’analisi di Ros sintettizza i punti chiave. Non so quanto serva arrovellarsi nel passato o fare l’elenco dei perchè il Pd è una barca alla deriva che non ha mai preso il largo. Certo, è nato di corsa, e già su basi precarie. Forse Prodi è stato accantonato presto. Forse Veltroni, che sarebbe stato un buon presidente del Consiglio, non è altrettanto in grado di essere leader dell’opposizione (che è tutt’un altro lavoro). Forse, forse, forse. Prima va deciso se il paese moderno e berlusconizzato si può cambiare cercando di lavorare sullo stesso piano di Berlusconi, inseguendolo e provando ad assomigliargli, o rimarcando le differenze sostanziali, culturali, ideologiche, pratiche, umane, tra le due Italia, prima che l’una si sovrapponga completamente all’altra.

  6. Salvatore Esposito ha detto:

    Le dimissioni di Veltroni e le recenti sconfitte elettorali del Pd, dall’Abbruzzo alla Sardegna, sono un importante indicatore del fallimento o quantomeno di una visione poca chiara del nuovo soggetto politiconato il 14 ottobre 2007. Credo che il balbettare del Pd sia da ricercare in due cause principali molto connesse: una di carattere culturale e un’altra puramente politica.
    Per quanto riguarda la causa culturale inviterei a riflettere che nella conferenza stampa con cui Veltroni ha motivato le sue dimissioni è stato sottolineato quello che secondo me è il peccato originale del fronte anti-berlusconiano che dal 1994 si propone come alternativa politica al Cavaliere, ossia Veltroni ha fatto esplicitamente riferimento al fatto che si è permesso a Berlusconi di acquisire una posizione egemone nella cultura e nella società italiana e di essere il portatore di una serie di disvalori che sono virus che indeboliscono la nostra vita democratica. Meglio tardi che mai, qualcuno potrebbe aggiungere visto che già qualche mese fa Nanni Moretti invitava a riflettere sul fatto che Berlusconi avesse ormai conquistato la mente e il cuore degli italiani. Questa riflessione allora si collega a quanto scritto da Rosanna De Rosa sul cambiamento culturale e forse emotivo degli italiani, di cui Berlusconi è stato abile “manovratore” e sul fatto che la classe dirigente è comunque e sempre specchio della società.
    La seconda causa del fallimento attuale del Pd è di ordine politico. Il Pd è un soggetto nato con tempi troppo veloci e questo ha inciso notevolmete sulla forma organizzativa del partito e soprattutto è nato su un progetto politico confuso che molto spesso è stato solo annunciato e mai praticato. Tutta la classe dirigente e parlamentare del Pd è la stessa classe dirigente che ha sostenuto il passato Governo Prodi e che è stata incapace di farsi promotrice ed attuatrice, quando era al governo, di quelle riforme di cui il paese aveva urgente bisogno. In poche parole: il Pd si è proposto non come partito di sinistra (e non potrebbe essere altrimenti) ma come partito riformista che quando è stato al governo del paese è sembrato dimenticarsi della sua vocazione riformista. Si badi nelle numerosissime pagine del programma del Governo dell’Unione non si proponevano le grandi riforme strutturali proposte e in parte attuate negli anni sessanta, ma si proponevano riforme a forte impatto sociale e simbolico e a costo zero, una su tutte la già citata legge sui DICO.
    Il fronte anti-berlusconiano riacquisterà credibilità soltanto quando riuscirà a praticare una seria e coerente alternativa culturale nel paese e amministrativa a livello locale (purtroppo le cronache campane sono di segno opposto). Forse per realizzare tutto questo dovrebbe davvero rigenerarsi una nuova classe dirigente che sia il quanto più possibile lontana da certe visioni e pratiche poltiche. Citando nuovamente Nanni Moretti, questa volta un po’ più giovane, è necessario prendere atto che con questa classe dirigente non si va da nessuna parte.

  7. Tommaso Ederoclite ha detto:

    Ma solo io mi sento ostaggio di una democrazia che non funziona?

    Come ha sottolineato Ezio Mauro, il mondo ha fatto un giro completo e siamo ancora alla ricerca di radici culturali per costruire un nuovo soggetto politico. E’ una ricerca chiusa in partenza.

  8. Antonio Rossano ha detto:

    Beh. Tommaso, questa volta sono con te: almeno siamo in due!

  9. antonio ha detto:

    Parafrasando la canzone di Edoardo Bennato, ” Dotti, medici e sapienti ” ( che magari vi consiglio di risentire per rinfrescarVi la mente ), mi intrometto un secondo solo per rammentarVi dei miei ” poveri ” e ” scurrili ” interventi sulla politica del centro-sinistra degli ultimi anni e le mie
    ” funeree ” previsioni quasi profetiche, purtroppo ma inevitabilmente evveratesi sulla sorte del PD, con l’aggiunta della ciliegina sulla torta che il peggio deve ancora arrivare. Qualcuno, giustamente. dira’ si’ ma è facile criticare e gettare melma sul PD, il difficile è proporre e ricostruire. Bene signori Voi siete l’ ” INTELIGHENZIA ” e da Voi mi aspetto le nuove idee; il solo consiglio che mi permetto di inoltrarVi è di ripartire dalla base da zero, per cosi’ dire, dalla gente. Scendete giu’ dal Vostro castello fatato che ormai è rimasto solo un fantasma di cartapesta e vedrete che piano piano con il tempo, con sacrificio e duro lavoro di mano e di testa ci si risolleva.
    Ciao e buon lavoro a tutti.

  10. giuseppe mauro ha detto:

    “il partito democratico è l’unione di cattolici e uomini delle sinistre moderate; ovvero di due forze politiche che hanno in comune la moderazione, il socialismo, e l’antagonismo ad una certa destra italiana. Tutte ragioni politiche valide ed importanti, per le quali, giustamente, era auspicabile un’alleanza solida e formale, ratificata dalla creazione di un unico partito, privo delle forze estreme”.
    Sono in disaccordo. Prova a domandare alla Binetti o a Rutelli se si sentono di condividere il “socialismo” con gli uomini delle sinistre moderate. E al di là dei leader, è possibile pensare che gli ex democristiani di sinistra possano pensarsi oggi socialisti? No. Tanto è vero che il prossimo grande problema, quello che può portare, io dico finalmente, all’abbandono di questo progetto insensato, sarà la questione della collocazione europea del partito.
    Il PD nasce sulla base di una serie di abbagli enormi, secondo me. Il primo sta nel tentativo di importazione di un modello, quello americano, le cui caratteristiche non si accordano in nulla con quelle europee e italiane soprattutto. La nostra storia millenaria, l’invasività della cultura cattolica, le correnti di pensiero mescolate a quelle filosofiche che in questo paese sono state sempre fiorenti, diverse e dunque ricche: tutto questo non c’entra nulla con gli americani, la loro “giovane età”, il pragmatismo della loro cultura e della loro politica.
    Io penso sia un bene, considero la diversità come una ricchezza e penso che la complessità delle società contemporanee mal si adatti a semplificazioni brutali e per di più imposte dall’alto. Ma senza entrare nel merito, si prenda almeno atto che l’importazione di quel modello qui è impossibile.
    Non voglio dilungarmi troppo, dunque vorrei citare soltanto un altro dei grandi abbagli di cui all’inizio: la questione dell’identità. Oggi l’accusa di “identitarismo” viene rivolta con asprezza, quasi fosse un’esigenza spregevole, sicuramente anacronistica. Ebbene, io penso che il ruolo, la funzione dei partiti, sia ancora quella di rappresentare pezzi di società. La teoria dei cleaveges è in crisi? Può darsi. Sta di fatto che la questione etica – ad esempio – è un tema su cui è impossibile pensare alla libertà di coscienza come fosse un fatto confessionale o religioso, che sta in una bolla iperreale narrandoci di dei in forma di triangolo, di santi e miracoli. Il progresso fa sì che certe questioni impattino con un peso sempre maggiore sul nostro quotidiano. Io, cittadino attivo, informato, consapevole, chiamato al diritto e all’esercizio del voto, voglio dare il consenso a un partito che ha una visione d’insieme condivisa su certi problemi che coinvolgono, o possono coinvolgere, anche la mia persona. Voglio sapere cosa pensa, il partito cui affido il mio voto, sul diritto di scegliere la maniera per affrontare quel passo fondamentale della vita che è la morte, per esempio. Non posso pensare di votare a scatola chiusa un partito, magari con liste bloccate, mandando in Parlamento la Binetti che pretende di decidere per me e che in ogni caso possiede una visione del mondo e delle cose diametralmente opposta alla mia. Sulla bioetica come sul diritto alla scuola, sulla guerra in afghanistan o su mille altre questioni. Non sono temi secondari, purtroppo. Parliamo di argomenti che devono necessariamente essere sintesi e patrimonio comune di una comunità – appunto – che vuole rappresentare una visione condivisa del mondo, sia pure ammettendo discussioni e complessità. Oggi ci sono l’intervista di D’Alema su Repubblica e l’editoriale di Salvati sul Corriere. Il primo dice cose assolutamente condivisibili, tacendo tuttavia sul fatto che la conseguenza delle sue affermazioni porterebbe diritti all’auspicio di Barenghi ieri sulla Stampa: il ritorno alle origini, un partito di sinistra e uno di centro chiamati a costruire percorsi comuni programmatici e di governo. Ma non si potrebbe fare all’interno di un partito unico? No, non si può. C’è una visione di assoluta sottovalutazione dell’elettorato in questa impostazione ed è la stessa di Salvati, che pretende di spiegarci che sono i leader a esasperare i conflitti tra laici e cattolici e dunque l’elettorato ne risulta disorientato. Questo elettorato in forma di gregge pronto a seguire qualsiasi litigio o ricomposizione dei magnifici leader di riferimento. Bè, io non credo sia così. Esiste una società – persone – che pensa, che agisce, che vuole punti di riferimento e non accrocchi di persone che vanno in parlamento e votano secondo coscienza come fossero una qualsiasi lista civica.
    E’ per questo, io credo, che è bene che il progetto del PD venga rapidamente e definitivamente abbandonato.

  11. Rosanna De Rosa ha detto:

    Ad Antonio è forse che qualcuno dica che non siamo l’intellighentia del PD, ma liberi pensatori e – se la collocazione spaziale ha ancora senso – di sinistra.
    Per il resto Giuseppe ha ragione su tanti punti, tranne uno: il destino del PD è ormai connesso a quello del suo progetto. Il nulla potrebbe anche essere peggio del vuoto.

  12. Ale ha detto:

    Confesso che il primo pensiero dopo le dimissioni di Veltroni è stato quello perfino rassicurante di notare la differenza tra un partito democratico (aggettivo) che discute (troppo e male) e di un’azienda con un capo e stuoli di seguaci adoranti. Ma non sono certo che la maggioranza degli italiani preferisca ricoscersi in un meccanismo democratico e aperto. Si preferisce il capo che fa e disfa le regole, racconta storie, predilige l’utile, insegue la morale bigotta e utilitaristica di un paese adulto ma non cresciuto. Bisogna cominciare dal basso a “convertire” questi italiani. A insegnargli la bellezza della democrazia e la gioia del confronto. Ma non si può fare senza linee precise, aperte ma nette, tracciate, chiare. Il Pd deve porsi questo obiettivo, approfittando anche (paradosso) delle macerie che ha intorno (a cominciare dalla sinistra estrema), perchè di politico oggi come oggi in Italia, c’è solo il radicalismo esasperato della Lega.

  13. giuseppe mauro ha detto:

    Le fusioni a freddo non funzionano mai, è un dato storico della politica italiana (per restare a casa nostra). Non hanno funzionato quelle tra soggetti simili, e abbiamo molti esempi di tentativi del genere, figurarsi quelle tra soggetti che hanno idee antitetiche su argomenti fondamentali.
    Io credo che l’esplosione del PD non porterebbe al nulla, ma alla ricomposizione di forze su basi omogenee e ciò sarebbe utile. Pensare che l’elezione di un segretario “nuovo” possa risolvere i problemi è un ulteriore tentativo di americanizzare la politica in un Paese che non ha alcuna intenzione di farsi americanizzare. Noto incidentalmente che in Sardegna ha perso voti pure il PDL, mentre l’UDC, il solito “centro”, ha ottenuto una specie di trionfo: ergo, il bipartitismo non è un approdo scritto e Berlusconi ha vinto in Sardegna con una saggia ed efficace politica delle alleanze. La politica rappresenta istanze e pezzi di società, non credo basti la bellezza della democrazia (che tra l’altro vive una crisi non da poco) né la gioia del confronto (c’è poco di gioioso nel confronto tra Marino e Binetti sulla bioetica, soprattutto pensando che sono iscritti allo stesso partito).
    Il che mi porta a pensare che la tanto vituperata sinistra estrema va ripensata in termini di recupero a una propspettiva di governo e non certo in termini di “profitto”. Anche perché è oltremodo difficile pensare che un elettore di sinistra radicale (io sono tra questi) possa votare per un partito che, di fatto, non esiste, non sa definirsi, non sceglie.

  14. Tommaso Ederoclite ha detto:

    @Giuseppe Mauro
    La flessione verso l’alto dell’UDC in Sardegna è dovuta ad una sola questione…quella del voto disgiunto.

  15. Fabrizio Tarantino ha detto:

    Ad “antonio” ed a tutti i lettori.

    Mi preme fare alcune precisazioni a titolo personale, come collaboratore che firma articoli per questo blog, in risposta a parte di un commento di Antonio e riprendendo la risposta riportata da Rosanna D.R.

    Personalmente, non mi considero un’intellighentia tout court, tantomeno del Pd. Non so se è questa la precisa afferenza che intendevi nel tuo commento, riferendoti agli articolisti tutti o solo ad alcuni di essi. (Io scrivo raramente dunque potresti non aver fatto riferimento a me e non avermi tenuto in considerazione nell’espressione del tuo pensiero)
    Voglio specificare di non essere neppure un elettore del Pd né di esserlo stato delle forze che lo hanno composto. Peraltro m’interesso maggiormente ad aspetti tecnici e pragmatici della politica, di comunicazione strategica, marketing elettorale etc. Se la tua considerazione sui collaboratori-autori del blog li vede come intellettuali del Pd o pro-Pd è quantomeno una generalizzazione fallace. Non per polemica, solo per fare una precisazione personale che vale per te come spunto per chiunque legga.

    Le previsioni di cui scrivi riguardanti il Pd erano facili e comuni ed anche da me espresse quelle volte che qui ho scritto e scrivo articoli e/o commenti.

    Per quanto riguarda una sorta di posizionamento politico degli autori, reputando personalmente la collocazione spaziale di cui accenna Rosanna come concetto parzialmente caduto in disuso, anche tenendo conto del panorama politico attuale, mi posso considerare un “pensatore libero”, tanto per riprendere la sua espressione, senza aggiungere “di sinistra”. Mi posiziono per issues (tematiche), le quali talvolta sono concordi con le posizioni espresse da forze politiche di sinistra (sui generis), altre volte no.
    Per cui “pensatore libero” non prevede, nel mio caso per il quale solo posso parlare, l’aggiunta “di sinistra” che considero un’etichetta non adatta a racchiudere il mio pensiero politico che come stesso sinonimo di libertà reputo indipendente.

    Senza rancore, solo come precisazione a titolo personale.

  16. Tommaso Ederoclite ha detto:

    Capisco il commento di Frabrizio ma non posso quotarlo totalmente.
    Come già detto più volte, credo sia impossibile scrivere, dibattere, pensare senza fare opinione. Di conseguenza credo sia impossibile farlo senza che l’opinione sia, ovviamente pubblica, ma inevitabilmente politica.
    La pretesa dell’oggettività mi ha sempre un po’ infastidito. Anche le accuse di faziosità stridono peggio di un violino suonato male.
    Non si può parlare del sociale e dividerlo dalla sfera politica…è una idiosincrasia di fatto. Il sociale è politico e il politico è sociale (Aristotele, Croce, Gramsci, Bobbio etc etc).
    Ogni mia opinione è pubblica e politica per definizione e se penda verso la fantomatica sinistra italiana che ben venga. Nella mia vita non avuto ho la possibilità di votare per il PCI in quanto il partito era già morto e, con il senno di poi, sono sicuro – anzi certissimo – che lo avrei votato.
    Mentre oggi mi ritrovo un desolante orizzonte fatto di misture culturali e politiche, di tradizioni diverse e contraddittorie.

    Quindi, se la mia opinione è di parte non posso che dire ne vado fiero…in quanto la politica è innanzitutto un gioco/conflitto tra le parti e io mi ritengo un uomo, ahimè, di sinistra con l’illusione di stare dalla parte giusta.

  17. mattia ha detto:

    Ritengo che quanto espresso da Tommaso sia assolutamente condivisibile. Non esiste espressione di pensiero che non esprima una precisa cultura e identità anche politica.
    E tantomeno, la pretesa di una collocazione oggettiva è culturalmente apprezzabile, in quanto espressione di una sorta di qualunquismo conformistico.
    In ogni caso sig antonio, il suo intervento mi appare più provocatoriamente sterile che utile al dibattito; infatti alla discussione specifica non toglie e non aggiunge alcunchè, anzi, come sopra dimostrato, induce gli interlocutori a precisare e discutere cose non pertinenti.

  18. Ale ha detto:

    Aggiungo una cosa al dibattito strettamente politico, ricordando un aspetto che mi è sembrato trascurato dai precedenti interventi: l’astensionismo. In Sardegna Soru ha perso anche per colpa di quasi il 40% dei sardi che sono rimasti a casa. A maggior ragione in un momento di scarsissima rappresentatività il Pd deve pescare tra chi non ha votato negli ultimi tempi, perchè contrario a Di Pietro, perchè il Pd era troppo clericale, perchè Rifondazione è litiogiosa e perchè Diliberto voleva la mummia di Lenin. Anche rispetto ai numeri di un’alleanza con l’Udc, il malloppo di voti guadagnabili è inferiore alla mole di consensi che proverrebbero da un mancato astensionismo. In tanti stanno valutando l’ipotesi del non-voto (si è creato un minidibattito tra i lettori della rubrica “La posta di Serra” sul Venerdi di Repubblica), e la prima cosa che il Pd deve fare è scongiurare l’emorragia di consensi che verrebbe fuori, perchè sia come risposta alla Casta sia come gesto di protesta allo sfascio dei valori delle forze di riferimento (e dei leader), l’astensione è un’opzione sempre più di moda, una tentazione mai così presente in molte persone (ma vi dico già che non sono tra queste). E fa il gioco di uno soltanto, indovinate chi.

    Per il resto, concordo con gli interventi precedenti. Non solo è impossibile tenere fuori le opinioni, ma siamo poi sicuri che sia necessario? Obiettività e partigianeria posso coesistere. Il sociale è politico e il politico è sociale (Aristotele, Croce, Gramsci, Bobbio, Ederoclite, etc etc).

  19. Fabrizio ha detto:

    D’accordo Tommaso, però non capisco se ci sia e dove quel qualcosa del mio commento secondo cui specifichi di non poterlo quotare totalmente.
    Non ho parlato di oggettività (chiaramente impossibile), solo di non possibile attribuzione di una etichetta di posizione di “sinistra”; dunque non vedo alcun punto anche minimo di non accordo. Non si può, in coerenza, aggiungere al “libero pensatore” un’etichetta quale quella di “sinistra”. Il libero pensatore per definizione intrinseca non può avere una categorizzazione di tal genere. Inoltre, non la prendere male, ma citare filosofi e affini a sostegno di quanto di afferma è a mio parere espressione di dipendenza intellettuale dal passato che non riesce a divenire autonoma ed attualizzarsi individualmente; le tue citazioni le prendo solo come esempio per ribadire la tipicità dell’etichetta di sinistra quando spocchiosa e a cui sono fiero di non appartenere 😉
    Lasciate i grandi pensatori del passato nella loro storia e create la vostra di storia, attualizzandola con il vostro pensiero, influenzato forse in parte dai grandi ma che sappia rendersi da loro indipendente.

  20. antonio ha detto:

    Ciao a tutti.
    Permettete una parola, io non sono mai andato a scuola, diceva la canzoncina di Edoardo Bennato che io ho citato nel mio intervento oggetto di critiche e precisazioni fin troppo astiose e fuori luogo a mio modesto avviso.
    Intanto non capisco perche’ ve la prendete tanto, manco Vi avessi appioppiato un’etichetta di disonore di cui vergognarvi; non mi pare, non mi pare proprio.
    A me non dispiacerebbe affatto essere ” l’intelligenthia ” di un gruppo politico da cui si attingono idee nuove e vincenti che si riflettono positivamente sulla societa’; per qualcuno di voi questo sembre essere in un certo senso un “malessere ” financo difficile da digerire; ma che sara’ mai avrebbe detto il grande principe della risata.
    Il mio modesto e banale intervento era solo frutto di alcune considerazioni che per quanto scontate erano state oggetto, circa un anno fa, e dunque dette in un momento al di sopra di ogni sospetto, di sconsiderati attacchi di ” pochezza dottrinale ” da parte del Dottor Tommaso Ederoclite da una parte e fin troppo sotto-considerati ( lo dimostrano le risposte date dalla stessa ad alcune mie precise domande ) da parte della Dottoressa De Rosa.
    Egregi Signori, io sono un semplice ragioniere, mi piace un po’ la politica, quella vera, e sono affascinato dallo studio della societa’ anche per via della mia attivita’ sindacale.
    Ma se i fatti mi hanno dato ragione me ne devo fare una colpa ?
    Io non ho ne’ i mezzi, ne’ gli strumenti, ne’ le capacita’ culturali di coloro che fanno parte dell’Editorial Board di questo Blog che comunque considero una piccola goccia nel mare di una sinistra ormai dissolta, di vitalita’ e laboratorio di idee.
    Fabrizio su alcune cose son d’accordo con te, su altre con Antonio Rossano, su altre ancora perfino con la Dottoressa De Rosa, ma da solo sono poca cosa.
    Voi siete gia’ tanto di piu’ e dovete fare di piu’.
    Buon lavoro e grazie di tutto.

  21. Salvatore Esposito ha detto:

    @Giuseppe Mauro e @Tommaso Ederoclite
    L’Udc in Sardegna non ha né trionfato e né tantomeno aumentato i propri consensi:

    Regionali Sardegna 2009
    Udc: Consenso in percentuale: 9,10% e voti in assoluto: 72.737
    Regionali Sardegna 2004
    Udc: Consenso in percentuale: 10,28% e voti in assoluto: 88.179
    Dati: Regione Sardegna

    Né in termini percentuali né in termini assoluti l’Udc ha aumentato i propri consensi nella regione.

    Se si leggessero bene i dati si capirebbe pure che a differenza di quanto è stato detto e scritto chi ha perso consensi è stato il candidato Presidente (Renato Soru) e nol il partito che esprimeva il candidato.

    Regionali Sardegna 2009:
    Soru: 42,87%, 410.714
    Partiti a sestegno di Soru: 38,91%, 310.763
    Pd: 24,66%, 196.912

    Regionali Sardegna 2004:
    Soru: 50,13%, 487.692
    Partiti a sestegno di Soru: 45,86%, 393.586
    Ds: 13,15%, 112.757
    Margherita: 10,79%, 92.526

    Rispetto alle regionali del 2004, alle elezioni regionali la percentuale dei consensi al Pd sul complesso dei voti espressi seppur di poco supera i consensi in percentuale dei due partiti che nel 2004 avrebbero poi costituito nel 2009 il Pd (Ds e Dl). Un leggero incremento dei consensi in termini percentuali nel 2009 a discapito di un incremento in termini di voti assoluti.

  22. giuseppe mauro ha detto:

    Caro Salvatore, siamo alle solite, nel senso che poi ognuno legge i dati come gli fa più comodo o per sostenere le proprie tesi. Io penso – opinione personale, ovviamente non pretendo sia verotà assoluta – che il confronto corretto sia quello con le ultime politiche. Perché al di là delle peculiarità delle tornate amministrative, le tendenze si esprimono nel breve e medio periodo. Trovo perciò meno corretto confrontare i dati di oggi con quelli di cinque anni fa.
    Secondo questo modo di ragionare, dunque, lo scenario assume un’altra luce: in pochi mesi, la politica viaggia velocissima sull’onda dei fatti e degli eventi di ogni giorno, l’UDC si riprende ciò che aveva perso, il PD perde tutto quello che aveva guadagnato, Soru prende più voti della sua coalizione. Per me è questo leggere “bene” i dati, ma capisco perfettamente chi li legge “bene” nel senso da te descritto, assolutamente legittimo.
    Infine, riprendendo alcuni commenti a questo post, rimarco l’inadeguatezza del PD a essere partito vero. Rutelli presenta emendamenti personali, la capogruppo in commissione che non si sente di rappresentare il proprio partito ma trova più giusto rappresentare la propria coscienza rifiutandosi di firmare l’emendamento “ufficiale” (ma vedi se uno deve essere costretto a ragionare in termini di proposte ufficiali e ufficiose: e non era meglio il centralismo democratico?? 🙂 ) e così via. Il partito non funziona, c’è ben poco da fare, è come una lista civica in cui ogni gruppo pretende diritto non già di cittadinanza e di pensiero (cosa ovviamente sacrosanta), ma di presentare e contrattare la propria posizione in Parlamento scavalcando quella decisa dal partito. Vi pare che il PD possa avere un futuro?

  23. Tommaso Ederoclite ha detto:

    @ Salvatore Esposito
    Questa è davvero bella Salvatore…al paese mio si dice “aggrapparsi con le unghie a qualcosa”.
    Non leggere solo i numeri.

    Ad esempio, l’Udc nel 2004 era in coalizione…oggi è da solo…e ancora….il meccanismo del voto disgiunto se corri da solo può premiarti di più…l’Udc inoltre ha avuto una flessione verso l’altro rispetto alle ultime politiche che è il parametro di voto più attendibile.

    Comunque leggendo come hai fatto tu i dati potrei dire che il PD ha preso meno del PCI nelle regionali del 1980 :)…

  24. Rosanna De Rosa ha detto:

    Vorrei si riflettesse sulla crisi del PD versus la crisi della forma organizzativa del partito. Siamo certi che in crisi sia il PD e non la sua forma-partito? Siamo certi che questa crisi – ormai decennale – non abbia colpito già gli altri partiti, più bravi a mantenere gli scheletri ben nascosti nell’armadio? Che legittimità continua ad avere un partito come forma organizzativa della rappresentanza se in parlamento conta meno di niente? Se ogni rappresentante si comporta in ragione di una logica di “single-member constituency” – da un lato – e “yesman party” dall’altra? Dove realmente sono i partiti?

    nb: Il sistema è settato sui 25 commenti, nel caso non ne accettasse più, spostate la discussione in coda al precedente post.

  25. Salvatore Esposito ha detto:

    Non voglio ritornare sulla questione del voto in Sardegna anche perchè ho proposto dei dati senza l’intenzione di “aggrapparsi con le unghie a qualcosa”. Ho proposto una riflessione non per essere partigiano (lungi da me questa idea) ma per provare a confrontarsi su alcuni argomenti. E’ vero che l’Udc non è più in coalizione ma è anche vero che in Sardegna lo è sempre stato e quindi io credo che le elezioni quando siano locali vadano analizzate anche tenendo come riferimento lo stesso termine di paragone elettorale proprio per il motivo che accennava Tommaso, ossia anche se è vero che l’Udc alle passate politiche si è presentata con un proprio candidato alla Presidenza del consiglio alle elezioni regionali si presenta sempre nella coalizione di centro destra perchè a livello regionale il partito di Casini segue logiche politiche diverse dalle logiche romane.
    Sulla questione Pd credo che sia un fallimento proprio perchè non è rappresentanza di istanze dei territori e come Rosanna De Rosa credo che l’attuale sua rappresentazione parlamentare sia figlia di logiche oligarchiche e verticistiche partorite nelle segreterie, pardon Loft, nazionali più che dai circoli e sezioni territoriali. Un esempio su tutti: poco tempo fa in parlamento è stata presentata una mozione di sfiducia contro Nicola Cosentino a firma tra gli altri di Soru del Pd, Donadi Idv e Vietti Udc. Io sono un cittadino della provincia di Napoli e volete sapere come hanno votato alla Camera dei Deputati gli 11 deputati eletti nella circoscrizione Campania 1 (Napoli e provincia)?
    8 favorevoli alla mozione di sfiducia ma tre non hanno espresso lo stesso voto: uno si è astenuto, Andrea Sarubbi, e il voto di altri due, Olga D’Antona e Salvatore Piccolo, è stato annullato.
    Sia la D’Antona che Sarubbi non sono espressione del mio territorio in quanto sono nomi imposti direttamente da Roma. Invito a riflettere su questo che si lega alla riflessione proposta dalla De Rosa.

    P.s.: Qualcuno che partecipa alla discussione in questo sito mi potrebbe spiegare perchè se si propone una lettura differente dei dati deve essere si deve essere etichettato come quello che tenta di “aggrapparsi con le unghie a qualcosa” e di “leggere i dati come gli fa più comodo o per sostenere le proprie tesi”.

  26. giuseppe mauro ha detto:

    Penso che la crisi dei partiti, che esiste ed è crisi anche della forma-partito, sia causata da molti motivi. Motivi sociali, economici, più squisitamente politici, storici e forse persino antropologici. Potremmo qui richiamare l’evoluzione della forma-partito – partito d’elite e poi di massa fino al partito-pigliatutto, per tacere del partito-cartello – lungo il corso dei secoli e cercare di analizzarne limiti e possibilità. Io però ritengo che la ragione fondamentale che provoca decadenza e decadimento di questa forma di associazione sia da ricercarsi nella crisi della militanza, della partecipazione reale al processo di elaborazione, di scelta e di azione dei partiti. Anche qui, motivi a iosa: il crollo del mondo bipolare e la perdita di qualsiasi punto di riferimento “forte” che da solo faceva appartenenza, il miglioramento oggettivo delle condizioni economiche dei fortunati cittadini occidentali “medi” e il disfacimento di quel tessuto sociale solidaristico (penso ad esempio alle Case del Popolo o perché no, alle “cellule” in fabbrica) in cui la partecipazione si sposava perfettamente con l’azione e con le famose “vertenze”, la parcellizzazione dei lavori e la conseguente individualizzazione della dimensione lavorativa accresciuta dai precariati di ogni genere. E non parlo solo della sinistra, certi luoghi erano d’elezione anche per i cattolici impegnati, o per la destra orfana del fascismo.
    Sparito lo scenario, cancellato brutalmente dagli anni novanta, la crisi dei partiti in Italia ha oggi due risposte: una che fa del leader il collante indispensabile, quello che in forza del consenso popolare, del carisma e delle riconosciute capacità decisionali, è il capo senza discussioni, senza mediazioni se non quelle strettamente necessarie, senza ostacoli. Lui decide e lui è il partito. In fondo si parla di unione di soggetti con poca “storia”, senza percorsi complicati cui rendere conto, senza passati cui ispirarsi. E’ la risposta più facile, però quando sparisce il leader trovarne un altro non è esattamente semplice.
    Dall’altro lato, l’oligarchia. Una serie di capicorrente, sedicenti rappresentanti di pesanti eredità storico-politiche di riferimento, in perenne lotta per l’egemonia. La lotta, a tratti feroce, porta a leader che però non sono riconosciuti da tutti, che non fanno sintesi, che sono costretti a estenuanti mediazioni e a continue non-scelte, che alla fine lasciano il posto al leader successivo pronti a impallinarlo come si deve alla prima occasione. Il tutto in un vuoto di partecipazione sconfortante. Parliamoci chiaro, anche lo slogan “primarie subito” è il segno evidente di una rivendicazione di partecipazione al ribasso. Sto nel partito, con tessera o senza, e partecipo al rito domenicale delle primarie, all’espressione del mio voto dato magari per simpatia, per empatia, perché la faccia è nuova, perché “secondo me è intelligente”, perché è un ex comunista o democristiano, perché ha i baffi e così via. L’affinità politico-ideale: non necessaria, secondaria. Del resto, niente più ideologie, niente più ideali, a che serve rappresentarli? In questo quadro si rafforza quello che Rosanna chiama “logica di single-member constituency”. L’assenza di partecipazione è la condizione essenziale per questa specie di Babele.
    Tutto ciò detto in maniera, mi rendo conto, non sufficientemente approfondita ma la superficialità dell’argomentazione è dovuta alla necessità di comprimerla in un commento e magari aiuta a offrire spunti di riflessione.
    Come se ne esce, soprattutto a sinistra? Non ne ho idea, lo confesso. Bisogna riconoscere che la voglia di partecipazione non è morta, basti ricordare i numeri dell’associazionismo in Italia, ma i partiti non riescono più in alcun modo a veicolarla verso la politica. Incapacità, inadeguatezza di risposta, identità mal definite…chi continua? Le nuove forme di partecipazione sono importantissime, necessarie; non lo nego. Ma è altrettanto innegabile che da sole non bastano, che la militanza social-virtuale – i forum, i social network, il 2.0 in senso lato – dovrebbe essere affiancata da qella “fisica”, dentro gli spazi e i luoghi reali.
    Credo che il compito, la sfida vera e quella su cui si gioca la partita politca dei prossimi anni sia proprio qui, ed è in fondo quella che a sinistra qualcuno chiama “necessità di radicamento sociale”.
    La vedo difficile, sì…

  27. giuseppe mauro ha detto:

    Salvatore guarda che mi sono “autoetichettato” anch’io, mica accusavo te! 🙂

  28. Tommaso Ederoclite ha detto:

    No salvatore…non te la prendere. Il mio era un ironico commento in quanto trovavo la tua lettura piuttosto “originale”. Conta poco se il PD ha o non ha meno o più voti rispetto a 5 anni fa, e sopratutto con due o un solo partito.
    Resta il fatto che in meno di 8 mesi il PD in proporzione nazionale ha perso il 10 % e più….fallendo su tutto e tutti. Aggrapparsi con le unghie per me significava semplicemente “cercare di trovare qualcosa di buoni nel distastro sardo”. tutto qua.

  29. eve ha detto:

    sono contenta di vedere che da alcune mie riflessioni- e soprattutto dai commenti di tutti- sia nata una bella discussione.
    senza stare a guardare i dati, io quoto Ros, perchè era anche dalla forma dell’organizzazione partitica -che in parte mi sembra coincidente con la matrice culturale delle forze politiche- che partiva la mia analisi.
    quando dico che il Pd ha peso culturalmente più che politicamente, infatti, intendo proprio dire che l’organizzazione Pd mi è sembrata peggiore dei risultati politici ottenuti, che pure evidenziano un fallimento elettorale su larga scala.
    per questo, ritengo le affermazioni di antonio un complimento: se nell'”intellighentia” del Pd si facessero discussioni come le nostre, obiettive e ben motivate, seppur di parte, forse il partito sarebbe migliore! ritornando alla nostra discussione, ritengo che la sconfitta (che io ritengo culturale, lo ripeto) è sicuramente una sconfitta organizzativa: le primarie nazionali sono state una farsa, così come questo segretario reggente eletto da un’esigua percentuale di delegati, a loro volta eletti con poca affluenza, non mi pare assolutamente democratico.e per un partito che si dichiara tale fin dal nome..mi pare veramente grave.
    ma è soprattutto a livello locale che mi pare di aver assistito alla peggiore farsa degli utlimi tempi: l’unione tra margherita e ulivo ha portato ad un minor numero di poltrone all’interno dell’organizzazione del partito (segretari di sezione, ecc.). questo si è tradotto con un’ulteriore “impermeabilizzazione” della “base” del PD. noi giovani che entusiasticamente nel settembre scorso ci siamo avvicinati al costituendo PD siamo stati incoraggiati e corteggiati dalle “vecchie volpi” che dovevano dimostrare ai veritici quanto le singole sezioni fossero popolate di membri della “società civile”. appena si sono aperte le liste, però, l’atteggiamento è cambiato: i posti per i politicanti di professione sono diminuiti e proporzionalmente le lotte fraticide ed interne, così come gli accordi, sono aumentati.se si volevano unire due grossi partiti bisognava ripensare l’organizzazione in modo da evitare tutto questo e consentire un vero ricambio generazionale, anziché acuire vecchie faide, ed aggiungerne di nuove (come le ridicole dispute su quale sede “conservare” tra quella ex-margherita e quella ex-ds…).
    ora, non so se anche all’interno degli altri partiti ci si questa disorganizzazione e se semplicemente essa sia meno evidente.indubbiamente, non solo il partito come organizzazione conta poco in parlamento, ma mi pare anche che il Parlamento come Istituzione conti poco di fronte al Governo. quel che vedo è che anche i circoli della libertà della prima ora sono scomparsi e che non ho visto nemmeno uno dei club azzurri di Brambilliana memoria. credo che i partiti siano finiti come organizzazione capillare, e che abbiano perso peso a seguito della berlusconizzazione del Paese.
    tuttavia mi chiedo (e soprattutto vi chiedo) : e se il PD ripartisse proprio da questo? e se si ritornasse alle sezioni di paese?alla politica fuori dalle scuole? e se l’innovazione passasse dal ripensamento di ciò che oggi sembra superato?se dovessimo guardare indietro, per andare avanti?(e non sarebbe la prima nè l’ultima volta…)

  30. ros ha detto:

    Ho l’impressione che ci sia molto di più di una questione di partecipazione. La società è cambiata profondamente anche a causa delle nuove tecnologie che hanno contribuito a frammentare gusti ed esigenze da un lato, senza offrire una reale modalità di sintesi dei nuovi interessi e di stabilire una gerarchia di importanza fra le diverse issues, dall’altra. C’è un forte rumore di fondo: ognuno urla che il proprio interesse merita una risposta, e tutti urlano allo stesso modo, ed ogni interesse, ogni issue si equivale con ogni altra. In questa logica, la partecipazione organizzata con le vecchie logiche può far bene all’anima ma aiuterebbe poco il processo di ricomposizione degli ideali e dei bisogni. La visione della vita che vorremmo, passa dunque dalla ricerca di un punto di unità, dalla ricomposizione dei frammenti sparsi così come ha fatto Obama che – al di là ed al di sopra dei media vecchi e nuovi – ha utilizzato un approccio da “blending politics” (Marco Cerrone che vi sta scrivendo una tesi, potrebbe intervenire con approfondimenti) collocando se stesso coma la risposta di mediazione ed organizzazione delle diverse esigenze ed offrendo un punto di astrazione più alto a quanti sentono ancora forte l’approdo ideologico, anche a quell’America profonda e buia emersa nella campagna Bush.

  31. Marco Cerrone ha detto:

    La frammentazione dei gusti, delle preferenze, degli interessi dei cittadini e la conseguente mancanza di unità nel creare quella gerarchia di issue di cui parla ros, sono state traslate, anziché ridotte, all’interno del Partito Democratico. Da un lato l’elettorato è disperso in tante nicchie di interessi, producendo conseguenze assai negative sulla rappresentanza e sulla governabilità, dall’altro il PD, ma in generale tutti i partiti, sembrano perdere le loro funzioni di mediazione e coesione per conseguire obiettivi comuni. A differenza del PDL, il PD è molto, forse troppo, diversificato al suo interno. A mio parere, però, non è tanto la diversità delle influenze interne (queste ci sono in ogni partito anche nei sistemi bipartitici), ma è l’incapacità di mettere da parte pre-giudizi, questioni personali ed ideologiche ad essere motivo di fallimento.
    Forse il bipartitismo (che sembra essere la direzione in cui sta andando il nostro sistema politico) potrebbe risultare una buona soluzione per unificare i frammenti della società e della politica, ma non basta fare “copia e incolla” dal sistema anglosassone o statunitense per far sì che le cose vadano meglio: c’è bisogno di capire in che modo adattarlo al nostro contesto culturale e sociale.
    Quella che Obama chiama la post-partisanship, ma che in Italia viene interpretata come la volontà di superare destra e sinistra, potrebbe rappresentare un nuovo modello capace di collegare le tante comunità o gruppi sociali di questa società frammentata e di lavorare insieme su obiettivi condivisi per il bene comune: “fare” più Polity e meno Politics intesa come lotta tra le parti per detenere il potere ed occupare una poltrona a Montecitorio.
    Obama ha saputo mettere a punto una campagna elettorale caratterizzata da una “blending politics” intuendo che bisogna differenziare gli investimenti comunicativi e giocare su più fronti, senza tralasciare nessun canale mediatico. Egli ha utilizzato sapientemente vecchi e nuovi media, stabilendo un contatto sia fisico che mediato con i diversi frammenti della società.
    Sembra che egli sia stato il primo politico a sfruttare appieno quella che chiamerei la coda lunga della politica. Aiutato dalle sue esperienze biografiche, che gli hanno consentito di conoscere e vivere da vicino i più differenti strati sociali e di imparare a creare una serie di relazioni con ognuno di essi, ha capito che poteva costituire la rappresentanza politica di tante nicchie, di un nuovo blocco sociale costituito da minoranze etniche e sociali, da giovani e da donne (Diletti, Mazzonis, Toaldo 2009). Obama ha compreso, secondo la logica di nicchia, che anche preferenze minoritarie possono essere considerate al pari di quelle maggioritarie. Attraverso la coda lunga dei media è riuscito ad intercettare le opinioni, i bisogni, le speranze e la voglia di cambiamento del suo elettorato. E’ riuscito, altresì, a creare una piattaforma comune capace di ricollegare sia in rete che nel mondo reale i diversi pezzi del puzzle.
    Partiti e politici dovrebbero utilizzare i sondaggi e le nuove tecnologie non per elaborare messaggi populisti per accattivarsi i loro voti o per legittimare le loro scelte politiche, ma per cercare di conoscere profondamente la società e lavorare tutti insieme a questioni condivise riformando la comunità politica italiana.

  32. giuseppe mauro ha detto:

    Continuo a essere convinto che il modello anglosassone non sia importabile, e che la filosofia del “ma anche” sia del tutto inefficace. Possiamo attaccarci quanto vogliamo alle liti interne, ai pregiudizi o alle dispute ideologiche: è proprio che il PD non funziona.
    La dico in maniera grossolana: se io sono un cittadino diciamo di sinistra con una certa idea di società (posso avere delle idee o la nostra società nell’ansia di connotarsi post-ideologicamente deve diventare pure null-ideologica?), se per esempio ritengo (il tema è fresco di attualità) che lo Stato non debba intervenire sulle mie scelte e disponibilità in marito al mio corpo, alla mia persona e che meno che mai ci debba mettere bocca la Chiesa direttamente o per interposto politico, è mai possibile che io possa votare un partito che mi presenta liste bloccate dentro cui ci sono Binetti, Dorina Bianchi, Rutelli e compagnia delle opere cantando, sapendo che quelli andranno in Parlamento decidendo su certi temi in maniera esattamente opposta a ciò che io ritengo “giusto”? E stesso discorso per un cattolico: può davvero votare per un partito che porta in Parlamento D’Alema o Bersani o Finocchiaro che sceglieranno in sua vece esprimendo posizioni contrapposte alle sue? Insomma, ma pensiamo davvero che un partito politico possa rappresentare tutto e tutti e ogni cosa e idea e pensiero convincendo l’elettorato solamente in forza del sapiente uso delle nuove tecnologie e degli strumenti adatti di comunicazione? Io penso di no. Così come penso che il “bene comune” sia campo molto ristretto e che la complessità della società lo restringa ogni giorno di più.
    Obama, la dico in maniera altrettanto grossolana, è oggi Presidente anche grazie a internet. Ma Obama, nonostante chiami personalità repubblicane al governo (e non a caso qualcuno si tira indietro) sceglie in maniera netta. Ed è Presidente anche grazie a questa sua capacità.

  33. Rosanna De Rosa ha detto:

    Ne sono convinta anche io. Il punto è che dovremmo decidere se sono gli uomini a fare la storia o la storia a fare gli uomini.

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La cultura politica odierna è affetta da un virus malevolo: mancanza di dibattito e partecipazione. Il processo democratico si è (meglio: è stato) sostanzialmente ridotto a dare deleghe in bianco, a tapparsi il naso nell'urna elettorale, o ancor peggio a far finta di nulla.
In maniera indipendente da strutture o entità di qualsiasi tipo, questo spazio vuole sfruttare l'interazione del blog per avviare un esperimento di comunicazione a più voci. Una sorta di finestra aperta sulle potenzialità odierne insite nella riappropriazione del discorso culturale politico, dentro e fuori internet - onde impedire l'ulteriore propagazione di un virus che ci ha già strappato buona parte del processo democratico.

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