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Libertà di identità. Conservatori, post-fascisti, liberali, democristiani, popolari e socialisti nel Pdl

Tanto tuono che piovve. Alla fine è nato il Popolo della Libertà, partito concepito da Silvio Berlusconi, che si propone di raggiungere il 51% dei consensi degli elettori italiani, obiettivo mai raggiunto dal partito politico che ha dominato la scena politica e governativa della Prima Reppublica: la Dc.
Dalla balena bianca della Prima Repubblica al biscione rosso-nero della terza Repubblica. Il Pdl nella sua fase di lancio potrà contare sulla capacità di fuoco di un sistema mediatico (soprattutto le tv del biscione) ancora più forte rispetto al passato. La nascita del Pdl, infatti, può essere concepita anche nei termini di un evento mediatico capace di canalizzare l’attenzione di diversi media, su tutti si segnala la diretta del congresso piena di commozione ed orgoglio su Tg4. Quindi non più balena ma nella Terza Repubblica ancora biscione, non più bianca ma rosso-nero. Questa che potrebbe sembrare poco più di una battuta calcistica disvlea, in realtà, l’identità dichiarata dai due principali leader del nuovo soggetto politico. Se infatti Berlusconi in occasione del suo discorso di apertura del congresso ha fatto un chiaro ed esplicito riferimento all’amico e storico leader del Psi Bettino Craxi, l’altro leader del Pdl Gianfranco Fini ha rivendicato il ruolo ispiratore per il Pdl di Pino Tatarella, deputato Msi prima ed An poi. Il rosso e il nero appunto.

Il Pdl si configura, alla nascita, come partito camaleontico che cerca una sua identità attingendo a piene mani a visioni politiche differenti e, in alcuni casi, antitetiche. Un’anima di destra che dal post fascismo si è evoluto in un conservatorismo che guarda all’Europa che nel Pdl è incarnata da An di Fini, Azione sociale della Mussolini e dal movimento Destra Libertaria; un’anima liberale che in attesa della rivoluzione liberale, a cui ha fatto riferimento Berlusconi sempre in apertura del congresso, trova rappresentanza nei Riformatori Liberali dell’ex radicale Benedetto Della Vedova e nel gruppo di parlamentari che fanno riferimento a Lamberto Dini. C’è poi l’anima cattolico-popolare che segna anche l’appartenenza del Pdl al gruppo del Partito Popolare Europeo e che nel partito trova rappresentanza con gli ex uomini di Casini Mario Baccini (Federazione dei Cristiano Popolari) e Carlo Giovanardi (Popolari Liberali), mentre all’anima più marcatamente democristiana fanno riferimento due formazioni confluite nel Pdl: Democrazia Cristiana per le Autonomie di Gianfranco Rotondi e la Democrazia Cristiana di Pizza. Conservatori, post-fascisti, liberali, democristiani, popolari e anche socialisti, rappresentati sia dal Nuovo Partito Socialista Italiano di Caldoro che dalla forte componente socialista di Forza Italia che domina la compagine governativa e a cui fanno parte i ministri: Giulio Tremonti, Renato Brunetta e Maurizio Sacconi.

Leggendo la variopinta carta d’identità del Pdl sembra ritornare in auge sotto altre vesti il buon vecchio Pentapartito a cui si devono aggiungere gli uomini della destra italiana evoluta dal Msi ad An. Nota paradossale alla riproposizione del Pentapartito è il fatto che proprio l’Msi poi An negli anni caldi di Tangentopoli avversò aspramente il Pentapartito e i cosiddetti “ladri di regime” tra cui c’era ovviamente Bettino Craxi. Per sana coerenza Craxi non è stato incluso dai dirigenti dell’ormai ex An nel Pantheon di An per il Pdl di cui però fanno parte “notissimi esponenti” della destra italiana come: l’antifascista e padre della costituzione Piero Calamandrei nonché Piero Gobetti e Giovanni Amendola, il primo perseguitato e più volte aggredito dai picchiatori fascisti; il secondo morto nel 1926 dopo una lunga agonia provocata da ripetute percosse ricevute da un gruppo di squadristi fascisti.

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5 commenti

  1. Tommaso Ederoclite ha detto:

    Un piccolo appunto su Giovanni Amendola.
    Non lo definirei proprio uno notissimo esponente della destra italiana. Amendola è stato uno dei maggiori oppositori dell’estremismo sociale che serpeggiaggiava su entrambi gli schiermenti ideologici.
    Dal ’94 in poi, misteri dell’amnesia storica che vive la cultura politica Italiana, è diventato una sorta di icona della “nuova destra” liberale/democratica/conservatrice.
    Ad ogni modo…non avendo riferimenti culturali il Pdl ha dovuto crearli attingendo e “rubando” da tradizioni che con gli attuali “yuppes” (Occhetto 2009) della attuale classe dirigente del Popolo delle Libertà c’entrano poco o quasi nulla.

  2. Salvatore Esposito ha detto:

    Tommaso “notissimi esponenti” l’ho messo tra le virgolette proprio perchè in questo caso c’è stata una appropiazione indebita di riferimenti culturali che non sono mai appartenuti alla destra italiana.

  3. Tommaso Ederoclite ha detto:

    …messo tra virgolette non si capiva l’ironia…

  4. Andrillo Piccillo ha detto:

    Domenica 29 Marzo 2009: la consacrazione del neonato e già vincente Partito delle Libertà -tenutasi nel corso di un “happening” che solo una superficiale abitudine linguistica può definire congresso di partito- è una buona ennesima occasione per riflettere sui quindici anni appena trascorsi di storia della nostra nazione.

    Questo periodo, secondo molti, dovrebbe essere letto nel segno dell’avventura personale di Silvio Berlusconi. La sua parabola politica e imprenditoriale (forse giunta a un vertice? o forse no?) sarebbe il vero fulcro della storia italiana degli ultimi decenni, intorno a cui anche il prossimo futuro dovrà snodarsi.

    Eppure anche oggi, guardando indietro, non è tanto l’avventura berlusconiana a stupire: ciò che il cavaliere ha fatto in questi anni non ha, a ben vedere, mai fornito reali motivi di sorpresa, essendosi il suo percorso sempre sviluppato secondo una fondamentale linea di coerenza; come anche tutto sommato coerenti sono stati i comportamenti e le scelte di chi all’iniziativa berlusconiana si è nel tempo associato. Il fenomeno veramente interessante, quello che più di altri ha caratterizzato la storia recente del paese, è piuttosto la disfatta totale, consumata nell’arco di quindici anni, delle forze politiche che hanno costituito il centrosinistra.

    Più della destra, quest’area politica si presentò sul teatro della politica agli inizi degli anni novanta con le migliori credenziali e le più concrete opportunità per assumere la guida della nazione. Forte di una solida base di consenso popolare, ben rodata nella pratica amministrativa e nell’esperienza politica, saldamente fondata nelle ideologie di riferimento e ricca di competenze e figure di grande autorevolezza, la sinistra ha avuto concretamente nelle sue mani l’opportunità “storica” di governare il paese; non solo nell’ambito strettamente politico, ma anche in quello industriale, associativo e culturale. E’ evidente, oggi, come questa occasione sia stata sciaguratamente mancata.

    Una classe dirigente meschina e dissennata ha dissipato in pochi anni un patrimonio politico prezioso, lasciando in milioni di cittadini una bruciante delusione, tanto più furiosa quanto maggiore erano stati l’impegno e la fiducia data. Le responsabilità cruciali della disfatta, a ben vedere, si possono ricondurre a un preciso gruppo di massimi dirigenti politici, composto da non più di una ventina di personaggi chiave, fra cui spiccano le quattro figure di D’Alema, Rutelli, Veltroni, Bertinotti. Queste persone hanno consumato l’opportunità storica della sinistra in un effimero festino, tutto focalizzato sui protagonismi individuali, vendendosi (è il caso di dirlo!) l’occasione che era data alla sinistra per un piatto di lenticchie. Ancora, queste persone, hanno fin troppo facilmente cooptato al loro disegno di occupazione delle istituzioni una disponibile e ottusa burocrazia di quadri intermedi di partito. La truppa così assortita, composta da burocrati e improbabili “star” ha rapidamente estromesso o marginalizzato tanti altri personaggi meritevoli, qualificati, capaci e animati da ben più degne motivazioni, dal cuore delle loro stesse organizzazioni politiche, e più in generale da tutte le reti di relazione che collegavano queste alla società civile e al mondo del lavoro e dell’economia.

    Avidi e irresponsabili, convinti di poter finalmente giocare la loro personale partita a scacchi per il successo individuale all’interno di un “gotha” inamovibile, questi dirigenti hanno prima condizionato, poi sabotato e infine licenziato i governi che loro stessi avevano costituito. Più volenti che nolenti, hanno cercato e prontamente trovato la collaborazione di pericolosi alleati estemporanei che, all’inizio portatori d’acqua, hanno poi avuto un ruolo decisivo nel costruire l’inestricabile sistema clientelare e di veti incrociati che ha paralizzato e infine mandato a picco l’azione politica della sinistra di governo. Dopo decenni passati a predicare la rettitudine e l’efficienza amministrativa, l’orda ha saccheggiato le istituzioni che gli erano affidate moltiplicando la spesa pubblica e la burocrazia in un’orgia di clientela, autocompiacimento e nepotismo. Licenziati o marginalizzati tanti, troppi insigni giuristi, economisti, tecnici e onesti amministratori che pure avevano a disposizione, i dirigenti della sinistra hanno insediato sulle poltrone di molte istituzioni di cruciale importanza (ministeri, regioni, comuni) personaggi di sbalorditiva e plateale inadeguatezza: yes-men ossequianti, ignoranti supponenti, vanesi indisponenti, arruffapopoli rabbiosi, buffoni telegenici; tutti fondamentalmente incapaci; e più o meno boriosi. Ognuno di noi potrebbe citare decine di nomi, e farne l’elenco, qui, sarebbe troppo lungo!

    Così facendo, una volta arrivati al potere, i massimi dirigenti della sinistra hanno rapidamente accantonato e omesso di affrontare le priorità che loro stessi avevano precedentemente indicato, e che i loro elettori sapevano reali: riforma dell’amministrazione, risanamento del bilancio dello Stato, affermazione dei principi del merito e della competenza, partecipazione, responsabilità nell’incarico.

    La gravità di questo tradimento e dello sbandamento politico che ne è conseguito è tanto maggiore quanto realmente cruciale per l’Italia è stato il periodo in cui questo processo si è consumato. Il paese proprio in questi anni era attraversato da trasformazioni imponenti, e subiva l’impatto di decisivi fattori di crisi: crescita economica nettamente inferiore a quella delle altre nazioni europee, ristagno degli investimenti, arrivo di milioni e milioni di immigrati, drastico invecchiamento della popolazione, brusca accelerazione dei processi di globalizzazione economica. E, più specificamente sul piano politico, il chiaro configurarsi come unica alternativa alla sinistra del disegno berlusconiano-finiano-bossista, con tutti i suoi contenuti ben noti da sempre e una base culturale naturale di consenso in continua espansione. La massima dirigenza della sinistra non doveva e non poteva ignorare tutto questo quando, sciagurata, preparava il proprio fallimento. E per questo deve essere giudicata politicamente colpevole dello squallido epilogo della stagione che l’ha vista protagonista.

    E’ in questa disfatta che deve riconoscersi il vero fatto politico degli ultimi quindici anni, non nel successo che, conseguentemente, è stato colto dalle forze che oggi guidano il paese. La sinistra non è stata sconfitta da Berlusconi, Bossi e Fini. La sinistra si è suicidata con le proprie mani, e il suicidio è conseguenza diretta del protagonismo delirante dei suoi massimi leader. Questo dicono i fatti, e anche i numeri del consenso elettorale, a volerli leggere.

    Basta ricordare un solo dato, fra tanti, che ben testimonia il senso del fallimento: il confronto fra i due risultati ottenuti dal PD, a Roma, nelle consultazioni 2008 rispettivamente sulle schede per l’elezione del sindaco (candidato Francesco Rutelli: 34% di consensi sui votanti) e su quelle simultaneamente compilate per la Camera e il Senato (circa 41%, in entrambi, sempre sul totale dei votanti). Di quegli elettori che hanno votato per il PD alle politiche, quasi uno su cinque non ha voluto, non ha potuto sottoscrivere la candidatura di Rutelli! E’ proprio in questa differenza che si misura la rabbia di un elettorato tradito, e il suo scontento nei confronti della leadership. Non si dimentichi che nella stessa consultazione si manifestarono le severe sconfitte nei collegi senatoriali di Lazio, Campania, Piemonte, Calabria, regioni queste dove il governo della sinistra e la sua leadership aveva più che altrove inteso rappresentare la propria “cifra”. Ed infine, si tenga conto del drammatico aumento dell’astensione che si ebbe in quelle consultazioni. In buona sintesi, l’anatomia della sconfitta del 2008 dimostra che il più significativo “fatto” politico del periodo storico che si è concluso è lo sfacelo dell’esperienza politica della sinistra di governo, materializzato nello scontento del suo elettorato di riferimento per l’operato dei suoi massimi dirigenti.

    Il successo della destra, che oggi si celebra nel “trionfo” del partito unico, pienamente meritato sul piano democratico, va principalmente letto come il riempimento di un vuoto, come l’occupazione di un teatro operativo lasciato sguarnito dalla disfatta delle forze precedentemente presenti. Per questo epilogo, l’elettore della sinistra ringrazia i “mandarini” della conclusa stagione.

  5. Antonio Rossano ha detto:

    molto bello questo commento. condivido le elugubrazioni di Mr. Piccillo pienamente. principalmente condivido l’ ultimo periodo. Solo evidenziare che , quando si hanno gli scheletri negli armadi o si lascia la poltrona a gente fresca o si rimane in silenzio.
    ed infatti ha dominato il silenzio.

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