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Traslitterazioni

Le querelles intorno al 25 Aprile non sono cosa nuova. Per circa 60 anni la Festa di Liberazione è stato un evento che ha messo al centro di osservazioni e valutazioni i partigiani e il rispettivo ruolo che hanno avuto nella lotta alla liberazione e sulla nascita della democrazia in Italia. Negli ultimi 15 anni però, com’è noto, tale dibattito ha assunto connotati diversi. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si è sempre rifiutato di partecipare alle celebrazioni di quello che ormai è un vero e proprio rito nazionale, una volta dandosi per malato, un’altra volta dando forfait per impegni internazionali, un’altra volta dicendo di volerlo trascorrere in famiglia. Quest’anno però, vuoi per via delle spinte solidaristiche dovute al terremoto in Abruzzo, vuoi per le sue non più tanto velate velleità presidenziali, il presidente del consiglio ha deciso di partecipare alle celebrazioni del 25 Aprile senza riserve.
Ad un’analisi più attenta tale partecipazione va però valutata sotto la lente degli accadementi, sopratutto quelli politico-mediatici che, in linea con tutte le legislature governate da Silvio Berlusconi, hanno caratterizzato l’andamento dei fatti e, inevitabilmente, delle rappresentazioni e delle corrispettive opinioni.
La partita che è “apparsa” più importante sul tavolo del compromesso da parte del Presidente del Consiglio è stata giocata sul campo di una fantomatica proposta di legge, ovvero l’Istituzione dell’Ordine del Tricolore e adeguamento dei trattamenti pensionistici di guerra che, nelle sue linee generali, recitava così:

L’onorificenza è conferita[…] a coloro che hanno prestato servizio militare […] nelle formazioni armate partigiane o gappiste […] e ai combattenti nelle formazioni dell’esercito nazionale repubblicano durante il biennio 1943-1945.

Dove per onorificenza si intende la possibilità di adeguare il sistema pensionistico di coloro che hanno prestato servizio militare durante la seconda guerra mondiale senza limiti di appartenenza. In poche parole, si voleva equiparare i “militari” della Repubblica di Salò (i repubblichini) ai partigiani e agli appartenenti delle varie brigate per la libertà.
Ovvie le proteste da parte del PD e delle diverse compagini di sinistra che compongono l’arcipelago culturale e politico che vede nella resistenza e nei partigiani un pilastro storico indiscutibile.
Per far fronte alle polemiche, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel giorno del 25 Aprile, Festa della Liberazione, ha commentato così la protesta emersa contro la proposta di legge: «Non sapevamo che fosse stato presentato questo disegno di legge, che sarà certamente ritirato».
Questa affermazione, e il ritiro da parte del governo della proposta di legge, sono stati salutati e valutati dai leader del centrosinistra come una vittoria politica. Franceschini ha commentato dicendo che Berlusconi oggi ha detto «parole importanti», riconoscendo la resistenza come uno dei valori fondanti della Nazione.
E anche dalle cosiddette forze radicali, attraverso la voce del Segretario di Rifondazione Ferrero, è arrivato un apprezzamento e un rilancio: «Bene che Berlusconi ritiri il progetto di legge che equiparava i partigiani a i repubblichini. Ma non risolve il problema di fondo: Berlusconi deve riconoscere che l’antifascismo è il fondamento della repubblica.
Il Presidente del Consiglio ha accettato questa apertura e durante il discorso ufficiale tenutosi ad Onna ha dichiarato:

La Resistenza è – con il Risorgimento – uno dei valori fondanti della nostra nazione, un ritorno alla tradizione di libertà. E la libertà è un diritto che viene prima delle leggi e dello Stato, perché è un diritto naturale che ci appartiene in quanto esseri umani. Una nazione libera tuttavia non ha bisogno di miti. Come per il Risorgimento, occorre ricordare anche le pagine oscure della guerra civile, anche quelle nelle quali chi combatteva dalla parte giusta ha commesso degli errori, si è assunto delle colpe.

Questo è solo uno stralcio del discorso del presidente Berlusconi. Nel testo integrale del discorso (che potete leggere qui) la parola libertà compare per ben 25 volte, in maniera ridondante e in precisi momenti, sopratutto in questo passaggio:

Ma tutti seppero accantonare le differenze, anche le più profonde, per combattere insieme. I comunisti e i cattolici, i socialisti e i liberali, gli azionisti e i monarchici, di fronte a un dramma comune, scrissero, ciascuno per la loro parte, una grande pagina della nostra storia. Una pagina sulla quale si fonda la nostra Costituzione, sulla quale si fonda la nostra libertà […] Sono maturi i tempi perché la festa della Liberazione possa diventare la festa della Libertà.

Ma volendo stare più attenti tra Liberazione e libertà vi è, per chi non se ne fosse accorto, una enorme differenza gergale, oltre che grammaticale.
Ora, aprendo un comunissimo dizionario e andando alla parola traslitterazione possiamo leggere che con tale termine si rimanda ad una conversione di una parola, una frase o un testo da un sistema di scrittura in un altro; è un procedimento differente rispetto alla trascrizione, che si ha quando i suoni di una lingua vengono registrati mediante simboli scritti. Con traslitterazione si intende quindi quel procedimento attraverso il quale una parola, sia nel suo senso che nel suo significato, subisce una trasformazione che può rimandare a qualcosa di diverso rispetto all’origine semantica della parola.
La Liberazione, un evento celebrato come un momento dove si esaltavano e si riprendevano le gesta dei gruppi spontanei nati per combattere il governo fascista prima, e l’occupazione nazional-socialista poi; la Liberazione, il giorno in cui l’Italia vide attraverso lo sforzo di migliaia di partigiani e singoli individui nascere se stessa e i primi passi verso quella che oggi definiamo come democrazia moderna; la Liberazione è divenuta la Festa della Libertà.
Un inganno storico in salsa comunicazionale, una traslitterazione in puro stile Berlusconiano.
Del resto la libertà, come afferma e sottolinea più volte Marc Lazar nel suo ultimo testo (L’Italia sul filo del rasoio. La democrazia nel paese di Berlusconi [Rizzoli 2009]), è stato il cavallo di battaglia di Berlusconi sin dal ’94, dal suo primo spot fino a diventare parte del nome del suo partito.
Quale miglior occasione dunque se non il 25 Aprile, quale miglior occasione se non quella di un rito nazionale, quale miglior occasione per sfigurare oltre 60 anni di storia repubblicana.

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3 commenti

  1. paolo palliccia ha detto:

    Ogni 25 aprile, ogni anno, ogni secondo è buono per far becera polemica, per infangar qualcuno o qualcosa, per riproporsi o riciclarsi, per inneggiare o per offendere ma, mai e dico mai, dal 1946 ad Oggi c’è stato un autentico momento di unione fra tutti gli italiani e questo perché?Perché la nostra bella Italia, da sempre punto geopolitico e geostrategico della cosiddetta “guerra fredda”, non ha mai avuto una classe politica che, trasversalmente, si sia impegnata a costituire o ricostituire un’Identità nazionle vera, autentica, per tutti e di tutti. Son d’accordo nel difendere la Libertà ma per rendere questa difesa realmente propositiva e trasversale c’è bisogno di un nuovo e sincero approccio con la Nostra storia passata, con il sangue e i crimini che, in nome di una guerra imperialista, hanno devastato il nostro paese: dalla scelta tra monarchia e repubblica sino al G8 di Genova; da Portella della Ginestra al caso-Moro; da Mattei a Piazza Fontana; da Ciaculli all’agenda di Paolo Borsellino. Sì, va bene…festeggiate la Liberazione, rendiamo omaggio a tutti coloro caduti per la libertà e perché, come i repubblichini non criminali, mossi da un profondo orgoglio patriottico o, solamente, dall’incoscienza giovanile ma, non dimentichiamoci che il nostro Risorgimento è stato una fucina d’eroi e di pensieri ma al contempo un laboratorio del trasformismo politico e borghese e che quest’ultimo con un Piemonte nel motore ha condotto e coordinato quello che in realtà è stato un grande atto di diplomazia e strategia politica mai cementato però da una anima nazionale totalizzante.

  2. Rosanna De Rosa ha detto:

    Stampa, Freedom House declassa l’Italia
    “Non è più un Paese pienamente libero”

  3. Caterina ha detto:

    CHE FATICA OGGI CONOSCERE LA VERITA’, NON CI SI PUò FIDARE DEI GIORNALISTI CHE SONO STRUMENTALIZZATI, DEI DIRETTORI DEI GIORNALI CHE SONO CORROTTI ETC ETC…………….MA MI VIENE DA PENSARE: CI POSSIAMO DIFENDERE? VOGLIAMO DIFENDERCI? SEMBRA CHE ALLE PERSONE NN INTERESSI PIù CONOSCERE LA VERITà COME SE NON CREDESSERO PIù CHE ESSA ESISTESSE ( è QUESTA LA COSA CHE MI FA PIù PAURA LA RINUNCIA DI UN NOSTRO DIRITTO: “SEMPLICEMENTE VERITA’ “.
    L’AUGURIO è QUELLO DI VEDERE IN TUTTI NOI L’IMPEGNO DI ESSERE ONESTI CON NOI STESSI GIA’ SAREBBE UN BUON INIZIO! SALVIAMO L’INFORMAZIONE VERA DAL RETICOLO DELL’IPOCRISIA

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