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Delirio Facebook? No, guerra tra sfere pubbliche

I processi di mediatizzazione e disintermediazione sociale e politica hanno comportato una nuova e più energica spinta ad una più generale ridefinizione e rivisitazione della sfera pubblica e del suo ruolo nella modernità. Un presupposto che nell’ultimo decennio ha condizionato la riflessione scientifica e l’attività accademica circa il ruolo dei media nelle attività politiche, portando con sè non pochi interrogativi: quali sono le caratteristiche di questo nuovo tipo di sfera pubblica? Esistono davvero i presupposti per poter reinventare la sfera pubblica? Vi è una continuità o una completa rottura con i modelli tradizionali?
A questi quesiti Thompson (1998) risponde affermando che è possibile guardare ad un nuovo tipo di sfera pubblica, ma per fare ciò bisogna partire distinguendo tra due importanti significati della dicotomia pubblico/privato. Il primo significato riguarda la relazione tra lo stato da un parte, e le attività o sfere di vita escluse o separate da esso dall’altra, in quanto la sfera pubblica implica e presuppone la creazione di nuove forme di vita pubblica che si collochino al di «fuori dello stato». Infatti secondo Thompson la dicotomia pubblico/privato nella modernità ha inciso sui modi di intendere sia la vita pubblica che quella politica e spiega come il termine pubblico sia finito con l’indicare le attività dello stato. «Si è preso ad intenderle come coincidenti con le attività dello stato e – almeno nei regimi democratici occidentali – con la competizione dei partiti per il potere entro regole del gioco stabilite» (Thompson 1998, p. 143).
Distinguere dunque le attività dello stato da quelle politiche è, per Thompson, una premessa imprescindibile per reinventare la sfera pubblica. La storia della modernità presenta molteplici casi nei quali questa distinzione era presente ed ha avuto non pochi effetti sul vivere civile e associato. Basta pensare alle culture politiche alimentate – oltre che dai caffè e dai salotti di Habermas – dalle molteplici organizzazioni popolari ed operaie nate a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. In questo contesto è facile capire quanto sia stato incisivo il ruolo dei mezzi di comunicazione, e soprattutto della stampa libera, nei processi di formazione di una cultura politica che tenesse conto dello stato ma che nello stesso tempo aveva attivato meccanismi di differenziazione dallo stesso.
Oggi il sistema dei media è però un attore economico oltre che politico e come gli altri settori dell’economia anche l’industria mediale e culturale si basa essenzialmente sulla logica del profitto e nessuna connessione necessaria lega tale logica alla coltivazione della diversità (Thompson 1998). In seguito alla trasformazione delle società mediali in imprese commerciali la libertà di espressione si è imbattuta sempre più spesso in un nuovo tipo di minaccia, in quanto un approccio economico volto al laissez-faire non è necessariamente la garanzia migliore della libertà di espressione. Inoltre i principali attori dell’industria culturale e mediale sono grandi corporazioni transnazionali i cui prodotti circolano al di là dei confini degli stati-nazione. I media secondo Thompson hanno dunque creato uno spazio sempre più transfrontaliero e qualsiasi tentativo di regolamentazione che tuteli la libertà di espressione e la produzione di nuove culture e diversità politiche deve collocarsi in uno spazio che va al di là delle politiche interne dei singoli stati-nazione. Appare chiaro dunque quanto possa essere complesso strutturare una regolamentazione che tuteli diversità e pluralismo.
Su questo punto l’attacco degli ultimi giorni sferrato dal guardiasigilli Alfano e dal ministro degli interni Maroni ai social network, e a Facebook in particolare, appare quantomeno anacronistico. Ragionare per stati nazione e attivare meccanismi di controllo e persecuzione delle attività di informazione su piattaforme come Facebook, Twitter e in ultimo Youtube (si veda la vicenda Cuffaro e la denuncia ai commenti sul video che circola in rete su un suo intervento a Samarcanda) non è semplicemente frutto di una mancata comprensione del mezzo o della lontananza dalla portata trasformazionale dei new media (adesso non più tanto new) ma è la reazione che Adorno avrebbe definito razionale alla perdita di autorità sul controllo e la gestione dell’informazione.
La seconda distinzione di significato della dicotomia pubblico/privato alla quale Thompson fa riferimento ha a che fare con la relazione tra visibilità e invisibilità. Lo sviluppo e la diffusione capillare dei media ha creato nuovi tipi di sfera pubblica che condividono solo alcuni dei tratti distintivi del modello tradizionale. Tali nuove forme di sfera pubblica non sono più collocate nello spazio e nel tempo: esse separano la visibilità di azioni ed eventi dalla condivisione di un luogo comune (Thompson 1998).
La nuova sfera pubblica mediata crea quello che Thompson definisce come lo spazio del visibile. Uno spazio che presenta delle precise caratteristiche e che, inevitabilmente, interverranno nella complessa relazione tra stato e società civile, incidendo profondamente sul nostro modo di concepire e praticare la democrazia. Lo spazio del visibile è innanzitutto non localizzato in quanto esso non trova posto né nel tempo e né nello spazio.
Visibile dunque, non solo nei contenuti.
La rete ha le caratteristiche per essere una sfera pubblica libera, senza pregiudizi, dove tutte le opinioni possono essere presentate, argomentate, contraddette. In questo senso non si presenta esclusivamente come una buona dilatazione della sfere pubbliche che già esistono, ma come un elemento di utile contraddizione e conflitto con gli altri attori pubblici.
Per dirla con Habermas:

I mass media nella misura in cui canalizzano unilateralmente flussi di comunicazione in una rete centralizzata possono rafforzare notevolmente l’efficacia dei controlli sociali ma «lo sfruttamento di questo potenziale autoritario resta però sempre precario, poiché nelle strutture comunicative è incorporato il contrappeso di un potenziale emancipativo » (Habermas 1981).

Il gruppo del quale in questi giorni si è discusso (”Uccidiamo Berlusconi”), ma anche la vicenda Cuffaro riportata sopra, hanno avuto una vasta risonanza. In solo tre giorni il gruppo su Facebook (anche se qualche ora fa ha cambiato nome) è cresciuto del doppio e i commenti sotto al video di Cuffaro sono triplicati.
Ripercorrendo la vicenda però, il gruppo che ha fatto adirare Alfano è online da oltre un anno mentre il video di Cuffaro circola in rete dall’alba dei tempi di Internet.
Come mai negli ultimi giorni la discussione si è riscaldata fino al punto di minacciare di denuncia gli oltre 20.000 iscritti a quel gruppo? Perchè lo scontro si è radicalizzato nelle ultime settimane?
Non vi è per ora una risposta univoca capace di spiegare l’acuirsi dello scontro, permettetemi l’azzardo, tra la sfera pubblica tradizionale e quella – per dirla alla Gibson – del cyberspazio, ma è forte la sensazione che l’incipit sia da cercare nella campagna che da qualche settimana hanno aperto alcune testate giornalistiche, in primis “Il Giornale” di Vittorio Feltri, sul ruolo e la funzione politica dei social network e delle “parole in libertà” che vengono ogni giorno divulgate in rete. A partire dalla polemica sullo status di un giovane ventiduenne del PD (’Possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?’) sul quale “Il Giornale” ci ha dedicato colonne e titoli per tutta la settimana e proseguendeo con i “sondaggi di Fede sul chiudere o no Facebook:

Il corto circuito tra vecchi e nuovi nuovi media, e tra sfere pubbliche, ha dunque toccato le sue punte estreme. E credo che siamo solo all’inizio.
L’urlo lanciato da Rosanna De Rosa su questo blog appare dunque legittimo nella misura in cui sia ben chiara la netta separazione tra la partecipazione politica tradizionale e quella del postare un commento a questo o quello status, a questo o quel video. Bisogna conoscere bene i meccanismi di relazione tra la dichiarazione fatta su un social network che morirà lì IL giorno dopo e l’incessante attività politica e democratica che avviene nelle piazze, nei movimenti, nei partiti, tra la gente.
O almeno, e perdonatemi la chiosa nostalgica, seguire con attenzione quanto Gaber ci diceva qualche anno fa:

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2 commenti

  1. VerCortese scrive:

    La Casa Bianca dichiara la volontà di trattare la Fox come un avversario politico. Le campagne elettorali sfruttano la rete (oltre che le tradizionali arene politiche televisive) per portare avanti promesse e programmi. Un noto quotidiano e due ministri si occupano di un social network (che tra i milioni di gruppi insignificanti, di tanto in tanto ne crea uno che diviene tema di dibattito politico). Pare proprio che la commistione e contrapposizione tra media (new e old) ed istituzioni siano in una fase di acutizzazione. Da un lato viene riconosciuto il potere (non più solo la potenzialità ormai) della rete di essere uno strumento di informazione ma anche di persuasione e di guida ai contenuti più importanti. Ma, dall’altro lato, questo suo essere una sorta di sesto potere potrebbe essere rischioso.

  2. Rosanna De Rosa scrive:

    Come ripeto sempre, la comunicazione è una risorsa di potere. Ad ogni livello, il suo controllo diventa cruciale e strategico.
    In merito a FB, attenzione, puntare il dito altrove potrebbe essere una strategia di distrazione di massa, ed una modalità per aumentare la già incredibile confusione che c’è in giro. Intanto, magari a furia di parlare di FB, ci si scorda di Mesiano… a furia di parlare di Mesiano, ci si scorda della D’addario… a fura di parlare della D’addario ci si scorda di Noemi (qualcuno se la ricorda ancora?)

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