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La legittimazione delle primarie

di Alessandro Chiappetta e Tommaso Ederoclite

Deve essere un vizio antico, quello del Pd, di non avere mezze misure. Sprofondato nella delusione e nella sfiducia, fino a poche settimane fa, il Partito Democratico oggi viaggia sull’onda di un entusiasmo nuovo, diretta conseguenza dei tre milioni di elettori che hanno riempito i gazebo delle Primarie, ridando linfa a un partito monco. Ma se è innegabile salutare le consultazioni di domenica 25 ottobre col favore dovuto ad un momento di grande partecipazione democratica e dignità culturale e sociale, è anche l’ora di studiare più da vicino quello è successo. Non tanto le ripercussioni politiche della vittoria di Pierluigi Bersani, netta e prevedibile, per altro, ma la ripartizione del voto e il significato che in proiezione le Primarie possono avere.

Chiaro che è l’affluenza il dato su cui più si deve riflettere: 2 milioni e 800 mila elettori sono tanti, ed anche Ilvo Diamanti fa notare come siano una fetta corposa (il 35%) di quelli che hanno votato alle Europee, ma va detto che i quasi tre milioni equivalgono ad 7,5% degli aventi diritto, e va tenuto conto della presenza di giovani oltre i 16 anni e gli immigrati regolari che non votano alle politiche. Una cifra che è quasi la metà dell’elettorato della Lega Nord al momento, e resta meno di un quarto delle persone che hanno votato PD alle ultime elezioni politiche. La partecipazione è stata più viva al Sud, non indenne da derive clientelari, per altro, e più ridotta nel Nordovest e nelle regioni centromeridionali, come Lazio, Abruzzo e Molise, forse anche scottate dal caso Marrazzo. In generale comunque tutto sembra piuttosto in linea coi dati nazionali, sia nella distribuzione del voto che nella partecipazione.

La vittoria di Bersani (54% dei consensi) è figlia anche dell’apparato partitico dei circoli, uno zoccolo duro che induce a pensare che pochi dei sostenitori dell’ex ministro siano rimasti a casa, e siano tutti di fatto andati a sostenerlo. Al contrario, nella pur buona fetta di voti guadagnata da Ignazio Marino (il 12%), c’è la sensazione di qualcosa che manca, e che riguarda chi non ha vinto la pigrizia o sentiva come “inutile” un voto al candidato più nuovo, più accattivante, ma che partiva senza dubbio battuto. Marino ha tenuto nelle città e al nord, Bersani è piaciuto molto a certe fette del Sud, e di fatto ha vinto quasi ovunque. La tenuta di Franceschini, che ha raccolto un consenso trasversale, dimostra come l’ex segretario abbia lavorato bene ma non sia stato capace di portare una differenza, finendo di fatto soltanto per traghettare il partito dal dopo Veltroni ad oggi. Ma un altro dato evidente, riportato anche da Diamanti, è l’età elevata dei votanti. Pertanto si ha la sensazione che il Pd sia un partito che risente ancora troppo di una struttura anche anagraficamente in là con gli anni, legata a correnti e potentati immobili da tempo, e poco propensi ad un reale ricambio generazionale. Il consenso per Marino, raggiunge o sfiora il 20% tra i giovani, diminuendo sensibilmente al di sotto del 10% tra gli elettori di mezza età e gli anziani. Franceschini piace a parte dei giovani votanti (catturando il voto di associazioni e movimenti cattolici) e agli over 65, perdendo consensi nella fascia centrale dell’elettorato, che al contrario, premia Bersani, forse sgradito a molti giovani, ma scelto dai votanti tra i 45 e i 65 anni, lo zoccolo duro del popolo del Pd.

Ma adesso, a più di 24 ore dall’esito del voto, si può tirare qualche altra somma a freddo: i sondaggi post-primarie vedono in Bersani il segretario giusto per affrontare le regionali 2010 (secondo un’indagine Ipr Marketing ripresa da Repubblica). A nulla è valso dunque lo strappo di Rutelli e la minaccia di traghettare un folto numero di ex margheritini verso l’UDC. Una “mossa” che nella fattispecie ha avuto solo commenti di disappunto e di fredda razionalità politica, come quello di Rosy Bindi subito dopo aver appreso la notizia:

“Penso che Rutelli potrebbe aiutarci a creare un partito ancora più plurale, ma semmai dovesse consumare il suo progetto – lasciare il Pd per creare un polo moderato di centro che poi si dovrebbe alleare con il Pd – sappia che non appalteremo a lui e a quella formazione il dialogo con i moderati e i ceti produttivi, men che meno con il mondo cattolico”.

E nemmeno lo scandalo Marrazzo ha sortito effetti incisivi sul piano della fiducia. L’alto numero di votanti e i gazebo affollati ne sono la prova evidente. Ma a far pensare che il Marrazzo-gate avrà poca vita sotto il profilo politico e mediatico è – come già intuibile subito dopo le sue dimissioni – l’acceso confronto sulla candidatura del Pd alla Regione Lazio. Mettendo sul tavolo leader di primo piano alla successione dell’ex giornalista Rai, il Partito Democratico ha dimostrato di non aver paura del confronto e di non temere di bruciare nomi vista la situazione venutasi a creare. Veltroni o Sassoli che sia, il PD ha dunque dimostrato di avere la caratura per attraversare una crisi morale che, poco più di un decennio fa, avrebbe fatto crollare i nervi e qualsiasi partito. Sia l’alta partecipazione alle primarie che la capacità di metabolizzare una crisi morale senza precedenti hanno (ci sarebbe da dire finalmente) presentato un partito coeso con il suo elettorato, e preparato ad affrontare situazioni difficili da gestire. Per dirla con Pirani, “purificando” il partito con le dimissioni di Marrazzo si è tirata su una ulteriore cortina di ferro antropologica tra il “popolo della sinistra”, e il “popolo di destra” che avrà sicuramente delle ripercussioni sotto il profilo elettorale.

Un altro suggestivo dato politico che emerge in queste ore è l’apprezzamento del Popolo delle Libertà, verso Bersani. In realtà parecchi rumors prima del voto consigliavano al popolo di destra di andare a votare alla primarie e di preferire Marino o Franceschini, in quanto percepivano Bersani come un leader più forte e pericoloso da affrontare in vista delle prossime tornate elettorali. Ad elezioni avvenute l’opinione sondata nel popolo delle libertà sembra essere mutata. Gli elettori del PDL vedono nel filosofo piacentino con la passione per l’economia un buon interlocutore tra maggioranza e opposizione, dotato di competenze politiche utili per il futuro dell’intero sistema politico italiano (63%, fonte: Ipr Marketing). Senza dimenticare gli ottimi rapporti con le frange cattoliche vicine a Comunione e Liberazione, cui Bersani ha sempre strizzato l’occhio.

Ma a conti fatti è lo strumento delle primarie ad uscirne rafforzato, al di là anche dei numeri, che letti in filigrana potrebbero smorzare, come si è visto, gli entusiasmi che invece legittimamente investono votanti e osservatori. A vincere queste primarie sono le primarie stesse. L’entusiasmo per lo strumento di scelta democratica è cresciuto di ora in ora durante la giornata di domenica, fino a toccare in serata punte estreme, quando i vari TG e le notizie online hanno formito le prime indicazioni di partecipazione. Trovando inaspettatamente consensi anche tra gli elettori del centrodestra che, secondo il sondaggio di Ipr Marketing, sarebbero pronti a farne uso per la selezione del proprio leader (la pensa così il 63% degli intervistati). Il confronto con le precedenti esperienze primarie del centrosinistra non regge, e per diversi motivi. Vi erano più partiti in competizione, l’uso dello strumento era finalizzato a rafforzare una leadership già esistente e non vi erano le premesse di cronaca che hanno fatto da sfondo al voto di domenica. E sulle differenze si potrebbe discutere per ore. Differenze che non sono sfuggite nemmeno alla dirigenza del PD che ha messo all’ordine del giorno la possibilità di rendere obbligatorie le primarie per la scelta delle prossime candidature regionali. Pertanto, le primarie di domenica 25 ottobre possono essere lette come la prima vera primaria di partito effettuata in Italia a livello nazionale. Il primo esperimento in cui si sceglie un segretario e non un candidato premier, in cui la base è chiamata dall’inizio alla costruzione di un percorso politico. Ma attenzione. Perché il rischio che si corre è quello di vedere nello strumento la soluzione di tutti i mali. Credere che basti il voto per risolvere i conflitti tra le correnti nella scelta dei ruoli chiave nei partiti porta con sé non pochi problemi sui quali in futuro, per la salvaguardia dello strumento stesso, varrà la pena riflettere attentamente.

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