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Il ”discorso redentore”, note su Armand Mattelart

Note su Armand Mattelart, “Storia della società dell’informazione” – Einaudi 2002.”…nessuna pedagogia di appropriazione del medium tecnologico da parte del cittadino può sottrarsi alla critica delle parole che, teoricamente apolidi, non smettono di insinuarsi nel linguaggio comune e di configurare le rappresentazioni collettive. Attraverso le parole passano gli slittamenti di senso dei concetti di libertà e democrazia.

Questo è il progetto di Armand Mattelart: predicando l’avvento di una nuova età dell’oro, i “discorsi redentori” sul potere della tecnologia informatica, postulando una generica arretratezza, accusano di tecnofobia e antimodernità chi non li condivide. Nelle parole dei profeti digitali, Internet garantirà l’accesso al sapere universale e spazzerà via automaticamente ogni frattura, sociale e digitale. Così può capitare che, entrati nel terzo millennio, ci si abitui all’uso (e all’abuso) di certe espressioni: una di queste è: “siamo entrati in una nuova era” oppure “la nostra è una società dell’informazione”. E’ vero: siamo una società dell’informazione, ma lo siamo da almeno tre secoli: da quando Leibniz tentava, tramite l’algoritmo e l’aritmetica binaria, di automatizzare il pensiero, Bacone inseguiva il principio di una “scienza utile” che tramite gli strumenti dell’informazione potesse migliorare la condizione umana, e Descartes e Wilkins mettevano a punto il progetto di una lingua universale capace di automatizzare il ragionamento e di eliminare le ambiguità delle diverse lingue nazionali, “fonti di discordia e impedimenti alla comunicazione”. Il concetto di “rete”, per esempio, nasce in Francia quando verso la fine del ‘600, cambia il modo di fare guerra: da guerra di posizione a guerra di movimento e l’intero territorio francese viene mappato fedelmente per costruire “un sistema fortificato di reticoli” per “controllare i mezzi di comunicazione sul proprio territorio e facilitare l’accesso al territorio nemico”. Poiché “la norma è ciò che assicura l’integrazione delle parti nel tutto”, bisogna livellare tutto ad uno standard: l’istituzione del sistema metrico decimale nella Francia post-rivoluzionaria ne è un esempio. L’ideale egualitario rivoluzionario ispira anche l’unificazione della lingua con l’abolizione dei dialetti, mentre Diderot e D’Alembert danno vita al progetto enciclopedico di un sapere codificato, universale e condiviso. In questo senso l’invenzione, ancora in Francia, del telegrafo ottico crea una grande aspettativa circa i benefici che ne deriveranno alla democrazia, perché da questo momento i cittadini potranno comunicare istantaneamente anche a grandi distanze, ma per ragioni militari il codice per decifrare i messaggi resterà segreto. E’ questa, secondo Mattelart, la prima manifestazione di un curioso fenomeno: “A ogni ciclo tecnologico si rinnova il discorso redentore sulla promessa di concordia universale, di democrazia decentrata, di giustizia sociale e prosperità generale. E ogni volta si ripeterà anche il fenomeno dell’amnesia nei confronti della tecnologia precedente”. E sottinteso a questo “discorso redentore” è il mito dell’agorà ateniese dove i cittadini liberi discutevano e controllavano direttamente il governo della polis. Ma il mito dell’agorà non è il solo: nei discorsi dei “tecnoliberisti del cyberspazio” c’è spesso l’esaltazione delle “comunità virtuali” direttamente ispirata dalla tradizione tutta americana, di critica alle megalopoli e di nostalgia del rapporto diretto con la terra all’epoca dei pionieri: il Web rappresenta il nuovo West elettronico.

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