L’attacco agli equilibri istituzionali e l’attacco a Berlusconi
Gli eventi degli ultimi giorni hanno messo a nudo il fragile equilibrio esistente tra i poteri istituzionali che reggono il nostro Paese. Proviamo ad immagine però quale sarebbe potuto essere il tema dominante nel dibattito pubblico il giorno seguente il comizio del Presidente del Consiglio, comizio tenutosi sabato scorso in Piazza del Duomo a Milano, se la folle mano di uno squinternato non avesse colpito – ferendolo al volto – il capo del governo. Forse, se non fosse accaduto nulla dopo il comizio, in questi giorni si sarebbe dibattuto dell’ennesimo attacco ai già precari equilibri istituzionali del nostro Paese. L’attacco milanese segue una vera è propria filippica di Berlusconi messa in scena durante la convention del PPE a Bonn. Sia a Bonn che a Milano, il Cavaliere ha colto l’occasione per sferrare un affondo a quei contrappesi istituzionali che dovrebbero rappresentare l’unico vero argine al sovraccarico di potere che gravita nell’orbita dell’esecutivo. Questo in sintesi il succo dei due affondi di Berlusconi. La quarta carica dello Stato – è il caso di ricordare qual è la gerarchia istituzionale ancora vigente – settimana dopo settimana pare prepararsi il campo per una possibile revisione istituzionale in senso presidenziale, revisione che dovrebbe passare da una profonda riforma costituzionale. Preparazione alla “riforma” che ha necessariamente bisogno della delegittimazione del presidente della Repubblica (questa è la prima carica dello stato) accusato di essere di parte: Napolitano è un uomo della sinistra; e, pare che sia stato preceduto da altri due famosi italici rappresentati del bolscevismo internazionale: Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi.
Altro affondo istituzionale. Il capo del governo dice una mezza verità quando afferma che in Italia il potere legislativo non è più prerogativa del Parlamento. Questo è senz’altro vero. Ma Berlusconi mistifica la realtà quando afferma che chi ha esautorato e svuotato il parlamento di competenze e responsabilità sia la magistratura, o meglio il partito dei magistrati. Questo governo, più di quelli che lo hanno preceduto, è il vero “produttore di leggi”: non si contano più infatti i provvedimenti governativi aventi forza di legge o approvati per mezzo della fiducia.
Il tema dell’equilibrio tra poteri ed istituzioni, passata la polemica contingente, si ripresenterà dunque con forza e drammaticità ad un paese condannato ad essere guidato da una classe dirigente ancora più incattivita e divisa che non riesce a leggere, negli eventi, le conseguenze pericolose della deriva populista.


Salvatore Esposito 
Si in effetti c’è qualcosa di strano in questi giorni. Si sente e si dice di tutto ma si omette di riflettere che questo tipo di gesti inconsulti fanno ahimé parte di una complessa fenomenologia del populismo. Quando si crea un nemico più o meno ad arte come si fa nei regimi populisti (i comunisti, i magistrati, i giornali, le università) gli argomenti di normale contesa politica vengono meno e le reazioni sono illogiche. Purtroppo psicolabile non è solo Tartaglia che reagisce in maniera umorale, ma lo siamo diventati tutti per causa di forza maggiore, perché il populismo non ammette una contrapposizione non ideologica, non ammette l’arte del compromesso, si fonda sullo scontro noi/loro e nel momento in cui l’opposizione viene meno, viene meno la ragion d’essere del populismo e dei populisti.
La violenza è deprecabile ed è sempre ingiustificabile. Purtroppo è nell’epifania del populismo. Da lì bisogna uscire.
Il problema è fatta la diagnosi e trovare la cura. Per intenderci, nell’Italia berlusconiana è possibile un’alternativa al populismo quando anche parte dell’opposizione usa gli stessi mezzi?
Di Pietro è a rischio attacchi così come Berlusconi. Entrambi sono degli outsider della politica (altra caratteristica tipica del populismo) e vogliono essere considerati tali per poter mantenere il proprio appeal sul popolo, a rischio della vita. Berlusconi forse ora lo ha capito, Di Pietro non sembra.
Gli elettori devono capire che solo il loro voto e la loro scelta potrà liberare il campo dagli estremismi verbali e tornare a ragionare sulle cose. Ho ragione di credere che ne siamo tutti stanchi e sfiancati…alla fine il populismo è estremamente faticoso, richiede una partecipazione emotiva esagerata per le nostre abitudini, richiede un tifo costante che nemmeno il calcio riesce più ad ottenere e solo i talebani a reggere. Bisogna avere pazienza, costruire la propria linea, diffidare e mantenere il senso della memoria storica che è la cosa che in questo momento è più fragile. Nel fluire continuo dell’informazione si perde il senso del luogo ed il senso della storia, e con essi, il senso della propria identità.