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Quali modelli per lo sviluppo della mobilità urbana. Il progetto VaiMo’

Su richiesta di alcuni studenti, pubblico qui l’intervento che ho tenuto alla tavola rotonda organizzata dalla Post.it_Lab presso la facoltà di Sociologia, sperando di fare cosa gradita.

«L’idea di questo progetto è maturata durante un viaggio di lavoro a Santiago del Cile. Più precisamente nel corso di una visita al museo di arte moderna dove la mia attenzione fu catturata da una esposizione sulle Ciudades Ocasionales.

Il titolo dell’esposizione mi aveva fortemente incuriosita per l’immagine evidentemente dissonante che trasmetteva della città. In effetti avevo sempre considerato la città nella sua dimensione stanziale, coincidente con precise coordinate geografiche, come sistema urbano che può crescere, diminuire, essere anche profondamente modificato ma, di certo, che non potesse configurarsi come una città temporanea, effimera, riconfigurabile a piacere. Quasi avesse un’esistenza parallela e, in parte, dissociata dalla sua immagine ufficiale.

Per la prima volta mi trovavo di fronte ad un’idea di città al negativo, dove la centralità del concetto non era negli spazi pieni (le strutture) ma in quelli vuoti (le relazioni), in altri termini tutta la mostra ruotava intorno ad una sola domanda: come la città viene creata e ricreata ogni giorno dai suoi cittadini, al di fuori ed al di sopra di qualunque piano urbanistico, progetto di sviluppo, grande disegno o nuova architettura.

La cosa curiosa è che per la prima volta la città così concepita non perdeva solo i suoi confini geografici ma anche le sue specifiche caratteristiche culturali; Napoli si ritrovava affiancata a Milano, a Tokio, ed a Lima in una indagine di sociologia urbana comparata. Con l’obiettivo di comunicare e suggerire linee di intervento inconsuete, nuove policy che nascono non dalla idea di occupazione degli spazi con strutture contenitive più o meno funzionali, ma dall’idea che ci sono usi ed abusi che fanno della città un organismo vivente che condivide poco o nulla dell’idea di struttura, limite e funzione. Le ciudades ocasionales sono città che non esistono nelle mappe catastali né nelle cartine geografiche, nelle quali tuttavia nascono, vivono, lavorano, partecipano milioni di persone. Persone che non fanno una moltitudine, che non hanno un’unica voce, che occupano uno spazio indefinito, per almeno una parte del loro tempo. In tal senso non sono non-luoghi alla Marc Augé per intenderci, luoghi di spersonalizzazione, al contrario sono eterotopie alla Michel Foucault quali «spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano», luoghi vissuti come il massimo della personalizzazione, oltre i limiti di ogni ordine imposto.

Per certi aspetti Napoli può essere considerata una eterotopia per altri somiglia a Fedora, una delle città invisibili di Calvino, così descritta «In ogni epoca qualcuno, guardando Fedora qual era, aveva immaginato il modo di farne la città ideale, ma mentre costruiva il suo modello in miniatura già Fedora non era più la stessa di prima, e quello che fino a ieri era stato un suo possibile futuro ormai era solo un giocattolo in una sfera di vetro». Così Fedora è costituita da una città di pietra e tante città nelle sfere di vetro. «Non perché tutte ugualmente reali, ma perché tutte solo presunte. L’una racchiude ciò che è accettato come necessario mentre non lo è ancora; le altre ciò che è immaginato come possibile e un minuto dopo non lo è più».

Dal quel viaggio, ho portato il desiderio di lavorare con i miei studenti sulla città di Napoli.

Il piano di comunicazione da loro sviluppato durante il corso – ed ora pubblicato con il contributo della Facoltà – mi sembra abbia un merito specifico: quello di aver sollecitato una lettura della città – e del problema specifico della mobilità – in due differenti cornici interpretative: quella istituzionale, sulla falsariga del comportamento di un’organizzazione complessa che indaga sul contesto di intervento, decidendo modi, tempi, e strategie di intervento; e quella partecipata, che ruota intorno alla definizione del problema dalla prospettiva di studenti che aspirano ad essere presi sul serio – almeno un po’ – sia in qualità di professionisti della comunicazione che in qualità di cittadini che si riappropriano della capacità di scelta politica. Entrambi i tagli, ed il lavoro che ne è seguito, hanno richiesto quella capacità di coordinamento che manca nelle nostre pubbliche amministrazioni ed alla quale ogni inefficienza è facilmente imputabile. L’entusiasmo ed un pizzico di follia hanno fatto il resto. Ora spero davvero siano contagiosi.

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