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Movimento Cinque Stelle: non è male ciò che appare

MoVimento5Stelle_TimeCurioso. Il 2013 è l’anno europeo del cittadino. Non poteva iniziare con un’affermazione più clamorosa, con la  vittoria che  il verdetto delle urne ha consegnato nelle mani dei cittadini a 5 Stelle. Una vittoria intepretata dai più come uno tsunami elettorale che ha spazzato parte della vecchia classe politica e ha consegnato il Paese all’ingovernabilità. Io però mi sono fatta un’altra idea.

Parto da una considerazione personalissima: il Movimento Cinque Stelle non è antipolitico né populista. E’ un movimento contro-democratico, nel senso in cui Rosanvallon (Controdemocrazia. La politica nell’era della sfiducia, 2005) intende la contro-democrazia, non come  il contrario della democrazia, ma come una «forma di democrazia che contrasta quella tradizionale, della democrazia dei poteri indiretti disseminati nel corpo sociale, della democrazia della diffidenza organizzata che fronteggia la democrazia fondata sulla legittimità elettorale». La contro-democrazia non è quindi scindibile dalle istituzioni democratiche legali, anzi ne rappresenta la loro valorizzazione, intende porsi come un argine alla mortificazione delle istituzioni e, in particolare, del parlamento, luogo in cui si esprime la rappresentanza e si esercita la sovranità popolare.

E’ questo in effetti il punto chiave del discorso grillino: la morte del parlamento per mano dei partiti che lo hanno occupato e dei governi che lo hanno bypassato sistematicamente nell’arco degli ultimi venti anni, legiferando a colpi di fiducia, decreti d’urgenza, strappi, compra-vendite, baratti. Senza mai procedere sul piano delle riforme istituzionali per dare maggiore efficacia al processo legislativo. Anzi  eliminando le preferenze dalla scelta elettorale, hanno di fatto trasformato l’accountability in disciplina di partito. Siamo così velocemente approdati ad una “democrazia senza popolo”, ridotta all’ombra di sé stessa, deformata da uno specchio  che ci rimandava l’immagine abbrutita di noi stessi: zombi impegnati tutto il tempo a legiferare per sé non per tutti, svendendo la dignità del Paese in cambio di un proprio tornaconto e preferendo l’uovo di oggi alla gallina di domani; lo spettacolo di una classe politica che, con arroganza, ha dato vita al sacco del nostro territorio e delle sue risorse, senza pudore né vergogna.  Gli scandali del Lazio e della Lombardia sono  solo gli ultimi di una lunga scellerata sequenza.

Non è andata meglio con il governo tecnico che, pur facendo sforzi enormi per aprire il processo decisionale alla partecipazione dei cittadini, non è riuscito a proporre che policies senza politics – politiche senza politica – incapaci di intercettare lo sbando  che pure si avvertiva  salire chiaro e forte dal popolo-bue.  Grillo ha così portato alla ribalta un altro popolo,  cittadini stanchi di vedersi surclassare da  personaggi ridicoli e starlette, stanchi di vedere il proprio futuro nelle mani di incapaci,  di delegare la propria sovranità ad apparati burocratici. La misura era dunque così colma che nemmeno nuovi partiti avrebbero potuto rispondere al malcontento, come  dimostra il fallimento di Rivoluzione Civile, di Scelta Civica e di altro. Peccato abbiano capito il contrario.

Il rifiuto in blocco delle tradizionali forme di rappresentanza e di rappresentazione del potere – partiti, sindacati, media – è dunque un repulisti doloroso  ma necessario perchè troppe volte si è promesso il cambiamento, troppe volte lo si è mancato.

Cosa succederà ora? Credo che non sia tutto male ciò che appare. Che l’ingresso del M5S in parlamento non sia un rischio ma una straordinaria opportunità per la sinistra per governare il Paese a dispetto della destra, senza di loro e contro di loro. Per sradicare il berlusconismo e recuperare il Paese e gli italiani alla ragione politica, a quell’unica sola idea di bene comune  che dovrebbe caratterizzare gli anni a venire. I cittadini si sono ripresi ciò che apparteneva loro: la sovranità. C’è poco da discettare o da cantare vittoria, i partiti lo devono capire. Perché se c’è una democrazia senza popolo può anche esserci una politica senza partiti. Ne parlava Mauro Calise in tempi non sospetti (Dopo la partitocrazia, 1997). Basta saperlo o immaginare che sia possibile, per trasformare l’apparente debacle in una irrinunciabile opportunità.

Da parte sua il Movimento Cinque stelle ha tutto l’interesse di dimostrarsi responsabile perché il bene pubblico non è un gioco in rete e ha già iniziato a farsene una ragione. Il mandato che hanno ricevuto è chiaro e va nella direzione di potare in parlamento politiche nuove oltre che facce nuove, modalità di decisione più aperte e partecipate, senza fedeltà pre-costruite,  ma anche visioni del mondo e del futuro costruttive ed efficaci, strategie innovative per rapportarsi alla cosa pubblica. Evitando la tentazione di praticare l’ostruzionismo che, statene certi, sarà la carta che giocherà la destra per far cadere presto, e in maniera più rovinosa possibile, il nuovo governo passando, ancora una volta, sul corpo dei cittadini. Per la sinistra non c’è dunque un rischio ingovernabilità, ma l’opportunità di governare con altri mezzi. Per la destra, si apre invece il mercato delle vacche. Ma Scilipoti è lì per fortuna, per ricordare continuamente ai grillini che Giuda si vendette per quattro denari.

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25 commenti

  1. eve ha detto:

    credo anch’io che non sia male ciò che appare e che i grillini saranno più responsabili di quanto si creda. dentro, ci sono soprattutto quei trentenni precari che cercano riscatto, che provano a definire il proprio futuro nel senso globale e non utilitaristico. ho fiducia nella responsabilità civica e sociale dei miei simili e condivido la bella analisi sulla democrazia senza partiti come democrazia possibile (auspicabile non lo sappiamo).
    non so prevedere come governeranno, ma mi sto interrogando su un paio di punti, in merito agli orientamenti di voto, che nessuno solleva:
    1) che fine hanno fatto i cosiddetti “voti dei cattolici”? (se ne parla sempre, di ‘sti benedetti cattolici ma in questa tornata paiono volatilizzati: non sono andati da Monti che era il loro paladino, non sono andati a sinistra. stanno tutti da Grillo che è un anticlericale?)
    2) che fine hanno fatto “i mercati”? (pareva che dovevamo preoccuparci solo di quelli, dei “poteri forti”, delle banche e delle agenzie di rating. ma la maggior parte degli italiani non ci ha pensato. Certo non lo hanno fatto nè quelli che hanno votato Pdl-inviso all’Europa- nè quelli che hanno votato Grillo, che certo europeista non è).
    Quindi, oltre che una contro-democrazia senza partiti, mi par di capire che andiamo anche verso una democrazia non inquinata dai credi religiosi e nemmeno dalle nuove fedi economiche. Siamo forse nell’era della democrazia dei diritti? siamo in quel quadrante del voto tematico (issue vote?)

  2. Ale ha detto:

    Sono più pessimista di te, Ros, ma l’analisi è come sempre lucidissima, arguta e ben argomentata.

  3. Francesca ha detto:

    Anch’io sono molto pessimista su quanto sta succedendo, però la tua analisi offre spunti interessanti per riconsiderare un po’ il tutto, da parte di chi come me, forse in passato ha riposto immotivata ed eccessiva fiducia nei cosiddetti ideali politici

  4. Rosanna De Rosa ha detto:

    Eve, è un post-politica e un po’ no. Perchè alle post-etichette ci credo davvero molto poco. Vorse parliamo ancora di politica con la P maiuscola, scevra però dalle vecchie fedeltà: è finito il tempo del partito-chiesa e della chiesa-di-partito. E’ il voto di opinione che si fa avanti, ma anche un nuovo voto ideologico che fa della teoria democratica il pernso della propria riflessione.

  5. Paolo Landri ha detto:

    Analisi molto interessante, Rosanna. E’ vero che può essere un’opportunità. Sono perplesso, però, del metodo di Grillo. Forse bisognerà aspettare per capire e per dare tempo a lui e al suo movimento che l’ingresso in Parlamento segna un passaggio importante. Da una parte, infatti, sono curioso di capire in che modo il M5S sia capace di affrontare il suo problema di democrazia interna, e, dall’altra, in che misura sappia acquisire quelle capacità di mediazione che pure sono importanti in politica. Proprio mentre sto scrivendo leggo che ha definito Bersani ‘morto che parla’ ! Ora credo sia quantomeno indelicato almeno nei confronti di moltissimi che l’anno votato

  6. Rosanna De Rosa ha detto:

    Paolo credo che all’antilinguaggio di Grillo ci si debba fare l’abitudine ma ho ragione di credere che adesso la paura di non fare passi falsi sia al massimo, soprattutto la paura di compromettere il risultato raggiunto con scelte eventualmente non condivise. Dal suo blog emerge chiaramente la presenza di due linee: quella di fare una coalizione con PD versus quella di votare la fiducia e procedere step by step su specifiche politiche condivise. Credo che questa seconda modalità – anche se fa tremare i polsi per molti versi – sia la più giusta e rispetta entrambi i partiti. Siamo nel tipico dilemma del prigioniero tanto citato dalla teoria dei giochi. Se ne esce solo così., altrimenti la soluzione sarà peggiore del male.

  7. antonio ha detto:

    Chiedo scusa se mi permetto, apprezzo l’analisi sempre puntuale e sopraffina della D.ssa De Rosa, che meriterebbe spazio e visibilita’ molto piu’ ampia di quella attuale in questo contesto un po’ scarso di contenuti idee e proposte costruttive, ma saro ‘ un po’ impietoso con il PD ed il suo Leader ed i vari tirapiedi : cari Pieddini ma non sara’ che che siete stati cosi’ bravi a ritrovarvi alla fin della fiera con un passerotto in mano ed un tacchino nel ……………………………( censura )

  8. italo ha detto:

    Ciao Rosanna.

    ho letto con attenzione il tuo pezzo su politicaonline. Pur avendolo trovato molto interessante, non concordo con i suoi principali presupposti teoretici. Ritengo che la vittoria elettorale del M5S rappresenti una confutazione di fatto delle tesi di Rosanvallon sulla contro-politica. Per Rosanvallon la spinta contro-democratica si traduce nelle seguenti forme di controllo esercitate dai cittadini sulle istituzioni politiche: vigilanza dei governati sui governanti, intervento dei gruppi di pressione e azione della magistratura. Secondo lo studioso francese, a partire dalla c.d. “età delle rivoluzioni” queste figure della contro-democrazia contribuiscono alla definizione del Politico moderno ma non lo sostanziano. Assediano la politica dei partiti burocratici di massa e dei partiti personali ma sono “contre” e non “dans”. Le tesi di Rosanvallon, pur descrivendo molto bene il processo di ascesa e crisi della rappresentanza politica nello stato contemporaneo, non spiegano il fenomeno che si è manifestato all’interno della politica italiana e che si è fatto dentro il sistema politico facendolo implodere. Dal mio punto di vista il concetto di contro-politica condivide lo stesso limitato valore euristico del termine “antipolitica”. Non è un caso che la nozione di contro-democrazia venga evocata al termine di alcuni recenti tentativi di narrazione della parabola della forma-partito (cfr. Marco Revelli, Finale di partito, 2013). In fondo non siamo molto lontani dal paradigma di Della Porta e Diani.

    Dal mio punto di vista, per iniziare a comprendere (“verstehen”) il M5S occorre ricorrere ad una concettualità nuova e diversa. Sono d’accordo: si tratta di una democrazia senza popolo (nel senso di Michelet) ma non per questo anti-democratica né post-democratica (nel senso di Crouch). Si tratta, tuttavia, di un discorso sulla democrazia che appare senza società ma denso di comunità; di una democrazia senza individuo ma non per questo illiberale e irrispettosa dei diritti di libertà; di una democrazia non più fondata sulla persona (Mounier &co.) ma attenta alle relazioni tra i soggetti; di una democrazia impolitica ma non anti-politica; di una democrazia non statolatrica ma attenta alle relazioni di cura. Probabilmente questa nuova forma di partito ha ottenuto voti perché parla di un partito “indeterminato” o in “terza persona” (nel senso di Blanchot: “scrivere equivale a passare dalla prima alla terza persona”), inteso come organizzazione collocata al di fuori dell’arroganza egoriferita del partito del soggetto (partito di opinione e partito del leader) o del totalismo del partito dell’oggetto (partiti-chiesa). Non un partito personale dunque ma un partito “impersonale”. Come scriveva Simone Weil: “ciò che è sacro, lungi dall’essere la persona, è quello che in un essere umano è impersonale”. Di fronte all’Impersonale (il sacro, l’esoterismo della finanza, il mistero della malattia singolare e collettiva, la crisi del soggetto, dell’oggetto e del politico) gli elettori hanno reagito, come diceva Deleuze, “controeffettuando” l’evento impersonale per appropriarsi della sovranità. La vittoria del M5S, partito “impersonale”, soddisfa il bisogno diffuso di una forma della rappresentanza che travalichi le dimensioni del soggetto e dell’oggetto per ri-posizionare le vite degli uomini e delle donne all’interno di un ecosistema fatto di relazioni con gli altri uomini e con il cosmo. Chiudo qui questa raffica di riflessioni poco organiche. Saluti!

  9. Rosanna De Rosa ha detto:

    Molto molto interessante il tuo commento. Anche se non credo confuti la posizione contro-democratica. Le funzioni contro-democratiche a cui fai riferimento si traducono non in differenti organi di controllo, ma nella assunzione di nuove funzioni da parte del popolo stesso che si propone all’unisono come popolo-sorvegliante, come popolo-veto, come popolo-giudice svolgendo quei poteri prima delegati ad altri. A me pare che questa forma di avocare al popolo una diretta responsabilità nella gestione della cosa pubblica recuperando il soggetto e l’umano, come recita un post di Grillo passato in questi giorni, sia la chiave di volta per comprendere la crisi dei partiti come organizzazioni burocratiche degli di interessi di non si sa più chi. Trovo uno spunto interessante la considerazione sul partito impersonale, sembrerebbe una contraddizione in termini proprio quando sul corpo del leader che attraversa lo stretto si sono create narrazioni completamente opposte. Nel libro che spero di dare alle stampe al più presto faccio riferimento all’organizzazione tecnologica della sfiducia, dove la sfiducia è sia quella nei confronti dell’establishment, sia quella dello stesso Grillo nei confronti della capacità della gente ad autogovernarsi. Società versus comunità ci riporta allo studio dell’evoluzione delle tecnologie per la democrazia. Nel 2003 credo, sostenni in un articolo il superamento dell’idea di comunità in rete da parte di forme più “societarie” di organizzazione dell’interesse e del discorso pubblico. Tale mi pareva la nascente blogosfera con l’emersione di una soggettività consapevole al di sopra la comunità. I social media hanno esasperato questo percorso introducendo però variabili di “impersonalizzazione” della relazione. Senz’altro uno spunto che merita un approfondimento..grazie, ne terrò conto

  10. Francesco Consoli ha detto:

    Mi sembra che il post e i contributi siano la via giusta per capire. Penso che però dovremmo ragionare anche sulla necessità di integrare modalità di democrazia diversa. La blogdemocracy (o la democrazia di rete) apre molte possibilità ma è anche piena di trappole e di ingenuità. La democrazia rappresentativa non può essere liquidata con tanta spocchia, è appesantita ma spesso rappresenta l’unica strada. Poi vi è la democrazia del voto, che è ancora un’altra espressione, e la democrazia costruita quotidianamente nei luoghi (non nella rete), che ha un suo spessore e una inclusività che la rete non ha (in Italia sono troppi quelli che non sanno nella rete, torniamo al suffragio solo per chi sa usare certe tecnologie o ha certi livelli di alfabetizzazione?).
    Ugualmente considero che la democrazia “by projects” va bene ma non possiamo pensare che oggi vi sia una mano invisibile della rete che possa affrontare le strategie. Neppure la mano visibile dei partiti, ok, ma una democrazia by projects senza una grande capacità riflessiva non è in grado di reagire ai numerosi effetti non previsti. La rete non è ancora un luogo di riflessività neppure per gli esperti navigatori. E’ un insostituibile mercato delle idee. Grazie comunque della riflessi o

  11. Rosanna De Rosa ha detto:

    Francesco sono d’accordo con te, nel post mi pare di non aver mai nominato la rete e ci ho anche pensato alla fine. Devo dire due cose su questo: non credo la rete sia stata la variabile vincente del M5S, se fosse stato così fra le cosiddette parlamentarie e le elezioni ci sarebbe stata un minore scarto. Alle parlamentarie si sono votati fra di loro, è stato un voto basato sull’autoriconoscimento e la rete ampiamente intesa non vi ha partecipato perché non si è sentita affatto chiamata in causa. Alle elezioni invece ha partecipato tanta gente che con la rete e con il M5S in rete ha avuto pochi o nessun contatto. E’ stata attirata dalla piazza e dall’amplificazione che le Tv hanno dato alla piazza e al M5S. Si tratta di dinamiche abbastanza classiche, a me viene sempre in mente il film “QuintoPotere”, la gente ha bisogno di trovare qualcuno che li aiuti ad urlare, perché annichilita. Per il resto la forma di democrazia liquida del M5S per ora ha poco a che fare con la democrazia diretta, è una forma ibrida di democrazia rappresentativa-partecipativa. Sicuramente una sfida interessante da osservare sarà se e come tale forma affronterà il processo di “codificazione” di regole e modalità di partecipazione. La democrazia rappresentativa ha di suo regole codificate da secoli di storia, questa forma di democrazia liquida no. E i Pirati se ne sono resi già conto..

  12. Emanuele Schember ha detto:

    molto interessante! 🙂 bello anche il passaggio “Perché se c’è una democrazia senza popolo può anche esserci una politica senza partiti”.
    Però siamo sicuri, e lo dico con il massimo del dubbio e della sincerità, che non ci ritroviamo dinanzi ad un nuovo personalismo della politica, in una nuova forma di plebiscitarismo mascherato da “buona politica civica e partecipativa dal basso”? Personaggi come Casaleggio è innegabile che siano inquietanti.
    E poi un’ultima cosa, quella politica da partito-chiesa e chiesa-di-partito, che è stata per certi versi l’unica in grado di far passare determinate riforme (statuto dei lavoratori, diritto di famiglia, equocanone ecc ecc), è realmente un bene che oggi sia stata sostituita con la politica del sondaggio e col “voto di opinione”?

  13. Rosanna De Rosa ha detto:

    Innegabile che siano inquietanti, su questo hai perfettamente ragione. Ma proverei a distinguere Grillo&Casaleggio dal M5S. Molte analisi in questi giorni stanno mettendo in luce le diverse anime di cui il movimento è composto e come spesso una componente nemmeno minoritaria prende le distanze da Grillo e ne critica aspramente le posizioni.
    Sul secondo punto, i partiti hanno avuto grandi meriti soprattutto in Italia dove il consociativismo dei partiti era funzionale alla tenuta del paese e ad evitare che si frammentasse in mille pezzi, era una modalità per strutturare, organizzare e ammorbidire il conflitto. Fino a quando la Lega ha riportato nel dibattito il tema del Nord e del Sud. Oggi si avverte che le sfide sono più ampie, e che la politica in genere non è più capace di decidere autonomamente pressatata dalle organizzazioni internazionale da una parte e dalle micro-esigenze dei territori dall’altra. Il voto d’opinione è una via di fuga dalle ideologie dogmatiche, un modo per secolarizzare la politica, non è necessariamente detto che sia senza valori o non capace di nuova-ideologizzazione. E’ tutta da scrivere questo nuovo pezzo di storia.

  14. Giovanni Carpinelli ha detto:

    A mio parere il Pd non sta facendo tutta la sua parte nel momento politico attuale, non dovrebbe solo mostrarsi disponiobile a un’alleanza, dovrebbe avanzare una proposta più articolata e, preventivamente, autoriformarsi.
    E’ quanto ho argomentato nel post
    http://machiave.blogspot.it/2013/02/se-il-pd-facesse-tutta-intera-la-sua.html

  15. Rosanna De Rosa ha detto:

    Giovanni. Ho letto il tuo post. Io penso, come ho scritto anche in uno dei commenti, che Pd e Grillo si trovano nella stessa situazione del dilemma del prigioniero. Qualunque decisione prendano deve per forza di cose essere una decisione interdipendente. Non è possibile che Grillo la prenda a prescindere senza tener conto delle ricadute sul paese e sul movimento, così pure per il Pd. Piuttosto credo che tutto sia stato fatto senza un’analisi a freddo della situazione, diciamo sull’onda dello sconforto per uno dell’eccitazione per l’altro. Non credo che il pd debba fare ora delle proposte. Non è questo l’ordine delle cose. Il primo tema in agenda è la fiducia, l’uscita dalla prigione affidandosi l’uno all’altro proprio come nel dilemma del prigioniero. Poi c’è tutto il resto..chiaro

  16. Giuseppe Delle Cave ha detto:

    L’articolo offre spunti decisamente interessanti anche se ho tantissime perplessità. Prima di tutto a me viene naturale dividere la questione M5S su tre piani diversi. C’è Grillo che è portavoce, capo politico, megafono, proprietario del movimento; ci sono i militanti che nella quasi totalità sono persone già impegnate “civicamente”. Ho avuto modo di conoscere alcuni eletti in Campania del M5S in battaglie contro la camorra, contro i roghi tossici e assemblee varie; infine ci sono i votanti che sono i delusi, gli astenuti e quelli che “il fatto non è mio” salvo poi criticare chiunque e portare avanti il mantra ” è tutto un magnamagna”. A parte tutte le proposte fatte dal movimento è innegabile che tutta la rivoluzione si basi sul fatto che “Devono andare tutti a casa” (cit.). I discorsi di democrazia dal basso, democrazia partecipata li vedo nettamente in secondo piano soprattutto nell’elettorato grillino. Non vedo una novità in un movimento che pende, a dispetto di quanto professano, dalle labbra del suo Capo nè in un movimento che fino ad ora ha delegato totalmente a Grillo la decisione della linea politica, il quale attuava soventemente una sorta di “bonapartismo” e cioè in nome di un popolo arrabbiato delegittima chiunque sia contro. Credo che comunque ci sia bisogno di aspettare un assestamento del M5S per capirci qualcosa di più.

  17. Rosanna De Rosa ha detto:

    Sì Giuseppe, hai ragione, anche secondo me non occorre guardare al movimento come se fosse in simbiosi perfetta con il suo leader. L’analisi dei flussi elettorali dimostrata che ha preso a sinistra e ha rubato alla Lega. E’ un movimento quindi abbastanza composito al suo interno che è tuttavia animato dal desiderio di cambiare radicalmente questo paese. Per il resto bisogna effettivamente attendere che le acque si posino.

  18. italo marconi ha detto:

    Ciao, ti ringrazio per la replica che è piena di spunti interessanti. Ti confesso che però non sono persuaso.
    1) Valore euristico del concetto di contro-democrazia per comprendere il M5S: non mi riferivo né ad organi né ad organismi di controllo. Il M5S si distingue dalle figure della contro-politica perché oltrepassa la “mera” partecipazione al Politico per andare a costituire la politica sovrana e sostanziarsi nelle sue istituzioni rappresentative. Per semplificare: M5S è il primo partito alla Camera, il Movimiento 15-M o gli Occupy sono molto distanti dai luoghi della rappresentanza politica e dalle istituzioni sovrane. Per non parlare delle Twitter revolution arabe.
    2) Il popolo e le élites: continuo a pensare che continuare a leggere la cittadinanza attraverso la lente di un concetto ancora intriso di semantica ottocentesca non ci aiuti a comprendere quello che sta succedendo. Stesso discorso vale per quello di “interesse” (ma su questo Ornaghi ha scritto delle cose molto belle proprio inquadrandolo nella longue durée) e soprattutto per quelli di “autorità” e di “governo”.
    3) Leadership e corporeità del sovrano: come ho avuto modo di dimostrare nelle mie ricerche sulla rinuncia al potere, nella cultura politica di Antico Regime la leadership e la sovranità stessa si de-finiscono nello spazio delimitato dai due poli del corpo fisico e del corpo politico del sovrano. Queste due epifanie del potere, lungi dall’essere contrapposte, si autosostengono. Si tratta, come giustamente affermi, di un paradosso – topos spesso utilizzata dai contemporanei per spiegare questo dispositivo retorico architettato dal sovrano per garantire la riproduzione del potere e per scongiurare le devastazioni provocate dall’interregno. L’idea di un potere IM-PERSONALE, quindi, che può sembrare inconcepibile per una coscienza secolarizzata come la nostra, era perfettamente consona alle culture premoderne. E forse risuona ancora ai giorni nostri. Di qui la coesistenza delle narrazioni delle prodezze del Grillo nuotatore con le rappresentazioni della politica pervasiva dell’organizzazione reticolare. Il popolo premoderno era legato da alcune dinamiche di relazione molto simili a quelle che animano lo spazio digitale odierno.
    4) Il concetto di organizzazione tecnologica della sfiducia mi interessa molto e vorrei approfondire. Tuttavia non capisco dove ravvisi la sfiducia di Grillo nella capacità di autogoverno delle persone. A me sembra proprio il contrario.
    5) Comunità e società: mi interesserebbe molto leggere il tuo articolo. Io sono proprio dell’avviso opposto: i fatti recenti dimostrano che le comunità della rete, forse dopo un’iniziale ambizione coatta a farsi società – una sorta di riflesso pavloviano – ora si inorgogliscono dell’essere “community” proprio perché sono libere dalle pastoie della “società” (nell’accezione che mi sembra tu conferisca al termine). Ma ancora: la contrapposizione comunità vs società è figlia di un altro paradigma romantico pensato per essere funzionale alla legittimazione degli Stati liberali nascenti. I nordamericani percepiscono meglio di noi il senso di questa definizione perché non hanno subito la tirannide culturale dell’antinomia di Tönnies. E qui basta leggere Nisbet, Shils,la Shklar fino a MacIntyre e a Taylor – con le loro posizioni varie e diverse. Finora non ho mai sentito alcun analista accostare Grillo ai Communitarians. Questo aspetto secondo me sarebbe da approfondire insieme alla nozione più generale di “comune” come superamento della contrapposizione tra “pubblico” e “privato”. Non a caso personaggi come Toni Negri e Zizek, fra gli altri, stanno esplorando da un bel po’ questo concetto potente per piegarlo alle esigenze delle culture politiche post-marxiste. E ancora: la decrescita francese e l’influenza della Revue du MAUSS, con l’importante ruolo di volgarizzazione svolto Salsano e da Bollati Boringhieri. Ma qui il discorso si fa ancora più complesso. Saluti.

  19. bernardo.parrella ha detto:

    chiedo scusa per qualche nota tagliente e qualche inglesismo, ma e’ solo per chiarire al meglio il mio pensiero (nothing personal, ros, anzi meno male che sopravvivono spazi di confronto sereno e adulto come questo 😉
    ben più che analisi lucida il post mi pare incarni un classico wishful thinking, che comunque gira un anche altrove (giustamente, sia chiaro): il caos regna supremo, ce la facciamo sotto a ogni muovere di foglia (i grilleschi soprattutto, il termine gli si adatta meglio di grillini), e allora meglio auspicare teste fredde e intravvedere possibili opportunita’ di cambiamento “reale”.
    purtropo la realta’ e’ che i grilleschi non mi risulta abbiano quasi mai sparso semi o sviluppato radici anche minime verso la creazione di tali possibili opportunita’, ne’ sono ora interessati davvero a creare humus partecipativo e continuando ad abusare platealmente dei social media in quanto veicolo di confronto, collaborazione e creativita’ sociale nel momento del patatrac politico vecchio stampo (d’altronde evidente da decenni).
    non avendo avuto quasi mai interesse a sviluppare i necessari raccordi tra e dentro il tessuto socio-politico in disfacimento, i grilleschi (con l’ovvia eccezione di alcuni cittadini in piena buona fede e impegnati in battaglie civiche locali, come giustamente ricordato sopra) hanno invece preferito le scorciatoie (altrettanto vero) del “bonapartismo” e del misero tentativo di cavalcare il “popolo arrabbiato”, distorcendo along the way gli strumenti online (vabbe’ che tanto erano rimasti pochi spazi di confronto e collaborazione degna di questo nome era nell’intenet nostrana, per lo piu’ ridotta a feisbuk e twitt/ritwitt a occhi bendati, ahinoi).
    insomma, se e’ vero che in momenti caotici e fragmentati come questi c’e’ spazio concreto per seize the opportunity in senso pro-positivo, e pur se e’ vero, che occorre attendere che la fanghiglia (piu’ che le acque) si depositi e lasciar decantare un attimo, a me sembra che qui (non diversmente da mille altre volte nel passato storico del bel paese) al post dell’opportunita’ vada delineandosi il suo alter ego: l’opportunismo…

  20. shine ha detto:

    Berny, certo occorre aspettare che si posino le acque. Come ho già scritto in qualche altro commento, siamo di fronte al dilemma del prigioniero, e se ne esce solo con una soluzione che rappresenta per entrambi il male minore. I costi sociali di un ritorno alle elezioni sono enormi da ogni punto di vista ed anche insostenibili politicamente. E’ questo ciò che ispira il mio ottimo. Staremo a vedere

  21. bernardo.parrella ha detto:

    certo, capisco benissimo l’ottimismo, pero’ again: non confondiamolo con il wishful thinking, qualcosa di un po’ tanto diverso — cmq in questi ultimi giorni, pur nel caos generale e nel silenzio esistenziale di molti, mi pare alquanto azzeccata la posizione di mr. renzi:

    «…[Grillo] “non va rincorso, va sfidato sulle cose di cui parla, spesso senza conoscerle”, come gli open data, le donne in politica, l’innovazione ambientale. L’errore, secondo Renzi, sarebbe quello di inseguire il leader del M5s sul terreno delle dichiarazioni a effetto, o peggio ancora tentare di intavolare una trattativa…»

  22. rosaria ha detto:

    Un punto chiave in questa discussione, seria e pacata, è secondo me quello della “rappresentanza politica”. Per Nocilla (1995) il concetto di rappresentanza è quello che più degli altri rivela l’antinomia insita in ogni aspetto della vita dell’uomo e con la quale il pensiero è costretto a confrontarsi continuamente: l’antinomia tra l’uno e il molteplice. Il partito moderno, quello che è nato ed è cresciuto nell’allargamento del suffragio fino a quando questi è diventato universale, è secondo me, ancora oggi l’unico strumento in grado di collegare società ed istituzioni perchè l’unico in grado di ridurre e sintetizzare le differenze all’interno di una società pluralista. Ed il luogo deputato al dibattito, al confronto anche duro, alla mediazione tra le diverse visioni del mondo e i diversi bisogni dei cittadini, nell’ottica del bene comune, è il Parlamento. Perchè se è vero che può esserci politica senza partiti, non vi può essere una politica senza democrazia nè una democrazia senza pluralità.
    Grillo, che pure letteralmente “incarna” il M5S, non può pensare di sciogliere l’antinomia di cui prima nella sua persona. Se gli elettori gli hanno dato i mezzi per porre in essere decisioni influenti sul lungo periodo, politiche quindi, lui deve scegliere. O uscire dalle istituzioni e continuare a fare contro-democrazia o restarci e fare buona-democrazia in nome di coloro che gli hanno dato credito. Gli altri hanno i loro megafoni per essere rappresentati nelle stanze del potere.

  23. La nona ora ha detto:

    […] non sono molti ma al tempo stesso nessuno è in grado di fare previsioni. Sostiene Rosanna De Rosa, in questo post  che dopo una  politica senza politiche e una democrazia senza popolo, Grillo rappresenta […]

  24. pippo ha detto:

    Dividerei il discorso in tre.
    Innanzitutto c’è lui. Il castigamatti. Il profeta della nuova democrazia. Il Robespierre feroce inquisitore della Kasta. Un energumeno, diciamola tutta. Non che Gramellini mi stia particolarmente simpatico, ma ha ragione da vendere quando rileva che vent’anni di berlusconismo ci hanno talmente abituato a un certo modo di parlare e di agire da parte di coloro che gestiscono la res pubblica, che ormai chi insulta è simpatico, le battute razziste sono boutade da comizio, gli epiteti sono la medicina più efficace e trasparente contro il vecchio politichese. L’associazione tra Grillo e la sua sedicente rivoluzione gentile è un ossimoro insostenibile. L’esagerazione verbale ostentata in ogni luogo fa dell’uomo un facinoroso e un violento, avvezzo a proclami sovente fondati su un nulla programmatico sconcertante, capace – quello sì – soltanto di aizzare le folle al grido-tormentone: devono andare tutti a casa. Non cito fascismi e nazismi e trovo i paragoni in questo senso abbastanza fuori luogo. Vedo tuttavia un certo grado di pericolosità in ogni manifestazione di integralismo, nelle sentenze che non distinguono, nell’individuare il nemico in tutto ciò che sta fuori di noi.
    Ci sono poi gli elettori. Io credo che ben più del venticinque per cento degli italiani abbia avuto la sacrosanta tentazione di votare per il movimento delle stelle (però, detta così fa tanto PK Dick…). Citare gli scandali quotidiani, le ruberie, le strafottenze della nostra classe politica è persino superfluo. Così come è superfluo ricordare le incapacità della parte sinistra del campo, coloro che forse più “onesti” in un certo ambito, non hanno avuto tuttavia l’onestà di riconoscere i propri fallimenti, di non prenderne atto rinunciando a qualsiasi incarico per tornare a fare i militanti, di dare in questo modo l’impressione di volere a tutti i costi restare (o tornare) nel ricco circo parlamentare, pieno di scranni, di benefit, di euro da accantonare, di privilegi da occultare. Con ciò stesso, diventando disonesti anch’essi.
    Gli elettori del movimento sono un mondo composito. Ci sono quelli sinceramente nauseati, che non votano da quindici anni o da sempre e che hanno visto nelle Stelle la possibilità di urlare meglio il proprio disgusto. Ci sono quelli della sinistra radicale, che sono pochi ma che si sono stufati di dover reggere il gioco di cui sopra a un qualsiasi Diliberto o addirittura a un Di Pietro, e hanno mandato un sonoro segnale (l’ennesimo, peraltro) a partiti quasi estinti che continuano nel loro sconcertante esercizio di sordità. Ci sono quelli che votavano Berlusconi o la Lega, che non sono pochi (lo dice la matematica, non io). C’è un pezzetto di società civile anche se – e ci sarebbe da parlarne a fondo – la società civile in Italia è sostanzialmente inesistente e da sempre, ci sono altri che non ho la pretesa di incasellare. C’è, insomma, un mondo vasto: in piccola parte consapevole, e dunque a conoscenza di programmi, proposte, tentativi; in gran parte inconsapevole, cosciente solo del celeberrimo “devono andare tutti a casa”. In questo mondo vasto e composito ci sono elementi di pericolosità, a mio avviso. Non mi risulta che il popolo con i forconi, storicamente, abbia mai portato a rifondazioni democratiche e “gentili” laddove si è alzato per infilzare i potenti. Ci sarebbe da parlarne, anche di questo.
    Infine, i grillini, ovvero il movimento. Bene, come ho detto io appartengo alla schiera degli ultimi veterocomunisti. In buona sostanza, ritengo che l’originaria idea marxiana possegga in nuce una nobiltà universale e che tutti i tentativi di metterla in pratica siano state altrettante offese a detta idea, vilipendi alla sua nobiltà. Mi si potrebbe giustamente ribattere che ciò dimostra l’inapplicabilità dell’idea medesima. Rispondo affermando che la Storia non è mica finita e che ad un uomo qualche illusione bisogna pur lasciarla.
    Ma insomma. Da militante ho appreso che i vertici di Rifondazione Comunista sono dimissionari (alla buon’ora). E che ciò vuol dire Congresso anticipato e tutto il resto. Ebbene, alla parola Congresso e pensando a tutto il resto mi è venuto un brivido lungo la schiena, e un po’ di nausea. Documenti, emendamenti, riunioni notturne, mozioni e mozioni d’ordine, parole su parole e così via. Mi si dirà che questa è la democrazia, così come secoli di storia e scienziati sociali l’hanno praticata, immaginata, perfezionata. Eh no, risposta insufficiente.
    Le società si evolvono con una rapidità impressionante e a questa velocità il web non è estraneo. I nuovi spazi creati dalla rete non possono essere liquidati come virtuali: sono spazi. Come una piazza, come un circolo, come un’aula universitaria. Vanno utilizzati, non c’è scelta. La sperimentazione di nuove forme di esercizio delle democrazia è senz’altro la parte più interessante e importante del Movimento. Con tutti i se e i ma del caso. Certo, non sì può lasciare all’umore e all’opinione dei militanti connessi in rete in un dato momento la determinazione dell’orientamento in una votazione parlamentare: a me questo pare una follia. Impensabile mi pare, inoltre, inseguire la democrazia diretta. Ma la crisi della democrazia rappresentativa è senza ritorno. La delega va ripensata. Venuta meno la “fiducia” nei partiti, viene meno oggi quella nell’individuo, nel politico: senza fiducia non può esserci delega.
    E allora, forme di democrazia diretta sono oggi possibili e devono contaminare quelle classiche. E’ l’unica strada per rinvigorire e valorizzare le istituzioni.
    Io non so se Grillo abbia questo obiettivo, sinceramente ne dubito. Non credo sia un “controdemocratico” nel senso assegnato da Rosanvallon al termine, temo piuttosto che il suo intento sia quello di sfasciare il sistema. Sono anni – del resto – che costruisce sulle macerie, Tutti a casa. Tutti nella stessa cesta: sindacati, governi e sinistre e destre e opposizione e giornalismi e giornali e televisioni e ballarò. Tutto confuso in una gigantesca melma maleodorante. Credo non gloi convenga e non voglia essere “responsabile”.
    Noto che oggi, da vincitore delle elezioni, si è messo anche a studiare la Costituzione. E’ partito però non dall’art. 1, ma dall’art. 67. Là dove si parla di vincolo di mandato. Francamente, non mi pare un bell’inizio.

  25. federico ha detto:

    Bell’articolo, ma concordo con chi dice… si spera sempre che alla fine vada tutto per il meglio!

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