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Se verrà la guerra, marcondiro’ndero …

Ringrazio Giulio Finotti

La prima di Ferrara: in punta di fioretto

La prima di Radio Londra condotta da Giuliano Ferrara delude le aspettative, almeno quelle di coloro che si aspettavano una difesa mediatica del Cavaliere. Ebbene sì, l’ex comunista, ex socialista, il pro-life anti-abortista si sofferma sulla tragedia giapponese. Comincia in maniera banale, soffermandosi sulla voce di una telecronaca che l’elefantino definisce come “meccanica”, che non esprime emozioni e che rivela le caratteristiche di una intera cultura che ha in sé ancora i geni imperiali. Continua riflettendo sul relativismo delle paure, e il modo di esprimere le paure. Ci dice che noi occidentali siamo sguaiati, che non abbiamo la stessa capacità di gestire la paura e che davanti ad una tragedia così controllata dobbiamo imparare, e molto.
E anche nel momento in cui si sofferma sul futuro del nucleare chiama alla calma: “dobbiamo controllare la nostra paura senza negarla, mettendola al guinzaglio come una bestia che vuole mordere. Se vinceranno la loro battaglia nella centrale di Fukushima potremo dire che anche nella più grande devastazione quella fonte indispensabile di energia nei prossimi anni è relativamente al sicuro […] Meglio pensarci adesso, fare attenzione adesso che compiangersi domani”
Potremmo dire, in punta di fioretto buona la prima. Ma intanto però la Germania chiude due centrali mentre ieri il Ministro Prestigiacomo ha detto che il piano nucleare dell’Italia non cambierà.

Emel Mathlouthi – آمال المثلوثي

Bassolinismo amorale e sindrome berlusconiana

Lo scenario: le primarie a Napoli e il suo vincitore, Andrea Cozzolino. Ora, da una parte abbiamo coloro che vedono la vittoria di Cozzolino da legittimare in nome dell’unità, dall’altra i critici del bassolinismo e dei vent’anni di centro-sinistra in Campania.
La polemica: c’è chi dice che Cozzolino “ha giocato sporco” e fa ricorso al Comitato dei Garanti (praticamente tutti), mentre chi vede nella vittoria dell’ex delfino di Bassolino una straordinaria capacità di riuscire a mobilitare il proprio elettorato.
I due fronti: bassoliniani che ricevono accuse di clientele e familismo e gli altri che, all’urlo di brogli, chiedono verifiche sull’esito elettorale, sostenendo che sia stata una primaria viziata per via del presunto mercimonio che coinvolge Pdl e cinesi che per buoni di benzina si sarebbero recati alle urne;
I contenuti: una mistura di campanilismo al contrario e di bassolinismo amorale associata ad una sindrome da brogli tipica del più articolato berlusconismo.
Le vittime: 1) la partecipazione, che a questo punto viene messo in discussione nonostante in alcuni seggi siano state raggiunte punte percentuali che nemmeno nelle ultime provinciali sono state toccate;  2) i militanti, i simpatizzanti e gli elettori, che come me credono nello strumento delle primarie (che va comunque rivisto) e che partecipano alla discussione e al dibattito politico; 3) il Partito Democratico a Napoli, che aggiunge un ulteriore tassello capace di minare la sua già precaria credibilità politica.
In breve, signori e signori, non resta che metterci in poltrona e goderci lo spettacolo.

Lotta Continua e tre pacchetti mille lire

da Alzaia di Erri De Luca

Nella mia gioventù ho preso parte a un movimento rivoluzionario di sinistra che si chiamava Lotta Continua. Era un’organizzazione volontaria, non governativa, non parlamentare. Aveva un giornale con quel nome e i militanti come me lo andavano a vendere a cento lire agli ingressi delle fabbriche. Davanti all’Italisider di Bagnoli e di Taranto si gridava il nome del giornale, come al mercato, nel buio del primo turno. I contrabbandieri di sigarette strillavano il loro “tre pacchetti mille lire”, i gridi loro e i nostri si mischiavano. Non essendo merci in concorrenza e stabilendosi lì fuori all’alba una certa simpatia reciproca, si arrivo a un’intesa che oggi si definirebbe sinergia. I contrabbandieri e i militanti stavano vicini e il grido era così diventato: “Lotta Continua e tre pacchetti mille lire”, praticando uno sconto alla clientela. Contrabbandieri, militanti rivoluzionari, operai: non c’era altra società intorno a quell’ora. Era facile sentire di appartenere a quella mescola dell’umanità e credere in quella folla buia. Era il tempo in cui stavo fuori dai cancelli, non ero ancora operaio. Poi Lotta Continua finì e io cominciai, senza quel movimento, senza giornale, a fare l’operaio. I contrabbandieri avevano ritoccato i prezzi, il Psi di Craxi governava e alcuni dei miei compagni di prima andavano dietro al suo piffero.
C’è un tempo nella vita di ognuno in cui c’è una corrispondenza tra le cose, il loro prezzo e i denari che si hanno in tasca. Per quelli della mia età c’è stato il tempo delle mille lire, per me fissato dal grido rauco dei contrabbandieri del Sud: “Lotta Continua e tre pacchetti mille lire”.

Il premier si è fidanzato: vincere una campagna elettorale senza che sia cominciata

Come d’incanto, in una pigra e noiosa domenica pomeriggio, mi appare il Presidente del Consiglio in tutta la sua aura mediatica. Ascolto con attenzione. E’ lo stesso dello spot del 1994, tranne che per qualche anno in più e qualche evidente messa a punto del viso. Mi appare in versione integrale prima a Studio Aperto, subito dopo al Tg4, poi al Tg5 e diversi spezzoni negli altri Tg nazionali. Non mi perdo una sola parola, annoto tutto e sto attento alla prossemica, il suo volto non lo tradisce. E’ sicuro, persuasivo e rinfrancante…ma il tema non gli è favorevole. Il caso Ruby.
La prima cosa che salta in mente subito è perché non va dai giudici e viene in tv? E qui le risposte mi inchioderebbero a scrivere per giorni: non riconosce il ruolo della magistratura, il rapporto che ha con il pubblico/elettore è l’unico che gli interessa e così via.
Poi, ascoltando meglio il messaggio, si intuisce qualche piccola incertezza, soprattutto quando evita accuratamente di fare il nome di Ruby nel discorso (come fece già Clinton in una situazione analoga e qualche anno fa).
Ma ad un certo punto però il premier Berlusconi, senza enfatizzare e con la voce in sordina, si fa uscire un timido: “Ho una relazione stabile”. Intuisco subito il colpo di genio e comincio a ricercare informazioni sulla questione. Mi ritrovo ad ascoltare, quasi in contemporanea, La Russa e Sallusti che in arene televisive diverse ripetono quasi all’unisono che il premier ha una relazione stabile.
Crisi, perdizione, redenzione, retta via – ecco gli ingredienti per rilanciare la sua figura.
Il premier ha sempre giocato con la comunicazione come un prestidigitatore, mostra un punto e ti nasconde il trucco. Ma questa volta c’è di più. C’è Joyce, c’è Susanna Tamaro, c’è Ammaniti, c’è Eco. Ma c’è anche il macellaio all’angolo che aveva tradito la moglie, il 30enne che ritorna a casa dopo aver viaggiato il mondo e si sposa con l’amica di scuola che la mamma gli aveva sempre consigliato, c’è l’uomo che invecchia e che ha paura di rimanere solo.
In breve: un autentico capolavoro.

Mirafiori e la babele delle parole

Riformista, migliorista, progressista, operaista, anti-operaista, conservatorismo di sinistra, autonomista, liberista…queste alcune, ripeto alcune, delle centinaia di parole sprecate per dare una categoria politica, o analitica che sia, alla questione Mirafiori. L’eccesso di zelo da parte degli “intellettuali” – organici o inorganici, da bar o da autobus – e dei vari opinionisti (mestiere sempre più battuto) ha prodotto non poche confusioni sul piano della valutazione. Questo rincorrersi di vecchie e nuove parole ha reso complesso, e fuori misura, la possibilità di riuscire a vedere chiaro il problema sulla questione Mirafiori.
Il frutto di questo processo ha letteralmente dissolto quelle che Carl Schmidt definiva le categorie del politico, addirittura travalicando quelle che dovrebbero essere le posizioni di partito, fino a schiacciare e personalizzare i messaggi. Quindi possiamo tranquillamente trovare un Marchionne riformista ma anche anti-operaista. E personaggi come Fassino possono essere miglioristi ma anche liberisti. Landini è operaista ma anche un conservatore di sinistra.
In un slancio di presunzione sociologica, potrei spiegare il tutto affermando che “è il frutto della dissoluzione delle categorie della modernità e che la frammentazione delle classi ha sviluppato una rottura del discorso pubblico, davanti a questo macro fenomeno linguistico le categorie interpretative della modernità sono inadatte per spiegare il processo di cambiamento della società e del relativo linguaggio politico” (Ederoclite 2011).
Ma temo che questa posizione mi porterebbe ad essere additato come un riformista-liberista-progressista-migliorista-operaista-anti-operaista-conservatore di sinistra….lascio a voi la scelta.

Comunisti in cachemire

In una recente telefonata al neo-programma di Alfonso Signorini, Kalispera, il presidente del consiglio ha affermato con insistenza che tra i comunisti (il riferimento era esplicito al presidente Copasir Massimo D’Alema) vi è stata una trasformazione culturale, ma a quanto pare anche antropologica, che non ha però cambiato il loro modus operandi del fare politica. Per cambiamento antropologico, genericamente, si intende una trasformazione del sistema di credenze che sorregge una determinata cultura. Nel nostro caso per Silvio Berlusconi il sistema di credenze alla base della cultura politica del presidente D’Alema è quella del maglione a collo alto, i jeans consunti, la giacca di velluto e magari un po’ di forfora sulle spalle.
Appare curioso notare che la genetica del linguaggio politico del presidente del consiglio ricalchi forme e contenuti che in un certo modo guardano, paradossalmente, al marxismo e alle categorie borghese vs proletariato, con una sostanziale modificazione. Infatti le due categorie hanno una accezione nel senso comune che accosta la borghesia ai ricchi e il proletariato ai poveri. Da qui le perplessità di signorini su D’Alema a Sankt Moritz ricoperto di cachemire. Cosa ci fa uno che ha militato nel PCI ricoprendo cariche dirigenziali di rilievo passeggiare in una zona sciistica “IN” e soprattutto senza le “pezze al sedere”?
Ebbene, devo confessarvi che ho cominciato a guardare male la mia Nikon poggiata sul comodino, il macbook e l’imac sulla scrivania, quei maledetti flout che ho usato a capodanno per bere Berlucchi e, su tutti, quella tv che campeggia ormai come un totem nella mia cucina e nella mia camera da letto.

Tag Cloud del discorso di fine anno di Napolitano

Tag Cloud del discorso del Presidente  Napolitano. Tra giovani, mondo e Stato.Immagine

Un anno di Politica Pop: la classifica di Spinning Politics

Quando si parla di Politica Pop si hanno ancora le idee poco chiare. Qualcuno lo confonde con il più vecchio trash, altri ancora le più erudite affermazioni di Guy Debord. Siamo però di fronte ad una reale rivoluzione della politica e della comunicazione politica, che influenza i contenuti e trasforma il linguaggio, incidendo sulle rappresentazioni della politica e formulando inedite forme di costruzione della cultura e delle identità dei cittadini.

Come ben spiegano Anna Sfardini e Gianpietro Mazzoleni: “I politici non possono sottrarsi alle regole del gioco mediatico, e il pubblico mostra di gradire. Così la comunicazione politica è sempre più una costruzione mediale e la realtà politica, quella che la gente conosce e «consuma», è il prodotto della capacità del sistema della comunicazione di «costruire la realtà»”.

Il 2010 pare che abbia definitivamente contribuito all’affermazione di questo sistema complesso di comunicazione e linguaggio della politica, fornendo non pochi esempi attraverso i quali è possibile rileggere stilemi, tipologie, forme e codici della Politica Pop. Spinningpolitics, in collaborazione con Politicaonline, nell’augurarvi buon anno ha scelto i 10 video più rappresentativi del 2010 sui quali ci piacerebbe discutere – ma anche ridere e piangere – di trasformazione della comunicazione politica in Italia. Continua »

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