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Proteste: un’altra lettura…semmai ce ne fosse bisogno

Da giorni la radio manda servizi ed interviste sui giovani precari derubati del loro futuro. Da giorni leggo articoli di Saviano, risposte a Saviano, attacchi a Saviano. La Zanzara su Radio24 continua a dare voce – al solo scopo di ridicolizzarla – alla rabbia di chi ormai non trova più nemmeno le parole per esprimere ciò che prova, con la speranza di farsi ascoltare. Da stamattina una bellissima lettera al Corriere della Sera scritta dalla madre di una trentenne precaria tiene banco su Facebook ed in tanti altri capannelli mediatici. Pone una questione chiave con estrema chiarezza – come solo le mamme a volte sanno fare con un’onestà intellettuale spesso sconosciuta a molti notisti: i giovani di ieri erano abituati a costruirsi con grande fatica il proprio futuro sapendo che c’era e che dipendeva anche dal proprio impegno. Poi ci sono stati gli anni dell’ottimismo, della crescita esponenziale delle attese sociali veicolata dalla pubblicità prima e dalla politica poi. Anni di belle speranze per tutti. E ci siamo seduti sugli allori, appagati e fiduciosi in un futuro in cui – quantomeno – le nuove tecnologie della comunicazione sarebbero state capaci di incidere  lì dove noi ci eravamo arresi. Disimpegnandoci dalla politica e demandando alla forza virtuale di una moltitudine che non è più classe sociale né movimento politico, il compito di trovare modi e spazi di nuova espressione. Nell’amarezza di quella madre si legge il senso di colpa e responsabilità determinato dalla consapevolezza che sulle generazioni che precedono ricade sempre, ed in qualche modo, il futuro di quelle che seguono. Di non aver compreso di quali e quanti illusioni era stato caricato il loro futuro. E’ una spiegazione vera, ma non è tutta la spiegazione. Continua »

Caro Roberto, quei giovani sono esasperati

Qualcuno penserà che ho qualcosa contro la sua figura in quanto è la seconda lettera aperta che gli scrivo. Ma stamattina ho riaperto i quotidiani e mi sono imbattuto nell’ennesimo soliloquio sul quale non mi trovo d’accordo. So che non avrò risposta ma è mia volontà ricordargli i “bei tempi” e proporgli una lettura diversa degli scontri di ieri

Caro Roberto,
mi ricordo di te durante gli anni delle occupazioni dei No Global tra il 2000 e il 2001, eri spesso presente alle assemblee e alle occupazioni e le tue posizioni erano molto diverse. Anche io sono cambiato, ho moderato i toni, mi sono alleggerito di alcune “false” idee di rottura sociale e penso di aver cresciuto una consapevolezza maggiore del vivere democratico.
La faccenda, caro Roberto, questa volta è molto più complessa. Gli anni della contestazione al processo di globalizzazione sono lontani, erano diverse le motivazioni, le idee, i valori miei e tuoi. A distanza di anni gli effetti e le distorsioni di quel processo che denunciavamo con rabbia sono diventati reali. Crisi finanziaria mondiale, rafforzamento degli organismi sovranazionali a scapito dei diritti di cittadinanza, processi di rafforzamento dei territori che hanno scatenato nuove forme di razzismo, l’imminente “scontro tra le civiltà”.
Ancora oggi denuncio quelle distorsioni e mi faccio carico delle responsabilità politiche che tale posizione comporta. Anche noi avevamo i colori, la creatività alla quale fai riferimento ed eravamo molti di più.
Quindi per noi è stata di fatto una sconfitta politica.
Io non mi vergogno di quei giorni e non mi vergogno Continua »

FacePadania

ImmagineNasce FacePadania.

http://facepadania.altervista.org/

La “porcata” vince ancora

Proporrei di astenerci dagli inutili risentimenti verso Calearo, Cesario, Scillipoti, Polidori e così via. Non è per buonismo o eccessivo senso democratico. I nomi di coloro che hanno “trottolato” in queste ore si conoscono, e le offese servono a nulla.
Quando ho visto Calearo votare “no” alla sfiducia non ho potuto fare a meno di appiattire la mia posizione sulle persone, ma poi a mente fredda e rileggendo alcuni passaggi della giornata mi son ritrovato a leggere il Porcellum e la vasta offerta di distorsioni che presenta.
La lista chiusa, che si stringe intorno alle dirigenze dei partiti nei momenti elettorali, ha effetti sulle candidature ma non sui loro comportamenti. Quando è capitato con De Gregorio si è parlato di opportunismo, oggi si parla di venduti ma la sostanza non cambia.
La preferenza, questa sconosciuta, è l’elemento che caratterizza il rapporto tra l’eletto e il suo elettorato. Io preferisco “te” al posto “di quell’altro”. Se la preferenza non c’è allora tale rapporto si relativizza e nei momenti di tensione politica – come la mozione di sfiducia di oggi – esso si comprime fino a ad esaurirsi, alla faccia del “contratto sociale” fatto con i cittadini.
Il problema non è Calearo o la Polidoro, esso rimane nel sistema di selezione dei candidati.
La “porcata” oggi non l’ha fatta nessuno, esse è e resterà il frutto di quel 21 Dicembre del 2005.

Tag Cloud del discorso di Bersani

Tag Cloud del discorso integrale di Bersani fatto oggi a S. Giovanni a chiusura della manifestazione del PD.

Voglia di paese e poco Berlusconi

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Un Assange all’italiana

Anche volendo è praticamente impossibile tirarsi fuori dalla discussione pubblica su Assange e Wikileaks. Non c’è quotidiano, tg, piazza – reale, virtuale o mediatica – che non esprima la sua sul caso. Nel mio piccolo cerco di seguire la discussione cercando di accumulare su fogli word i temi sul tavolo e non smetto di appuntare.
Stato, trasparenza, accessibilità, diplomazia, informazione, comunicazione, libertà, sicurezza e così via fino ad attorcigliarmi sulla red notice dove Assange è accusato di un reato chiamato “sesso di sorpresa*”. Il tema prende sempre di più i tratti di una Spy Story, per giunta ben sceneggiata.
Il mio atteggiamento nei confronti del caso ha avuto degli stadi differenti. Il primo stadio è stato lo scetticismo, lo sono per natura. Appena letti i primi cables ho pensato che Wikileaks era un tema ridicolo da mettere in agenda in queste settimane. I contenuti ai livelli di Dagospia e il tutto poco più di un chiacchiericcio del diplomatico di turno con il proprio barbiere. Il secondo stadio è stato l’accettazione. Il cambiamento di paradigma è evidente e il tutto ricadrà – sia in positivo che in negativo – sulla libera circolazione delle informazioni. Su questo punto ho notato che ci sono ancore le idee molto confuse, mentre si parla di libertà in rete si dimenticano la funzioni dello Stato e relativamente a questo tema ci sarà ancora molto da dire.
Il terzo stadio è – in quanto ancora in atto – l’aspettativa. Nei prossimi mesi ci saranno sicuramente degli emuli che, a costo di andare in galera, tenteranno di impossessarsi e pubblicare documenti di qualsiasi genere sui temi più disparati. Più mi convinco di questa prospettiva e più mi preoccupo.
Ve lo immaginate un Assange all’italiana che dopo aver comprato qualche tecnico informatico del Copasir pubblica che Andreotti era un Mafioso fino al 1980, che Craxi prendeva tangenti, che la tessera di Berlusconi nella P2 era la 1816 e che dietro la strage di Bologna c’era Fioravanti?

* “Sesso di sorpresa” non è un BU! fatto sotto le lenzuola al proprio partner ma tecnicamente è “un rapporto sessuale consensuale iniziato con l’intenzione di mettere il preservativo, svoltosi con l’uso del preservativo, ma terminato senza. In Svezia si configura come stupro”.

Non ho molto da dire…

…ed in certe circostanze meglio tacere. I pensieri affollano la mente e sensazioni contrastanti impediscono un ragionare sereno, dando magari maggiore spazio al linguaggio del corpo. Ed il mio corpo – in questo lungo assurdo periodo – ha preso a vegetare come una pianta in attesa della primavera. A volte provo a mettere in fila tre pensieri seri di analisi politica ma mi vengono sgangherati come se avessero perso il proprio ancoraggio alla disciplina. E mentre io taccio mi sento sommersa da un fiume di parole, un chiacchiericcio continuo e senza soluzione di continuità, i toni sono sempre alti e concitati, ed è come se si fosse compressi in una massa di persone in cui nessuno si muove veramente – con un moto autonomo – ma tutti sono trascinati, inermi, dalla forza di inerzia. La mia voce in questo contesto si aggiungerebbe a tutte le altre e – inascoltata – contribuirebbe ad aggiungere rumore al rumore. Il senso di disagio sta diventando così forte che intravedo intorno a me chiari segni di sofferenza claustrofobica e desiderio – animale – di liberazione. Oggi mi trovavo in un taxi imbottigliato nel traffico. Una vecchia macchina,  di un vecchio colore, guidato da un vecchio signore improvvisamente è diventato il capro espiatorio di tutto il nervosismo possibile.  Levate di clacson sono partite d’ogni dove con una cacofonia di suoni e rumori da impazzire. La vecchia macchina, di quel vecchio colore e di quel vecchio signore sembrava intralciasse un qualche movimento che, in realtà, non c’era affatto. Un paio di minuti di impazzimento. Poi il vecchio signore, con la vecchia macchina ha aperto la portiera, si è sollevato fuori ed ha urlato con tutta la forza che aveva in gola un liberatorio: mavaffanculo!

Non lo ha urlato a qualcuno in particolare, lo ha urlato al mondo. Anche se il mondo non stava ad ascoltarlo. Sembrava chiedesse che il  non-sense avesse fine invocando il diritto al silenzio ed alla lentezza. E da questa riflessione potrei partire per sorvolare su Mario Monicelli e i suoi liberatori schiaffi per chiedere – subito dopo – di ritrovare la via per dire – con il tempo che merita – cosa ci passa dentro l’anima. Laddove non risiede Berlusconi, né la Gelmini, Assange né Saviano. Non risiede Fini né Vendola. Laddove non ci sono ventriloqui per la nostra voce. Possiamo (ri)configurare una sfera pubblica degna di questo nome, se quella privata torna ad essere dispiegata in profondità. Pensateci..

Il morto non scappa, resta lì

Stamattina un commento di Andrea Ciambra su uno status, dove riflettevo sulla “monnezza” di Barbato e la chiusura del ventennio ormai alle porte, diceva così: “Qui ci scappa il morto!”.
Mi son detto che Ciambra ha ragione ed ho inevitabilmente ricordato.
Era il mese di Luglio del 2001, leggevo la Repubblica e vi trovai un articolo di Adriano Sofri dal titolo “Quel coraggio della non violenza” dove si chiedeva l’etimologia della locuzione “qui ci scappa il morto”. Al tempo il riferimento era rivolto alla elevata tensione sociale e politica venutasi a creare in occasione del G8 di Genova. Preoccupazione poi realizzatasi nei fatti, lasciando a terra Carlo Giuliani. Stamattina rileggendo i quotidiani e vedendo gli studenti accerchiare il Senato ho innanzitutto notato che le icone della “presa della Bastiglia” o della “conquista del Palazzo d’Inverno” hanno ancora una loro forza. Subito dopo ho pensato ad una emulazione di quella avvenuta qualche giorno fa dagli studenti inglesi a scapito della sede dei Tory a Londra. Riflettendo però mi sono accorto di fare lo stesso errore al quale faceva riferimento Sofri. Presi dalla smania della interpretazione, della discussione sulla notizia, della spiegazione sociale, dalla ricerca di motivazione perdiamo di vista il punto sostanziale: il tono della protesta.
Non credo che questo ventennio finirà con Barbato che porta sacchi della spazzatura in Parlamento, come non credo che l’accerchiamento del Senato sia un atto isolato. Lo scotto da pagare potrà essere più alto. Con le parole di Sofri: “IL MORTO ci può scappare, e può essere un manifestante, un poliziotto, o uno che passava di là. Uno di cui si saprà il nome, e quel nome peserà.”
Ma alla fine chi scappa saranno gli altri. Il morto non scappa, resta lì.

Thinking the Unthinkable

Il cantiere dell’ informazione: digitale, iperlocale e partecipata tra libertà e censura

3 Dicembre, ore 9,30 – Istituto Italiano per gli studi Filosofici, Palazzo Serra di Cassano – Via Monte di Dio, 14

Incontro tra giornalisti, esperti di comunicazione e blogger per discutere di:
– nuovi giornalismi: iperlocalismo, partecipazione e micro-finanziamenti;
– rete e informazione: democrazia e censura.

Il programma su Facebook

Pillole: Mara come Afrodite

Le dimissioni del Ministro Carfagna hanno uno scopo preciso: il Comune di Napoli. La sua candidatura aleggia da qualche mese ma, ad ora, ancora nessun segno chiaro che facesse pensare ad un suo diretto coinvolgimento. Con i suoi 21 mila voti solo su Napoli presi alle ultime regionali, Mara Carfagna si attesta come un candidato temibile su tutti i fronti e quindi mi risulta banale sintetizzare le sue dimissioni come un “si salvi chi può”.
Mara Carfagna sta per compiere un gesto politico che travalica i calcoli elettorali – locali e personali – e va a pungolare la questione che più ha tenuto banco sulla sua figura politica: sta per lasciare il partito del premier.
Silvio Berlusconi ha letteralmente creato il “politico” Mara Carfagna, l’ha modellata a sua immagine, le ha dato forza e appoggio, facendo nascere numerose voci di corridoio, fino a produrre la famosa lettera di Veronica Lario apparsa sulla Repubblica un po’ ti tempo fa.
“Abbandonare la nave che affonda” non è la metafora che si addice a questa vicenda. Ciò che sta per compiere Mara Carfagna ha il sapore del “tradimento politico” di mitologica memoria: Ares ed Afrodite alle spalle di Efesto. Solo che questa volta molto probabilmente non sarà Ares ad andare via ma Efesto.
Il premier infatti non si è accorto ancora del colpo che riceverà in caso di dimissioni del Ministro Carfagna che, con la sua entrata in Futuro e Libertà e la candidatura su Napoli (e mi permetto di scrivere che nel caso ci sarebbe anche una facile vittoria), avrebbe lo stesso suono della campana di John Donne. Solo che stavolta non bisogna chiedersi per chi suona perchè, a quanto pare, è sempre più evidente: la campana suona per il presidente del consiglio.

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