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Politologi

Da Le parole della politica, di Gianfranco Pasquino, Il Mulino 2010

“Se c’è qualcuno che dovrebbe avere la massima cura nell’usare le “parole della politica”, costui deve essere il politologo. La chiarezza e la pulizia concettuale costituiscono il primo e più importante principio della sua deontologia professionale. La manipolazione delle parole va lasciata ai politici; la demistificazione ai politologi. Fra gli uni e gli altri, però, si frappongono ambiziosi commentatori politici, giornalisti dei più disparati generi, addirittura volenterosi studiosi di discipline che poco o nulla hanno a che fare con la scienza politica che ricevono quotidianamente la qualifica di “politologi” e si guardano di smentirla. Anzi, si direbbe che se ne compiacciono e vogliano fregiarsene con baldanza. Se con questa generosa distribuzione dell’appellativo di “politologo”, non vi sarebbe nulla da obiettare. Invece, i politologi da giornale finiscono con il gossip, deprecando e decretando la fine della privacy e immaginando scenari che con la politica, con il suo studio e con la sua comprensione non ci azzeccano proprio niente. Insomma, usurpano il titolo di politologo, ma nulla cercano di imparare e nulla hanno da insegnare.”

Pillole: un’opinione al giorno…

Diventa quasi frustrante aprire i giornali, girare sui blog, leggere le note sui social network e non trovare la zuffa mediatica quotidiana. Oggi ad esempio, nessun nuovo caso alla Ruby, nessuna Nadia, né dichiarazioni contro gay, operai o extracomunitari. Di riflesso questioni come Terzigno o Giugliano, Sakineh o il fatto che mezza Italia sia sotto il fango mi appaiono anch’esse monche. Un calo di attenzione su la notizia principale comporta un calo di attenzione anche su quelle “subordinate”. Se la baruffa su Ruby cala, cala anche la solidarietà a Sakineh. Se oggi vi è un attacco omofobo da parte delle istituzioni, di conseguenza scatta la mobilitazione, il cartello indignato fuori Palazzo Chigi, i gruppi su Facebook che nel giro di poche ore toccano partecipazioni che mediamente contano sui 50.000 partecipanti. Sembra quasi che l’attività cognitiva dell’opinione pubblica sia ormai quotidianamente in attesa che succeda qualcosa, che scatti la notizia spettacolare, che venga dato l’incipit per poter prendere posizione. Una sorta di forza centripeta che tende a polarizzare ma che dura al massimo 24 ore.
Del resto Lippmann ce lo aveva spiegato nel 1922. Lo stereotipo è l’anima dell’opinione pubblica e l’interpretazione moralizzata è ciò che costruisce i preconcetti, che influenza la nostra percezione della realtà. Forse Lippmann non poteva immaginare i tempi contemporanei e davanti alla velocità con la quale l’opinione pubblica divora oggi l’informazione avrebbe sicuramente esibito una smorfia di perplessità.
Del resto – e senza presunzione – non molto distante da quella che oggi mi ritrovo ad esibire io.

Eroi di carta

VENERDI 8 OTTOBRE ore 18.00

LIBRERIA UBIK, via benedetto croce 28

ALESSANDRO DAL LAGO presenta il volume:
EROI DI CARTA. Il caso Gomorra e altre epopee.
Manifestolibri editore

Intervengono:
MARCO DEMARCO
Direttore del Corriere del Mezzogiorno

GIAMPAOLO GRAZIANO
Giornalista

Modera:
MAURIZIO ZANARDI
Editore e filosofo

“Gomorra” è uno dei casi più clamorosi di bestseller globale degli ultimi decenni, ma è anche molto di più. Dal Lago decostruisce i meccanismi che hanno fatto di Gomorra uno straordinario successo editoriale e del suo autore un esempio di eroismo civico. Da quando è stato minacciato dalla camorra, Saviano è circonfuso da un alone di eroismo che si riverbera sul libro. Ne consegue la difficoltà estrema di leggerlo criticamente. In questo saggio, Dal Lago cerca di venire a capo del fenomeno Saviano-Gomorra, analizzando esclusivamente ciò che l’autore ha scritto, senza entrare nel merito del gossip che inevitabilmente accompagna un successo letterario planetario. Il caso Saviano è un esempio di costruzione letteraria che assolve una certa funzione, in fondo consolatoria e rassicurante, in un mondo in cui il conflitto politico è stato sostituito dalle contrapposizioni morali o moralistiche.”

Pillole: la fine dell’antiberlusconismo

La manifestazione del No B-Day 2 è stata sotto il profilo della partecipazione un vero disastro. Si darà la colpa alle Tv del Premier che hanno oscurato l’evento, si dirà che è comunque un successo perché è partito tutto dalla rete (cosa non vera come ho già spiegato in un altro articolo) ma forse il problema è da ricercare altrove.

L’antiberlusconismo, quello che in questi anni in molti si sono affrettati a definire come “il collante del centro sinistra”, quello che ha fatto vincere Prodi nel 2006, quello che ha scaldato il cuore e gli animi dei DiPietristi, della Federazione della Sinistra, dei grillini prima e del popolo viola poi, oggi non aggrega più. L’antiberlusconismo non ha più la capacità di mobilitare, o almeno non quella di qualche anno fa.  E’ vero, una rondine non fa primavera, quindi una sola manifestazione non può chiudere un narrazione che va avanti da ormai quasi un decennio ma a quanto pare “urlare insulti al monarca” non basta più.

Ma, come mi è stato insegnato, l’esaurirsi di un fenomeno comporta la nascita di un altro e a guardare attentamente pare che la voglia di repubblicanesimo mescolata al civismo, che ben ha intercettato il Presidente della Camera Fini, sia da seguire con molta attenzione.

A beautiful mind

Con immenso dolore abbiamo appreso della scomparsa di Lucilla Fuiano. Lucilla collaborava con questo blog fin dalla sua nascita. Si occupava dell’epistemologia della rete e delle culture digitali con competenza ed intelligenza. Curiosa su ogni aspetto che potesse far allargare lo sguardo oltre il già detto, era schiva e sospettosa verso le modalità che hanno infine trasformato la rete in uno spazio di auto-celebrazione di piccole e grandi vanità. Come ogni studioso serio, nemmeno si accorgeva di quanto il suo contributo allo studio della rete fosse originale e fondativo.

Il libro su cui stava lavorando – e che spero non resterà un sogno nel cassetto – proponeva un’articolata rilettura delle nuove tecnologie  della comunicazione fino a proporre un nuovo paradigma: quello del web intelligente. Non il superamento dell’intelligenza collettiva di Levi, né l’estensione di quella connettiva di De Kerckhove. Piuttosto un’analisi delle metodologie di relazione ed organizzazione del sapere che trovano il loro punto di maggiore espressione nelle logiche semantiche e sintattiche dei social networks e nella loro influenza sulle pratiche sociali e comunicative. Punto chiave della sua riflessione era lo sviluppo delle interfacce espressive, interfacce capaci di guidare l’esplorazione della rete secondo linguaggi ed ambienti produttivi fino a stimolare nuove forme di intelligenza dotate di un’alta capacità di trasformazione dell’esistente. La rete risulta dunque costituita da Live applications situate sulla frontiera creativa tra reale e virtuale e che consentono una lettura non convenzionale dei suoi campi applicativi. In altre parole, la rete apprende.

Lucilla era affascinata dagli sviluppi cognitivi della rete. Ma al contrario di molti, non riteneva i comportamenti sociali deterministicamente influenzati dalle tecnologie, ma leggeva queste ultime come continuamente “adattate” dai bisogni culturali, manipolate e trasformate in un ciclo continuo di sviluppo-consumo-cambiamento-nuovo sviluppo. Dalla scuola Dekerchkoviana aveva fosse ereditato il principio della stretta interconnessione logica e tecnologica fra mente e computer, passando dal corpo e dalla sua capacità di elaborare l’informazione in maniera percettiva, ma ne aveva fatto tuttavia principio di superamento di ogni approccio dogmatico.

Lucilla amava il suo oggetto di studio come un entomologo gli insetti. Lo studiava, lo sentiva, ma mostrava diffidenza proprio verso le pratiche oggi più gettonate. Non aveva un profilo su Facebook e nemmeno un account su Skype, non soffriva di internet addiction e nemmeno controllava la posta elettronica in maniera compulsiva come la gran parte di noi, nemmeno ci fosse un cataclisma al secondo. Non le piaceva l’idea di finire nel database globale. Continua »

No legge bavaglio alla rete

Al Presidente della Camera, On. Gianfranco Fini
Al Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati On. Giulia Bongiorno
Ai Capi-gruppo alla Camera dei Deputati
A tutti i Deputati

La decisione con la quale, lo scorso 21 luglio, il Presidente della Commissione Giustizia della Camera, On. Giulia Bongiorno, ha dichiarato inammissibili gli emendamenti presentati dall’On. Roberto Cassinelli (PDL) e dall’On. Roberto Zaccaria (PD) al comma 29 dell’art. 1 del c.d. ddl intercettazioni costituisce l’atto finale di uno dei più gravi – consapevole o inconsapevole che sia – attentati alla libertà di informazione in Rete sin qui consumati nel Palazzo.
La declaratoria di inammissibilità di tali emendamenti volti a circoscrivere l’indiscriminata, illogica e liberticida estensione ai gestori di tutti i siti informatici dell’applicabilità dell’obbligo di rettifica previsto dalla vecchia legge sulla stampa, infatti, minaccia di fare della libertà di informazione online la prima vittima eccellente del ddl intercettazioni, eliminando alla radice persino la possibilità che un aspetto tanto delicato e complesso per l’informazione del futuro venga discusso in Parlamento.
Tra i tanti primati negativi che l’Italia si avvia a conquistare, grazie al disegno di legge, sul versante della libertà di informazione, la scelta dell’On. Bongiorno rischia di aggiungerne uno ulteriore: stiamo per diventare il primo e l’unico Paese al mondo nel quale un blogger rischia più di un giornalista ma ha meno libertà. Esigere che un blogger proceda alla rettifica entro 48 ore dalla richiesta – esattamente come se fosse un giornalista – sotto pena di una sanzione fino a 12 e 500 mila euro, infatti, significa dissuaderlo dall’occuparsi di temi suscettibili di urtare la sensibilità dei poteri economici e politici.
Si tratta di uno scenario anacronistico e scellerato perché l’informazione in Rete ha dimostrato, ovunque nel mondo, di costituire la migliore – se non l’unica – forma di attuazione di quell’antico ed immortale principio, sancito dall’art. 19 della dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del cittadino, secondo il quale “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”.
Occorre scongiurare il rischio che tale scenario si produca e, dunque, reintrodurre il dibattito sul comma 29 dell’art. 1 del ddl nel corso dell’esame in Assemblea, permettendo la discussione sugli emendamenti che verranno ripresentati. L’accesso alla Rete, in centinaia di Paesi al mondo, si avvia a divenire un diritto fondamentale dell’uomo, non possiamo lasciare che, proprio nel nostro Paese, i cittadini siano costretti a rinunciarvi.

Guido Scorza, Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione

Vittorio Zambardino, Scene Digitali

Alessandro Gilioli, Piovono Rane

Arianna Ciccone, Festival Internazionale del Giornalismo e Valigia Blu

Filippo Rossi Direttore Ffwebmagazine e Caffeina magazine

Luca Conti, Pandemia

Fabio Chiusi, Il Nichilista

Daniele Sensi, L’AntiComunitarista

Tommaso Ederoclite, Politicaonline

Wil Nonleggerlo, Non leggere questo Blog!

SOTTOSCRIVI ANCHE TU QUESTA LETTERA PER LA LIBERTÀ DI INFORMAZIONE SULLA RETE

OGGI 9 LUGLIO È LA GIORNATA DEL SILENZIO

“I giornalisti italiani sono chiamati ad una forma di protesta straordinaria che si esprimerà in un “rumoroso” silenzio dell’informazione nella giornata di venerdì 9 luglio, contro le norme del “ddl intercettazioni” che limitano pesantemente il diritto dei cittadini a sapere come procedono le inchieste giudiziarie, infliggendo gravi interruzioni al libero circuito delle notizie.
Quanti lavorano nel settore della carta stampata si asterranno dalle prestazioni nella giornata di giovedì 8 luglio, per impedire l’uscita dei giornali nella giornata di venerdì. Tutti gli altri, giornalisti dell’emittenza nazionale e locale, pubblica e privata, delle agenzie di stampa, del web, dei new media e degli uffici stampa non lavoreranno nella giornata di venerdì. Free lance, collaboratori e corrispondenti si asterranno dal lavoro secondo le modalità previste per la testata presso la quale prestano la loro opera. I giornalisti dei periodici, infine, si asterranno dal lavoro venerdì 9, ma assicurando, già da ora, la pubblicazione sui numeri in lavorazione delle proprie testate di comunicati sulle motivazioni della giornata del silenzio.

Informazione Libera. Dilettantismo o populismo digitale?

INFORMAZIONE LIBERAQualche giorno fa un gruppo su Facebook, seguito e letto da quasi 400.000 iscritti, ha pubblicato un post ripreso da Queerblog dal titolo “Dottoressa sottopone donne incinte a cure sperimentali per non avere figlie lesbiche”.
Ecco l’incipit del post:

So che sembra fantascienza ma, mai come in questo caso, la realtà ha superato la fantasia. Una endocrinologa, in Florida, sta sottoponendo donne incinte ad una cura sperimentale a base di desametasone, per evitare che possano partorire figlie lesbiche.

Il post ha ricevuto in poche ore quasi 500 commenti e – ovviamente – gli indignati non erano in pochi: “Siamo allo sbando completo, ormai essere anormale e’ diventato la norma. Impiccate sta povera pazza”;

E ancora: “si dovrebbe solo vergognare sta gente! non dovrebbe neanche avere la nomina di dottoressa ma fascista”

Qualcuno si è cimentato anche in spiegazioni e approfondimento: il bambino non nasce nè omosessuale nè eterosessuale… nasce uomo, e come ogni essere animale ad un certo punto si accorge di cosa e chi desidera … e se vive in un mondo civile ne prende atto e si gode la sua natura.

Continua »

Per Berlusconi l’opinione pubblica esiste, almeno in rete

Pierre Bourdieu, – qualche anno fa – in polemica con quanti le davano troppo valore concettuale, non esitò a dichiarare e a dimostrare che, almeno nel suo stretto rapporto con i sondaggi, l’opinione pubblica non esiste.

Secondo il sociologo francese andava rimodulato l’interesse – soprattutto in rapporto alla crescente pervasività dell’informazione – che alcuni studiosi in quel periodo stavano riversando sul tema. Certo è che – rileggendo Bourdieu con il senno di poi – con l’eccessiva pubblicizzazione e la sempre meno credibilità dei sondaggi nella comunicazione politica (ognuno ormai se li cucina come vuole) le conclusioni di Bourdieu appaiono terribilmente veritiere, almeno sul piano epistemologico.
Non meno di 48 ore fa però il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, a G8 conclusosi e in viaggio verso il Brasile, si è espresso nuovamente nei confronti della stampa italiana, che nelle ultime settimane ha letteralmente assediato giornalisticamente il DDL intercettazioni (ribattezzata con molta fantasia come “Legge Bavaglio”).
La boutade – perchè in fondo di tale si tratta – faceva più o meno così: “Bisognerebbe fare uno sciopero dei lettori per insegnare ai giornali a non prenderli sul serio”. Continua »

Quali modelli per lo sviluppo della mobilità urbana. Il progetto VaiMo’

Su richiesta di alcuni studenti, pubblico qui l’intervento che ho tenuto alla tavola rotonda organizzata dalla Post.it_Lab presso la facoltà di Sociologia, sperando di fare cosa gradita.

«L’idea di questo progetto è maturata durante un viaggio di lavoro a Santiago del Cile. Più precisamente nel corso di una visita al museo di arte moderna dove la mia attenzione fu catturata da una esposizione sulle Ciudades Ocasionales.

Il titolo dell’esposizione mi aveva fortemente incuriosita per l’immagine evidentemente dissonante che trasmetteva della città. In effetti avevo sempre considerato la città nella sua dimensione stanziale, coincidente con precise coordinate geografiche, come sistema urbano che può crescere, diminuire, essere anche profondamente modificato ma, di certo, che non potesse configurarsi come una città temporanea, effimera, riconfigurabile a piacere. Quasi avesse un’esistenza parallela e, in parte, dissociata dalla sua immagine ufficiale.

Per la prima volta mi trovavo di fronte ad un’idea di città al negativo, dove la centralità del concetto non era negli spazi pieni (le strutture) ma in quelli vuoti (le relazioni), in altri termini tutta la mostra ruotava intorno ad una sola domanda: come la città viene creata e ricreata ogni giorno dai suoi cittadini, al di fuori ed al di sopra di qualunque piano urbanistico, progetto di sviluppo, grande disegno o nuova architettura.

La cosa curiosa è che per la prima volta la città così concepita non perdeva solo i suoi confini geografici ma anche le sue specifiche caratteristiche culturali; Napoli si ritrovava affiancata a Milano, a Tokio, ed a Lima in una indagine di sociologia urbana comparata. Con l’obiettivo di comunicare e suggerire linee di intervento inconsuete, nuove policy che nascono non dalla idea di occupazione degli spazi con strutture contenitive più o meno funzionali, ma dall’idea che ci sono usi ed abusi che fanno della città un organismo vivente che condivide poco o nulla dell’idea di struttura, limite e funzione. Le ciudades ocasionales sono città che non esistono nelle mappe catastali né nelle cartine geografiche, nelle quali tuttavia nascono, vivono, lavorano, partecipano milioni di persone. Persone che non fanno una moltitudine, che non hanno un’unica voce, che occupano uno spazio indefinito, per almeno una parte del loro tempo. In tal senso non sono non-luoghi alla Marc Augé per intenderci, luoghi di spersonalizzazione, al contrario sono eterotopie alla Michel Foucault quali «spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano», luoghi vissuti come il massimo della personalizzazione, oltre i limiti di ogni ordine imposto. Continua »

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