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4/10/2004

Campaign Framing: come creare l’effetto stampa

Riccardo Gabriele, ore 10:30 pm

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Effetto Stampa – I media americani e la guerra. Questo il titolo di un articolo scritto da Maurizio Ricci sulla Rivista Problemi dell’Informazione e edita da il Mulino. Si tratta di un contributo scritto lo scorso anno a marzo quando la situazione irachena stava per precipitare con l’invio delle truppe nella terra del Tigri e dell’Eufrate. Perch? parlare di un articolo a distanza di un anno? Per l’attualit? della guerra in Iraq e per la comprensione del rapporto tra la stampa americana ed i poteri forti. Due sono i punti nodali su cui conviene soffermarsi: l’utilizzo dei frames da parte del giornalismo e la possibilit? di creare a tavolino l’effetto stampa.

Partendo dall’analisi effettuata da Katherine Hall Jamieson e Paul Waldman nel libro The Press Effects (2002) - che identificano nei frames le cornici in cui i media e i loro operatori inseriscono il flusso delle informazioni che gestiscono per dare loro senso e significato - si evidenzia come questi diventino un must da seguire per la stampa e a cui fare riferimento. Gli autori fanno l’esempio delle precedenti presidenziali americane dove Bush veniva identificato con l’appellativo ?lo stupido? e Gore ?il bugiardo?. Queste cornici sono alimentate, ad un primo livello, da discussioni tra i singoli giornalisti nella ricerca di un taglio gustoso; ad un secondo livello, invece, sono ?il riflesso di un particolare momento psicologico della collettivit?, dell’atmosfera di un paese? (Ricci). Chi riesce a gestire questi frames detta l’agenda del sistema di informazione.

Tra gli esempi di rilievo proprio la guerra in Iraq. Per mesi i giornali hanno seguito il frame dell’opinione pubblica a favore della guerra mentre un esame pi? approfondito evidenziava come gli americani fossero favorevoli alla guerra ma nel contesto dell’Onu e non subito. L’empasse si ? risolto solo con una forte protesta di piazza che ha spinto giornali e tv a far emergere la vera realt? dell’opinione pubblica americana.

La seconda questione riguarda la creazione dell’effetto stampa. Bush ci riesce, secondo gli autori, essenzialmente sfruttando le debolezze dei media: l’asimmetria e il controllo del flusso delle informazioni. L’asimmetria ? data dal fatto che ?i media vicini alla destra repubblicana usano, con grande spregiudicatezza e senza riserve mentali, la tecnica dell’insulto, della provocazione, dello scandalismo e, pi? in generale, della forzatura ideologica delle notizie?. Cos? la grande stampa cercando di mostrarsi neutrale pubblichi l’accusa anche falsa e la smentita con uguale intensit?.

Interessante anche riportare nuovamente le parole di Ricci sul controllo del flusso: ?A Washington, la stampa si nutre di indiscrezioni. Alcune sono autentiche e involontarie. Ma la stragrande maggioranza, anzich? scoop, sono “leaks” pilotati e diretti da fonti interessate?. L’amministrazione Bush, cio?, ha saputo far passare le notizie dai canali ufficiali anche se sono sembrate indiscrezioni, sostanzialmente, giocando un ruolo di prima importanza. Questo “Press Effect” ? per? pi? evidente nella tv, come si pu? facilmente intuire.

Il gioco ? tuttavia complesso e richiede molta competenza: i climi d’opinione sono costruzioni sociali e non fenomeni naturali ma, in comune con questi, hanno un andamento piuttosto bizzarro, come dimostra il Mud Meter realizzato da Crawdad Technologies allo scopo di dare agli analisti il senso degli effetti che i messaggi politici (soprattutto quelli negativi) avrebbero sull’elettorato.
Certo poco pi? di un gioco, ma indicativo di un bisogno sempre pi? analitico di fiutare l’aria politica, prima di fare ogni mossa.

Cos?, anche in questa horse race elettorale, giudizi lapidari e colpi bassi non mancano, ma sono costruiti attentamente sulla base dei frames emergenti dai media e dai sondaggi di opinione. Il dibattito che si ? appena tenuto - almeno dalla rappresentazione che in Italia ? arrivata - ? stato tutto intessuto ancora una volta intorno ai frames semplificanti di Bush, “l’irriducibile patriota” contro Kerry “il pacifista indeciso”.

1 Comment


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    Sicuramente anche le dichiarazioni di Rumsfeld sulla mancanza del legame tra Bin Laden e Saddam Hussein ("non ho mai visto prove forti e solide sui legami tra i due") e le successive smentite, sia della Casa Bianca che dello stesso capo del Pentagono, sono state un ghiotto pasto per la war room di Kerry.
    Secondo il Washington Post, Bremer, ex console americano in Iraq, ha confermato la mancata pianificazione delle truppe per il dopoguerra. Anche queste dichiarazioni sono state smentite, ma Kerry ha subito preso la palla al balzo chiamando in causa direttamente Bush: “Ora tocca al presidente degli Stati Uniti dire la verit? al popolo americano".


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    Mario — 6/10/2004 @ 4:55 pm

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