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4/10/2004

Bush e Kerry, a colpi di spot e sondaggi

Mauro Barisione, ore 11:30 pm

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Per una volta, se fosse l’America che si italianizza, e non il contrario?
Un po’ come l’Italia da dieci anni a questa parte, anche gli Stati Uniti appaiono negli ultimi tempi sempre pi? spaccati a met?, in un confronto equilibrato nei numeri ma polarizzato nei sentimenti e nei forti accenti ideologici: Berlusconi contro i suoi oppositori in Italia (“strutturalmente” da sempre in sostanziale parit?), Bush contro i suoi oppositori negli Usa. E se gi? alle presidenziali del 2000 i voti per il candidato democratico e per quello repubblicano si equivalevano – ma in un clima ben pi? intorpidito, che favor? un astensionismo quasi record (49,2%) -, dopo l’11 settembre Bush ha conosciuto un lungo periodo di virtuale imbattibilit?, lentamente erosa dall’incancrenirsi della situazione in Iraq e rimessa in discussione dall’emergere di uno sfidante credibile dalle primarie democratiche.
Da quando John Kerry ? sceso nell’arena, la competizione pare fondamentalmente equilibrata, votata a un sostanziale pareggio. E’ vero che Kerry ha conosciuto un difficile settembre, iniziato con la convention repubblicana, che – come sempre accade – ha regalato per qualche giorno un po’ di punti in pi? a Bush nelle intenzioni di voto, e continuato con una batteria di spot negativi piuttosto efficaci (Kerry “flip-flop”, che si contraddice nelle decisioni importanti) da parte della War Room repubblicana, ai quali egli non ? sembrato in grado di contrapporre una strategia convincente. Tutto ci? gli ? costato un insidioso danno d’immagine e uno svantaggio fra i 5 e gli 11 punti rispetto a Bush nei sondaggi di settembre. Ma il dibattito di fine mese pare aver ristabilito la situazione di strutturale equilibrio fra le due parti, che solo un evento clamoroso sembrerebbe in grado di stravolgere prima del 2 novembre.

Cos?, se il dare ormai Kerry per spacciato era una valutazione “presbite”, troppo legata alla congiuntura del post-convention, anche i toni sensazionalistici per il presunto sorpasso di Kerry su Bush dopo il primo dei tre dibattiti appaiono del tutto fuori luogo. 49% a 49% pareva essere il rapporto di forza prima di settembre, 49% a 49% appare di nuovo oggi (sondaggi Gallup e Usa Today). Questo nonostante gli slittamenti dei due principali quotidiani italiani nella copertura della campagna: l’uno il 3 ottobre annunciava trionfalmente, sulla base di un assai provvisorio sondaggio Newsweek, un clamoroso vantaggio di 4 punti per Kerry (poi puntualmente ridimensionato dallo stesso settimanale americano); l’altro equivocava il 4 ottobre un sondaggio del Los Angeles Times condotto esclusivamente fra chi aveva assistito al dibattito – che gi? prima del dibattito avrebbe eletto Kerry con 1 punto di scarto -, presentandolo invece come un responso rappresentativo dell’intero elettorato, fra cui il candidato democratico sarebbe in testa di 2 punti.

In queste circostanze, quel poco che la comunicazione politica dei candidati potr? rosicchiare sar? probabilmente decisivo. Salvo sorprese, la battaglia si giocher?, come si direbbe qui da noi, “nei collegi”. Kerry far? il pieno di Grandi Elettori negli stati pi? importanti, quelli aperti sui due oceani (California e New York), mentre Bush ha gi? in tasca i voti di quasi tutti gli stati del Mid-West, icone della famosa/famigerata America profonda. Ci? attribuisce a ciascuno dei due circa 150-180 grandi elettori sui 270 necessari per vincere la presidenza. Ne restano da attribuire 200 negli stati attualmente in bilico, fra cui il Minnesota, l’Ohio, la Pennsylvania, lo stato di Washington. Qui gli indecisi faranno la differenza, come in qualche modo la fecero in Florida nel 2000.

Su che strategie puntano i due candidati per persuadere chi non si ? ancora deciso? Gli ultimi spot elettorali di Kerry insistono sul prezzo che l’America sta pagando per la scelta di Bush di trascinare il paese in guerra. L’Iraq pare quindi il terreno di conquista prescelto per ora dal candidato democratico, a scapito dei temi dell’economia e dell’occupazione, che pure sembrerebbero prioritari nelle preoccupazioni degli swing voters (sondaggio Gallup di inizio settembre), e sui quali la sua immagine appare pi? credibile di quella di Bush (Gallup, Abc). Ma ? anche vero che lo stato dell’economia non appare una issue capace di monopolizzare le motivazioni degli elettori in questo momento: il 46% degli americani (sondaggio Abc di fine settembre) lo giudica infatti positivo, solo il 15% decisamente negativo (poor).

“Proteggere l’America”, questo ? invece il mantra degli ultimi tre spot di George Bush, dove Kerry ? dipinto come un candidato troppo liberal e troppo poco ”leader” per questa missione. Ed ? proprio su questo piano che gli americani sembrano in sintonia col presidente: a settembre, ben due sondaggi (Gallup e Abc) indicavano che solo un 32% di elettori trova Kerry “un leader forte e deciso”, mentre quasi il 60% attribuisce questo requisito a Bush. Il quale supera di 15-20 punti l’avversario democratico anche nella percezione di leader che “render? il paese pi? sicuro”.

A questo punto, il meccanismo cruciale sar? verosimilmente quello del priming. Se i repubblicani riusciranno a far primeggiare nella mente degli elettori indecisi i temi del terrorismo, della sicurezza nazionale, dell’America “under attack”, Bush ne uscir? certamente vincitore. Se prevarranno gli argomenti e i richiami simbolici evocati dai democratici – un’irresponsabile guerra in Iraq che ha moltiplicato i problemi ed ? costata la vita a pi? di 1.000 soldati americani –, allora magari il prossimo presidente degli Stati Uniti avr? una faccia lunga lunga, sar? alto un metro e novantacinque e – forse – si differenzier? per molti altri aspetti dal presidente di oggi.

4 Comments


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    caro mauro, hai perfettamente ragione.mai come in questo caso le elezioni americane sembrano simili alle nostre, e non solo per le analogie Bush-Berlusconi ma soprattutto perch? in Kerry mi sembra di scorgere molti dei mali della sinistra italiana. Kerry ha un ottima oratoria, ha un curriculum politico di tutto rispetto, eppure, non convince. sembra ancora uno yuppie spaesato, origini borghesi e brillante carriera di avvocato, moglie miliardaria compresa, e poco un democratico cosciente dei problemi dei “nuovi poveri". l’impressione ? che il solo democratico sia Edwards e che molti dei voti di Kerry verranno proprio dall’ appeal del suo vice. ovviamente queste mie supposizioni dovranno essere suffragate dai fatti, ma ho anch’io la sensazione che molto si giocher? nel prossimo confronto tra vice presidenti.


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    evelina — 5/10/2004 @ 12:48 pm


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    Bella battuta conclusiva, Mauro. Come dire che anche nel caso in cui si riuscisse a creare un effetto priming sui temi della guerra costosa ed inutile, l’immagine avr? comunque un suo ruolo. Occorre fare i conti con la cultura politica americana, in ogni caso…


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    rosalba — 5/10/2004 @ 5:28 pm


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    Vorrei aggiungere una similitudine tra America e Italia: vi ricordate alcuni cartelloni della lista Uniti nell’Ulivo? Partivano proprio dall’accusa al cavallo di battaglia di Berlusconi, ossia la riduzione delle tasse e il rilancio della spesa. “Arrivi a fine mese?” era lo slogan deell’oposizione, che di fatto ha poi rosicato poltrone al centrodestra nella competizione amministrativa. “Proteggere l’America” ? il mantra di Bush, ma gli americani si sentono davvero protetti? Al 2 novembre l’ardua sentenza…


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    Mario — 6/10/2004 @ 4:34 pm


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    Grazie per questi vostri commenti.
    Una piccola reazione per ciascuno:
    - E? vero che Edwards ha origini popolari e fa una campagna abbastanza ?sociale?. Ma temo che il suo appeal sia soprattutto quello del tardo-quarantenne dinamico e di bella presenza, gran comunicatore e ottimo campaigner, con l?aria ?easy going? del bravo presentatore televisivo. Non ne ha avuto uno un po’ cos? anche il centro-sinistra in Italia?
    - Io credo che l?immagine, intesa nel senso comune di immagine visiva, possa agire oggi soprattutto come “selettore naturale” per le cariche ad elezione diretta. Non perch? il leader bello e telegenico vinca sempre, o vinca solo per quello, ma perch? il leader visivamente inadeguato rischia di essere rigettato, magari all?ultimo momento, magari dagli elettori pi? indecisi e meno politicizzati.
    Che Kerry sia ? per parafrasare il titolo dell?Economist su Berlusconi ? ?physically unfit to lead America??
    - Probabilmente gli americani non si sentono veramente protetti, ma ? questo ? il punto ? dicono di sentirsi pi? protetti da Bush che da Kerry…


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    mauro barisione — 6/10/2004 @ 6:15 pm

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