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8/10/2004

Lo Strappo Atlantico : intervista a Rita di Leo

MD, ore 10:00 am

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Ne Lo Strappo Atlantico (Laterza editori, giugno 2004) Rita di Leo ha raccontato come, quando e perch? l’America ha deciso di allontanarsi dai vecchi alleati europei e di formulare una politica dichiaratamente anti europea. Ha descritto le origini culturali e politiche degli artefici di questa scelta (i neoconservatori), gli obiettivi che si sono posti e i nemici contro cui combattono.
Lo stato di guerra permanente che gli Stati Uniti sembrano voler imporre ? frutto della loro volont? “rivoluzionaria”, ma il “mondo secondo i neocons” si ? scontrato con la realt? del conflitto iracheno. Per quanto tempo ancora potranno proclamare che l’America sta vincendo la sua battaglia contro il terrorismo? Per quanto tempo ancora un gruppo da sempre ai margini della scena politica e culturale del suo paese sar? in grado di influenzare le linee guida della politica estera del paese?
Scrive Rita di Leo: ?A ispirare l’offensiva contro l’Europa e pi? in generale la politica di grande potenza dell’America del XXI secolo, infatti, vi sono intellettuali simili agli intellettuali europei. Si definiscono neoconservatori in contrapposizione all’establishment repubblicano e in odio all’establishment democratico. (…) Essi cercano di influenzare gli uomini di potere perch? l’America, la loro terra d’elezione, diventi simile all’Europa dell’Ottocento: una grande potenza aggressiva nei confronti del mondo, uno stato repressivo nei confronti della propria societ? e il Patriot Act in politica interna. (…) Saliti sul gigante America, i neoconservatori stanno attenti perch? il gigante agisca da gigante e non si stanchi della politica, scrollandoseli di dosso e tornando agli affari?.

D: In molti oggi vedono i neoconservatori in difficolt?. La realt? della guerra ? molto lontana dagli scenari che essi avevano immaginato e promesso: ma quanto potere hanno ancora effettivamente?

I neoconservatori sono senz’altro in difficolt?, nella sostanza pi? che nella forma. Lo sono nella sostanza perch? la loro linea strategica, cio? l’esportazione della democrazia manu militari in Iraq, risulta miseramente fallita e non ? possibile riproporla negli altri paesi, cos? com’era nel disegno originario. La loro difficolt? ? meno evidente nella forma, perch? essi continuano a scrivere sui loro media, a fare dichiarazioni e a esporre opinioni forti, con un linguaggio di violenta rottura rispetto al tradizionale stile politically correct americano. Inoltre, osserviamo ancora discorsi, conferenze stampa e affermazioni del presidente Bush che sembrano prese direttamente dai loro media e dalle loro dichiarazioni.

D: Ne Lo Strappo Atlantico lei mette in evidenza la presenza di alcuni elementi di continuit? tra la politica di Clinton e quella di Bush nei riguardi dell’Europa: cosa potrebbe realmente cambiare nelle relazioni tra noi e gli Stati Uniti con una vittoria di John Kerry?

Se vincesse Bush non cambierebbe quasi niente nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa perch? quest’ultima ? considerata, la vecchia come la nuova, marginale rispetto agli interessi nazionali degli Stati Uniti. Non c’? nessuna propensione americana a utilizzare l’Unione Europea come strumento della politica estera degli Stati Uniti di Bush. Se vincesse Kerry paradossalmente la situazione per l’Unione Europea diventerebbe pi? problematica, perch? pi? volte ha espresso il suo desiderio di coinvolgere l’Europa in una politica comune: nelle circostanze attuali questa collaborazione metterebbe l’Unione Europea in difficolt?, giacch? da una parte Kerry vuole s? dialogare con l’Unione Europea, ma dall’altra parte non intende cambiare la strategia Usa in Iraq, la vuole solo rendere pi? efficiente e meno sanguinosa. Quindi c’? la prospettiva che Kerry chieda a un’Unione Europea tornata amica e alleata di esporsi nella politica medio orientale americana. Questa ? per noi europei un rischio di cui dobbiamo tenere conto.

D: Il dibattito sulla politica estera ? stato al centro della campagna elettorale americana, ed ha avuto un carattere decisamente ideologico: ? questa la maggiore novit? della presidenziali del 2004?

Un recente sondaggio sembrerebbe aver dimostrato la priorit? del tema della politica estera tra gli interessi degli americani. E per di pi? si tratta di una politica estera ideologicamente orientata: la guerra al terrorismo prenderebbe il posto della politica di contenimento del sistema sovietico. Io non credo sia cos?: penso sia effettivamente cos? per quel che riguarda le ?lite americane e le ?lite europee che leggono i giornali e fanno opinione. Penso per? che nella provincia americana e nell’elettorato medio americano che si ? iscritto a votare sia pi? importante la crisi dell’economia americana, quella che riguarda non il capitalismo finanziario, ma la crisi della economia manufatturiera, della produzione. E’ il milione di posti di lavoro in meno a essere oggi al centro dell’interesse reale degli americani. D’altra parte bisogna tenere conto che le notizie di politica estera, le informazioni sull’Iraq, sull’Afghanistan, sulla guerra israelo-palestinese, sono marginali tanto nei telegiornali che nei mass media americani, con l’eccezione dei giornali d’opinione, del New York Times, del Washington Post… Le tv relegano le notizie di politica estera alla fine dei telegiornali. Sono solo quelli che vogliono essere informati, che gi? sono informati, a continuare a essere informati e a seguire la politica estera. Lo spettatore medio, il cittadino medio, non lo ? e questo significa che a livello locale giocano due fattori: la capacit? di apparire pi? “macho” e di apparire in grado di dare nuovi posti di lavoro. Il consenso delle poche migliaia di elettori che assicureranno la vittoria all’uno o all’altro verr? ricercato rispetto a questi due fattori: chi sembrer? in grado di assicurare che l’umiliazione subita con l’11 settembre possa essere vendicata subito e duramente, e chi sembrer? in grado di impedire che si chiudano le fabbriche e che arrivino prodotti dalla Cina. E’ su questi due elementi, molto provinciali e molto poco “europei”, che si sta giocando la partita.

3 Comments


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    Direi la parte finale dell’intervista e’ la chiave dell’attuale scenario – anzi, del “core” socio-politico di ieri e di oggi qui in USA…

    Elementi (e cultura quotidiana) molto provinciali e molto poco europei, che dominano sostanzialmente le vite dei milioni di persone nei molti stati di mezzo (escludendo california, new york e pochi altri, piu’ informati e cosmopoliti), e che psi saranno quelli che decideranno il voto

    In tal senso va ribadito l’errore (spesso in cattiva fede) di certi media e studiosi europei che insistono nel proporre gli USA come davvero una “sogno riuscito", un calderone di civilta’ intellettuale quando invece, appunto, nella stragrande maggioranza dei casi siamo al provincialismo piu’ convinto, al pragmatismo piu’ immediato, un po’ su tutto, dalla guerra all’economia…a conferma tra l’altro dell’enorme gap tra “classe dirigente” e cittadino comune


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    berny — 8/10/2004 @ 4:40 pm


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    A me colpisce il fatto che se Kerry dovesse vincere (come un p? tutti noi in fondo speriamo)ci sar? ben poco da stare allegri. Una chiamata in causa diretta dell’Europa nella questione Iraqena non potr? che far venire al pettine tutti i nodi di casa nostra. E’ tuttavia anche vero che l’Iraq ? ormai un pantano, sabbie mobili da cui tenersi alla larga e che una soluzione diplomatica proposta dall’Europa non solo sar? accettata ma fortemente caldeggiata. Ma chi e come rester? a fare i conti con le etnie, ed i diversi capi religiosi?


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    shine — 8/10/2004 @ 4:47 pm


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    Dell’intervista mi ha colpito soprattutto l’attenzione che Rita Di Leo rivolge alla contingenza economica non favorevole.Di recente ho letto che la crisi dell’industria manifatturiera ? particolarmente forte proprio in uno dei cosiddetti “stati indecisi":l’Ohio.Parliamo di uno stato dove la disoccupazione,negli ultimi quattro anni,? aumentata pi? che altrove e sono stati persi 200.000 posti di lavoro.L’Ohio ? uno stato simbolo in quanto da sempre viene considerato una roccaforte dei conservatori,un’area in cui i protestanti evangelici si fanno portatori di una religiosit? fervida ma poco tollerante.Questo ? un fatto da non sottovalutare in un Paese in cui le convinzioni religiose sconfinano spesso nel campo della politica ed occupano un posto importante nella vita di moltissimi americani.Ci? nonostante,secondo alcuni recentissimi sondaggi della Gallup,le questioni economiche sembrano essere prioritarie.Un’intervista a un elettricista di Portsmouth mi ha fatto riflettere proprio su questo intreccio tra religione e politica:"non posso sopportare che i democratici siano a favore dell’aborto,ma io mi sento repubblicano solo fino a che non si tocca il portafoglio,e ora l’economia si ? talmente deteriorata che non so pi? se posso permettermi di votare ancora per George Bush".A questo si aggiunge la tremenda ignoranza del common man americano,stordito da fiction e reality show.Io penso che l’America sia una grande democrazia,ma al tempo stesso un crogiolo di contraddizioni;ad una formidabile libert? d’informazione(basti pensare che Fahreneit 9/11 di Michael Moore ? uscito alla vigilia delle elezioni presidenziali),fa infatti da contrappeso una altrettanto stupefacente disinformazione.In America si sa veramente poco dell’Iraq,e addirittura il 79% degli americani non ha ancora capito qual ? la differenza tra Osama Bin Laden e Saddam Hussein.Il punto sta proprio qui:non credo che questa fetta cos? larga della popolazione si soffermi sull’aspetto ideologico della sfida Bush-Kerry.I repubblicani hanno fornito all’America le risposte di cui aveva bisogno nel dopo 11 settembre,ma l’immagine di un nuovo Cesare potrebbe non essere sufficiente a garantire la rielezione di Bush.O quanto meno questo ? quello che mi auguro.


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    Olga Visone — 18/10/2004 @ 4:52 pm

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