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10/10/2004

Di dibattito in dibattito: se, quanto e perch? cambia l’opinione pubblica

Valentina Reda, ore 3:41 pm

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Dopo il primo dibattito presidenziale, l’euforia internazionalmente esplosa a seguito del grande successo di Kerry ? stata ridimensionata dai dati dei sondaggi, che ancora vedevano Bush in vantaggio (Bush 49%, Kerry 44% tra gli elettori registrati, il 6/10, secondo The Pew Reserch Center). Dopo il secondo confronto, di nuovo, si registrano entusiastiche reazioni dell’opinione pubblica che riporta ad una sostanziale parit? tra i due candidati (49%, secondo i dati dell’istituto Gallup). In ogni caso, si continua a rilevare una continua variazione di questo dato a seconda del giorno, e dell’istituto di sondaggi cui si fa riferimento.
Soprattutto, non si pu? evitare di osservare che i questionari, realizzati in relazione ai dibattiti, ancora privilegiano l’aspetto emozionale, cercando di far emergere principalmente l’efficacia dell’apparizione televisiva dei candidati, e quindi elementi come: la determinazione, la decisione, il nervosismo (quale di questi sia parso pi? forte, pi? deciso, o meno nervoso). Un questionario cos? strutturato esplicita la convinzione che siano questi gli elementi che giustificano la risposta dei soggetti intervistati alla prima e pi? importante domanda che viene loro posta: la preferenza di voto.

Dimenticando le sue potenzialit? analitiche e pedagogiche, il sondaggio ?, ancora una volta, utilizzato esclusivamente per tenere alta l’audience della sfida elettorale. Ed ? proprio la scelta di fare riferimento quasi esclusivamente al sondaggio “pre-elettorale” che alimenta la pi? classica critica rivolta ai sondaggi: quella di viziare il gioco politico esercitando un potere di condizionamento sull’elettorato. Accusa che si fonda su una concezione dell’opinione pubblica come attore politico dal comportamento volubile ed emotivo, lontano da quell’ideale “elettore razionale”, su cui si fonda l’ipotesi stessa della consultazione diretta del pubblico.

“Oggi siamo di fronte alla minaccia non pi? di una democrazia di opinione che sostituirebbe la democrazia rappresentativa dei partiti politici, bens? alla minaccia della dismisura di una vera e propria Democrazia dell’Emozione– di una emozione collettiva al tempo stesso sincronizzata e globalizzata, il cui modello potrebbe essere quello di un tele-evangelismo politico”.
Cos? Paul Virilio (Citt? Panico, 2004) teme si stia realizzando, dopo l’11 settembre, la dissoluzione dell’opinione pubblica “a beneficio di una emozione collettivistica istantanea di cui abusano tanto i predicatori populisti quanto i commentatori sportivi”.

Allo stesso tempo, i dibattiti presidenziali potrebbero aprire una nuova pagina nell’uso del sondaggio, che in essi si ritaglia gi? un ruolo pi? complesso. Infatti, oltre a conservare e rafforzare la sua utilit? per la strutturazione del palinsesto informativo, offre la possibilit? di basare i confronti su “gli argomenti ritenuti pi? importanti dalla maggior parte del pubblico”, come riferito da Janet Brown, direttore del CPD (Commission on Presidential Debats). Inoltre, questo secondo dibattito ? consistito in un incontro in cui elettori “indecisi”, selezionati dall’istituto Gallup, hanno avuto il compito di porre domande ai candidati.

Ma una chiave di lettura potenzialmente pi? interessante dei dibattiti presidenziali ? quella nei termini del concetto, elaborato da James Fishkin, di “sondaggio deliberativo”.
Fishkin rileva che il sondaggio costituisce una fotografia di un’opinione non informata e si domanda: cosa penserebbe questo stesso pubblico se gli venisse data la possibilit? di una corretta esposizione ad argomentazioni contrapposte? Il sondaggio deliberativo offrirebbe la risposta a quest’interrogativo.
La procedura di svolgimento ? teoricamente molto semplice: realizzato un campione rappresentativo, lo si trasporta in un unico luogo e lo si immerge nei temi trattati, offrendogli materiale informativo, organizzando gruppi di discussione e incontri con specialisti e politici che siano in grado di sostenere e argomentare le opposte opinioni in discussione. All’inizio ed alla fine di tale processo viene somministrato un questionario, in modo da far emergere le variazioni dell’opinione intervenute in seguito all’approfondimento dei temi soggetto dell’inchiesta.
Se li si colloca all’interno di quest’ipotesi, quindi, i dibattiti presidenziali costituiscono il momento in cui viene offerta, almeno concettualmente, agli elettori la possibilit? di strutturare la propria competenza sulla base di un’informazione pi? completa.
Il sondaggio, allora, permetterebbe di rilevare in occasione di ciascuno dei tre dibattiti quali siano le reazioni dell’elettorato in seguito all’approfondimento dei temi in agenda. E questo non solo in termini quantitativi: un questionario ben strutturato pu? permettere anche di rilevare la reale partecipazione dell’elettorato all’evento, e quindi di individuare le modalit? comunicative pi? efficaci al fine di rendere realmente comprensibili le questioni politiche pi? complesse.
D’altro canto, forse ? proprio la sensazione che l’elettore ha di acquisire finalmente attraverso questi incontri un livello informativo tale da renderlo capace di valutare i candidati, le loro personalit? e i loro programmi, a determinare il grande successo di pubblico dei dibattiti.

L’articolazione di sondaggi e dibattiti, che si strutturi o meno in sondaggio deliberativo, permette di immaginare un passaggio, almeno parziale, da una democrazia dominata dall’elettore “di emozione” ad una realt? politica che privilegi l’opinione competente del cosiddetto “elettore ragionevole” (Samuel Popkin, The reasoning voter), in cui si possa realmente considerare l’ipotesi di una consultazione dei cittadini utile a fini programmatici.

Certo, quest’ipotesi, che gi? ? difficile considerare probabile, si perde nel continuo balletto di cifre, volubili e contraddittorie, che accompagna questo testa-a-testa fra i candidati.
Per questo motivo, quindi, ? lecito chiedersi se i dibattiti presidenziali riescano a rappresentare un’eccezione all’interno della campagna elettorale, oppure costituiscano un semplice ingranaggio della permanent campaign, forse pi? spettacolare di altri, ma come gli altri mirato alla conquista di un consenso che ? necessario conservare almeno per un altro mese.
Il prevalere della “strategia dell’emozione” (diremmo pure “della tensione") tenacemente perseguita dai media mainstream non lascia molti dubbi. A prescindere da quali saranno gli esiti effettivi dello scontro.

Bibliografia:

Paul Virilio, Citt? Panico. L’altrove comincia qui, 2004, Milano, Raffaello Cortina Editore
Loic Blondiaux, La fabrique de l’opinion: une histoire sociale des sondages, 1998, Paris, Le Seuil
James S. Fishkin, La Nostra Voce. Opinione pubblica e democrazia, una proposta, 2003, Venezia, Marsilio Editore

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