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15/10/2004

Tutti i rischi di Kerry

Mauro Barisione, ore 7:01 pm

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Dunque Kerry vince, o sembra vincere, i dibattiti, ma non riesce a sorpassare Bush nella “corsa di cavalli” alla presidenza. Cos? indica il risultato aggregato dei sondaggi: fra gli ultimi otto, compiuti appena prima o appena dopo il terzo dibattito televisivo, quattro danno in vantaggio Bush nelle intenzioni di voto (Cbs, Icr, Tip, Zogby), tre indicano un pareggio (Abc, Washington post, GQRR), uno solo (Gallup) un vantaggio di Kerry. In ogni caso, il divario fra i candidati non ? mai superiore al margine di errore, che ? sempre fra i 3 e i 4 punti percentuali per eccesso o per difetto, vanificando cos? la significativit? delle predizioni. E se anche nei prossimi due giorni dovessero arrivare nuovi sondaggi favorevoli a Kerry, questo non cambier? il dato di fondo, che continua a essere quello di un effettivo testa a testa fra i due contendenti.

A volte, non c’? migliore sondaggio che i risultati delle elezioni precedenti. Specie se si ragiona stato per stato, visto che l? si giocano le elezioni presidenziali, e l? appunto la storia elettorale recente ? l’indicatore pi? prezioso dei probabili comportamenti futuri. Tanto pi? quando uno dei due candidati ? lo stesso della volta prima, e l’altro non ? strepitosamente diverso dal suo predecessore, Al Gore. Le elezioni precedenti, dunque, dicono che la distribuzione territoriale dei voti ? tendenzialmente favorevole a Bush, che vincerebbe anche se Kerry dovesse ottenere su scala nazionale mezzo milione di voti in pi?. Quindi si torna al dilemma di Kerry che non spicca il volo, che non pare in grado di superare Bush e distaccarlo con un sufficiente margine di sicurezza.

Certo i dibattiti sono serviti molto a Kerry, come servono in generale allo sfidante penalizzato da un deficit di popolarit? rispetto all’incumbent. Dando per scontato che il candidato sia in gamba e ben preparato, il solo fatto che si renda pi? noto e familiare al grande pubblico attraverso la televisione tende a produrre atteggiamenti pi? favorevoli. Si chiama effetto “di mera esposizione”, ed ? ben noto agli psicologi sociali, oltre che ai consulenti di quei primi ministri e presidenti cos? riluttanti a concedere un dibattito preelettorale all’avversario. Per?, si diceva, i dibattiti non hanno dato a Kerry quel colpo d’ali che ora tanto pi? difficilmente otterr? da qui al 2 novembre. Questo perch? d’ora in avanti l’equilibro comunicativo sar? presumibilmente assoluto, con un batti-e-ribatti colpo-su-colpo che finir? per neutralizzare gli effetti di ogni singolo messaggio. Un esempio: Bush, nel dibattito, etichetta Kerry come un liberal “di estrema sinistra” (sic)? Kerry risponde oggi con uno spot contro le politiche di Bush e dei “repubblicani di destra”. Altro esempio: uno spot repubblicano accusa Kerry di voler statalizzare la sanit?, l’indomani uno spot dei democratici accusa Bush di falsit? e contrattacca sull’Health Care. Per com’? configurata la campagna, insomma, il punteggio di ogni singolo confronto pare destinato ad un perpetuo 1-1. La speranza di Kerry ? quella di una progressione lentissima ma costante, non certo quella di un fulmineo KO.

Obiettivamente, due paiono essere i grandi problemi di Kerry, sul piano dell’eleggibilit?.
Il primo ? quello di non essere… gi? il presidente. Come invece Bush, che oltre a essere percepito a torto o a ragione come un leader forte e una persona gradevole, gode soprattutto di questo vantaggio costitutivo, la carica presidenziale. Certo, quando in un paese c’? un clima d’opinione fortemente orientato al cambiamento, essere il candidato uscente non ? la pi? grande delle benedizioni. Ma oggi il clima ? inevitabilmente quello delle prime elezioni presidenziali dopo l’11 settembre. L’emozione prevalente fra gli americani ? la paura, o quanto meno una viva preoccupazione, peraltro sapientemente alimentate dai messaggi anche propagandistici diffusi dallo staff presidenziale. Ma emozioni come queste, tipicamente, fanno prediligere fra gli indecisi un orientamento alla stabilit?, alla continuit? piuttosto che al cambiamento. Tanto pi? che lo stereotipo diffuso intorno a John Kerry non ? certo quello del leader forte e decisionista, nonostante la fiera ostentazione delle medaglie d’argento conquistate in Vietnam.

Se questa della continuit? vs. cambiamento rischia di essere una chiave decisiva per il finale di partita, c’? anche un secondo problema, che riguarda l’attrattivit? stessa del messaggio di cambiamento proposto da Kerry. In fondo, la sua campagna ? volta per tre quarti – in una misura cio? probabilmente sproporzionata - a cercare di convincere gli americani che le cose vanno male per il paese: vanno male in Iraq, vanno male per l’economia, per i posti di lavoro persi, per i redditi familiari che diminuiscono, per le assicurazioni sanitarie che si riducono… In generale – ecco una delle seccanti leggi del marketing politico – la gente preferisce gli ottimisti ai “disfattisti”, specie quando le cose non sono percepite cos? negativamente dalla maggioranza dei cittadini (sondaggio Gallup del 10 ottobre: solo per il 24% l’economia va proprio male). In Italia sappiamo quanto possa essere efficace dipingere a tinte fosche lo stato di un paese, dall’economia alla criminalit?. Ma a condizione di saper imporre una visione alternativa densa di simboli e/o promesse (Berlusconi ’94 e 2001) o carica di “speranza” (il tema-chiave di Prodi nel ’96). Essendo l’uomo, del resto, animale simbolico e non solo razionale, ha buon gioco il richiamo del pubblicitario S?gu?la - e di tanti altri con lui – a fare campagne che non offrano solo un razionale programma, ma anche una visione in grado di suscitare emozioni e, come si dice cos? spesso, di “far sognare”. Ora, quello che Kerry ? riuscito finora a coniare ? lo slogan “It’s time for a new direction”, che sul piano onirico pare in effetti un po’ pochino. Per il resto, dice di avere un “piano” per tutto: per l’Iraq, per il terrorismo, per il lavoro, per la sanit?, per le tasse. Prescindiamo qui dai contenuti, che possono rallegrarci quando esprimono una volont? di multilateralismo in politica estera, ma lasciarci perplessi quando il piano per sconfiggere il terrorismo si riduce a “trovare i terroristi e ucciderli”. Ma sul piano comunicativo, si capisce come fra “I have a dream!” e “I have… a plan!” ci sia un qualche divario d’efficacia.

A voler essere proprio disfattisti, ci sarebbe poi un ultimo elemento che presagisce male per Kerry, e visto che non punto a nessuna carica elettiva, lo dico: dai tempi di De Gaulle non si sarebbe visto un capo di stato cos? buffamente spilungone. Ai tempi di De Gaulle, per?, le campagne non si facevano ancora in televisione…

1 Comment


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    Amici al momento negli Usa mi dicono che l’aria liberal che si respira ? quella da salotto e dei circoli bene. Pi? distante dalla gente e dai suoi problemi che la destra repubblicana.


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    shine — 16/10/2004 @ 6:52 pm

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