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2/11/2004

I liberal (un giorno…) vinceranno ancora

Mattia Diletti, ore 8:00 am

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“Ho lavorato per due presidenti democratici, mi sono candidato come democratico, e ho assistito a centinaia di interminabili conferenze sul “Futuro del Partito Democratico”. La verit? ? che non esiste nessun partito democratico. (…) L’unica occasione in cui scorgiamo una remota sembianza di Partito Democratico nazionale si d? quando i democratici presentano un candidato per le elezioni presidenziali: ma se guardate attentamente, vedrete che i democratici non presentano veramente un candidato alle presidenziali. In realt? vi sono tra sei e dieci persone che si definiscono democratiche e si presentano da sole. Poi all’incirca un anno prima delle elezioni, quando si avvicinano le primarie democratiche, il campo viene ristretto a un gruppetto di contendenti che hanno raccolto pi? soldi e hanno fatto pi? notizia: a questo punto un piccolo gruppo di consulenti politici democratici con sede a Washington, aziende di sondaggi ed esperti di marketing decidono su chi piazzare la loro scommessa. Nel frattempo voi starete ancora ascoltando qualche conferenza sul “Futuro del Partito Democratico”.

L’autore di queste parole ? l’ex ministro del lavoro della prima amministrazione Clinton, Robert Reich. Sono tratte dal suo ultimo libro, “Perch? i liberal vinceranno ancora”, tradotto in italiano dalla Fazi e in libreria da circa un mese (il volume ? accompagnato da una prefazione di Walter Veltroni).

Robert Reich ? oggi professore di economia alla Brandeis University, le sue opere pi? note sono “L’economia delle nazioni” e “L’infelicit? del successo”. Questo ultimo libro non ha nulla a che fare con le sue ricerche e le sue esperienze accademiche, ma ? invece frutto della riflessione maturata da Reich durante la campagna elettorale del 2002, quando si present? come candidato democratico per conquistare la carica di governatore del Massachusetts.

Reich sostiene che il paese ? stanco di questo lungo ciclo conservatore (quasi trent’anni in cui i conservatori hanno vinto o fortemente condizionato le politiche dei democratici) e pronto ad accogliere un nuovo ciclo di politiche liberal. Ma per farlo servono leader coraggiosi, organizzazione politica, innovazione culturale. Va legittimata e sostenuta la necessit? di un nuovo ciclo di politiche progressiste.
Questi decenni sono stati caratterizzati dall’egemonia culturale della destra conservatrice pi? radicale, che Robert Reich chiama “radcon”.

Scrive Reich: “I radcon hanno cominciato a organizzarsi vent’anni fa attorno a una serie di valori comuni, con un occhio rivolto al lungo periodo. Hanno reclutato le persone che condividevano le loro convinzioni e che erano disposti a candidarsi per cariche locali, statali o federali; hanno appoggiato le campagne elettorali di queste persone e hanno dato loro responsabilit?, una volta in carica. Hanno trovato persone dotate di mezzi che condividevano anch’esse le loro idee, e hanno usato quel denaro per estendere la loro organizzazione, tanto nelle capitali degli Stati che a Washington. Hanno reclutato commentatori e scrittori, li hanno sostenuti e hanno fatto circolare idee e slogan. Hanno creato alleanze e coalizioni a lungo termine con la destra religiosa, i piccoli imprenditori, le associazioni di commercianti e vari lobbisti chiave di Washington”.
In questi ultimi venticinque anni i repubblicani si sono impegnati a organizzare la politica, e lo hanno fatto muovendosi su tre fronti: quello finanziario (mai come oggi i repubblicani sono in grado di attrarre il denaro delle corporation); quello della militanza (il partito in moltissimi stati ? lasciato in appalto alla destra religiosa, che garantisce consensi e capacit? di mobilitazione); quello culturale (i repubblicani sono stati in grado di costituire un’intellighenzia conservatrice che combatte la guerra delle idee nei media e nel mercato dell’expertise).

Questo ultimo punto ? forse quello pi? interessante, su cui vale la pena soffermarsi con maggiore attenzione. Tra i protagonisti di questo progetto di rivincita culturale, che nasce negli anni ‘70 in irriducibile opposizione alle trasformazioni culturali e politiche degli anni ’60, emergono quelli che oggi vengono indicati da tutti come neoconservatori. Negli anni ’70 la loro battaglia politica ? su due fronti: la delegittimazione delle politiche di intervento pubblico e di welfare, e la costituzione di un counter-establishment conservatore in grado di competere con gli amministratori e gli specialisti di politiche pubbliche di orientamento liberal. Per i neoconservatori non si tratta semplicemente di costituire un nucleo di esperti e intellettuali attraverso i quali controbilanciare l’influenza della cultura progressista, ma ? in gioco la salvezza stessa delle istituzioni e del sistema politico.

I neocons si impegnano cos? a costruire un esercito di policy experts conservatori ideologicamente orientati. La strategia messa a fuoco alla fine degli anni ’70 per raggiungere questo obiettivo si basa quindi sul rafforzamento e la promozione delle istituzioni culturali di impronta conservatrice.
Lo strumento prescelto per attuare questo disegno sono i think tank. Vengono rilanciati quelli gi? esistenti (tra cui l’American Enterprise Institute, il pi? vicino ai neoconservatori) e altri creati ex novo (come l’Heritage Foundation). Si fanno strada cos? esperti e figure professionali in grado di gestire ed elaborare le informazioni e i processi di comunicazione relativi ai singoli processi di policy da un punto di vista conservatore, appoggiati da un gruppo di corporation e di politici repubblicani (a loro volta convinti che sia necessario garantirsi il sostegno di autorevoli istituzioni culturali per rendere effettiva la propria partecipazione ai processi di formulazione delle politiche pubbliche).

L’elemento di interesse relativo ai think tank conservatori ? rappresentato dalla capacit? di tenere insieme brillantemente marketing e ideologia. I think tank partecipano alla definizione delle strategie comunicative che rendono attraente una policy: nelle strategie di marketing e comunicazione dei centri di ricerca conservatori le idee guide e la mission dei singoli think tank servono a caratterizzare il prodotto; l’approccio ideologico rende pi? aggressivo ed incisive le loro campagne e la war of ideas; un’immagine di autorevolezza e indipendenza viene acquisita attraverso una forte esposizione mediatica e attraverso campagne di denigrazione che colpiscono i centri di ricerca concorrenti di ispirazione progressista, descritti come radical chic, non scientifici, manipolatori e antipatriottici.
Cosa c’? dall’altra parte? Chi sostiene Kerry? Nulla di paragonabile, per ora. O meglio: esiste quell’intellighenzia che tradizionalmente appoggia i democratici e li sostiene (impegnandosi anche in prima persona nelle amministrazioni democratiche) ma che non ? organizzata e capace di sostenere una guerra della idee con la stessa intensit? delle “truppe” conservatrici. Il titolo del libro di Reich lascia per? grandi speranza (“Perch? i liberal vinceranno ancora”) e parte da un assunto: il paese ? pronto ad un nuovo ciclo politico progressista, non ne pu? pi? delle politiche di Bush, ma serve organizzarsi per approfittare di questo vento nuovo.

Non sappiamo se Kerry sia l’uomo giusto per i democratici, anche se riuscisse a vincere. Comunque vadano queste elezioni i democratici dovranno riorganizzare la propria base di consenso affinch? i loro programmi possano avere gambe e sostegno nei prossimi quattro anni, quando verosimilmente il Congresso sar? a maggioranza repubblicana. I repubblicani hanno costruito un progetto politico di largo respiro avviato quasi trent’anni fa, mentre il partito democratico appare ancora allo sbando: la grande mobilitazione e l’entusiasmo che ha accompagnato Kerry in questi ultimi mesi non hanno nulla a che fare con quello che serve a una realt? politica organizzata. L’esempio lampante di questa cronica debolezza dei democratici fu la storica sconfitta di Clinton del 1993 sul progetto di riforma del sistema sanitario: da una parte il presidente e sua moglie, impegnata in prima persona a promuovere la campagna per la riforma del medicare; dall’altra i repubblicani, i think tank che attaccavano ogni giorno Clinton dalle tv nazionali, le lobby farmaceutiche corteggiate e sedotte da Newt Gingrich, il leader della destra capace di far bocciare da un Congresso a maggioranza democratica il primo punto del programma di Clinton, preparando cos? il terreno per la vittoria repubblicana alle elezioni del Congresso del 1994. La prima dopo sessant’anni. La prima dopo vent’anni di lavoro diretti a questo scopo.

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    Lezione altres? vera per la sinistra italiana. Sic


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    shine — 2/11/2004 @ 4:47 pm

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