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2/11/2004

La battaglia sui media e i rischi di un clima duale d?opinione

Franca Roncarolo, ore 4:45 pm

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Che nella sua nota del 22 ottobre scorso, fra i possibili scenari della campagna presidenziale americana, Theodore Lowi non considerasse neppure la possibilit? di una vittoria alle urne di John Kerry appare davvero significativo. Non solo perch? conferma le difficolt? che il candidato democratico non ? mai del tutto riuscito a superare e che ? malgrado la ripresa nei sondaggi nelle ultime due settimane ? alla vigilia del voto sembrano ancora inchiodarlo in un testa a testa difficile con il presidente in carica. Ma anche ? e soprattutto ? perch? mette in luce le contraddizioni di un confronto giudicato da molti ?decisivo? e che ha portato ad una straordinaria mobilitazione elettorale senza tuttavia riuscire a far emergere un?opzione chiaramente maggioritaria nel paese. Il fatto ? che nessuno dei due candidati ? abbastanza forte per aggregare un consenso tale da garantirgli con certezza la vittoria alle urne.

Da un lato, infatti, con l?incauta gestione di una guerra che ha esposto gli Stati Uniti a gravi perdite e aspre critiche, Bush ha finito con il mobilitare ? ancor pi? che il proprio ? l?elettorato democratico. Dall?altro lato, tuttavia, Kerry non ? riuscito a irrobustire l?opposizione al presidente in carica con la proposta di uno scenario per il futuro capace di conquistare quei settori d?opinione che avrebbero potuto regalargli il successo. E certo a conferirgli carisma non poteva bastare la pur efficace messa in campo dell?"empathizer in chief", l?ex presidente Clinton, chiamato a iniettare nel confronto quella carica di entusiasmo che il candidato democratico non ? riuscito ad accendere.

D?altro canto, malgrado il successo ottenuto sul piano dell?agenda con le strategie volte a influenzare lo spin-cycle delle notizie, Kerry non ? mai del tutto riuscito a screditare l?immagine del war president. Tanto che neppure la denuncia della scomparsa di 350 tonnellate di esplosivo da un paese ? l?Iraq ? che avrebbe dovuto essere ormai da tempo sotto controllo, ? riuscita a incrinare la fiducia in un leader che secondo i dati registrati intorno alla met? di ottobre dal Pew Research Center for the People & the Press, il 53% degli americani continuava a considerare in grado di gestire meglio di chiunque altro la questione terrorista (contro appena il 35% di coloro che anche su questa issue avevano pi? fiducia in Kerry).

Non a caso, sulle ansie pi? profonde di quella parte d?America che si sente direttamente minacciata sembra, all?opposto, far presa lo spot in stile ?Blair Witch Project? con cui il presidente Bush e il suo consulente, Karl Rove, hanno ribadito che il mondo ? una foresta paurosa, popolata da terroristi in agguato come lupi. Lupi che Kerry blandirebbe pericolosamente (ad esempio votando a favore dei tagli ai finanziamenti per i sevizi d?intelligence, come fece nel 1996). E che il presidente in carica promette invece di rendere inoffensivi per sempre con un?azione di contrasto senza riserve.

Al di l? dell?incerto esito di un confronto elettorale per cui l?America va divisa in due blocchi sostanzialmente equivalenti, ci? che davvero colpisce ? tuttavia la sostanziale differenza fra il clima d?opinione prevalente in almeno met? della societ? americana e quello dominante invece sui media nazionali e internazionali. Non solo infatti la stampa internazionale ha in prevalenza sostenuto il leader democratico, schierando al suo fianco le pi? prestigiose testate europee, da Le Monde ? che ha seguito la campagna con intensa partecipazione ? a The Economist, il quale, pur con accenti critici, ha invitato i suoi numerosi lettori americani a scegliere ?l?incoerente Kerry? piuttosto che ?l?incompetente Bush?.

Ma anche la maggioranza dei giornali statunitensi ha preso posizione a fianco dello sfidante democratico dimostrando un gradimento ben pi? ampio di quello espresso dai cittadini. Tanto che se alla fine di ottobre Kerry non era ancora riuscito a conquistare la mente e il cuore della maggioranza degli elettori, aveva finito invece con l?attrarre al suo fianco gran parte del mondo dei giornali, e non solo nelle sue componenti pi? tradizionalmente liberal.

Come ha osservato di recente la rivista Editor & Publisher, settimana dopo settimana “John Kerry ha continuato la sua incursione nei giornali che hanno appoggiato il presidente Bush nel 2000″ sino ad ottenere l?appoggio di almeno 35 quotidiani che avevano in passato sostenuto l?avversario repubblicano (mentre Bush ne ha conquistati solo due fra quelli che nel 2000 avevano supportato Gore). Del resto, come noto, lo stesso autorevole Washington Post, che pure era stato fra i pi? fermi sostenitori della guerra in Iraq, ha preso apertamento posizione a favore di Kerry. E, sia pur mantenendo varie cautele, ? sceso in campo con un editoriale dal titolo inequivocabile, ?Kerry for president?, nel quale ha espresso la convinzione che, “con la sua promessa di risolutezza temperata dalla saggezza e dall?apertura mentale", il senatore democratico ha meritato la fiducia del paese per i prossimi quattro anni.

Sempre secondo la stima di Editor & Publisher ad appoggiare Kerry sarebbero cos? ormai 125 giornali con una circolazione complessiva di 16 milioni di copie (contro le 96 testate che con le loro 10 milioni di copie sostengono Bush). Inoltre, ad indebolire ulteriormente il supporto della stampa al presidente in carica vi sarebbero le defezioni di quelle testate che ? pur non individuando in Kerry una valida alternativa ? non hanno ritenuto di poter confermare il proprio endorsement a Bush. E non sostanzialmente diverso sarebbe l?orientamento dei network televisivi anche se ? a differenza della carta stampata ? ufficialmente questi ultimi non si schierano mai nelle competizioni elettorali. Secondo i dati forniti dal Center for Media and Public Affairs, Kerry avrebbe infatti goduto di una coverage pi? favorevole rispetto a qualunque altro candidato alla presidenza americana almeno dal 1988, quando il gruppo inizi? a operare un monitoraggio sistematico dell?offerta televisiva. Non solo perch? nell?insieme avrebbe ottenuto un 58% di valutazioni positive contro il 36% di Bush, ma perch? nella fase finale lo squilibrio sembra essersi fatto anche pi? netto. Tanto che fra il primo e il 22 ottobre i notiziari televisivi serali avrebbero trasmesso servizi in cui solo il 23 % delle valutazioni avanzate nei confronti di Kerry sarebbe risultato negativo, mentre ad essere sfavorevole sarebbe stato ben il 64% dei giudizi su Bush.

Va da s? che, come molti osservatori ? a partire dall?autore di Out of order, Thomas Patterson ? hanno pi? volte segnalato, questo squilibrio non indica affatto un liberal bias del giornalismo americano, ma ? piuttosto l?esito involontario di fattori diversi, dalla media logic che domina negli ambienti giornalistici alla cultura del controllo che li spinge a competere con quelli politici. Fattori che in questo caso hanno portato a individuare in Bush il vilain di turno su cui concentrare le critiche. Ma che in altri casi si sono tradotti nella rappresentazione negativa di candidati di segno politico diverso, senza comunque mai necessariamente prefigurare un rapporto causale con i risultati elettorali. Tanto che nel 1994 Reagan fu confermato senza problemi dagli elettori, pur avendo totalizzato il 91% dei riferimenti negativi da parte dei giornalisti televisivi.

Resta per? da chiedersi quali conseguenze di carattere pi? generale sia destinato a produrre il formarsi di quello che nel suo libro sulla ?spirale del silenzio? Noelle-Neumann definiva un clima duale d?opinione. Ossia cosa accada in una situazione che ? caratterizzata da un grado assai alto di mobilitazione, ma in cui i media riportano una rappresentazione della campagna elettorale diversa da quella che ne ha una parte consistente degli elettori. Certo ? vero che a Kerry la vittoria potrebbe venire dalla mobilitazione di chi vuole voltare pagina e nelle critiche giornalistiche trova conferma alla propria domanda di cambiamento, cos? come potrebbe giungergli dai giovani chiamati a raccolta dai molti musicisti scesi in campo contro Bush, se non addirittura,
come osservava Mauro Barisione
, dai black block invitati a dare l?assalto alle urne dal video di Eminem. Ma a contro-mobilitarsi potrebbe anche essere l?America profonda che teme i lupi nella selva, quella che diffida dei giornalisti e nelle critiche vede il segno inequivocabile del complotto.

Quell?America che ha perso da tempo qualunque fiducia nella politica tradizionale e nei media, che considera il dubbio come una forma di tradimento e trova conforto alle proprie insicurezze nei toni messianici del presidente Bush. Ma che al di l? del proprio tradizionalismo si salda con spezzoni postmoderni della societ? americana, gruppi collegati in rete, che usano le nuove tecnologie per tenere sotto controllo le presunte faziosit? dei media tradizionali (ad esempio attraverso il loro puntuale monitoraggio da parte dei blogger) e che hanno costretto un giornalista del calibro di Dan Rather a chiedere pubblicamente scusa per aver diffuso documenti rivelatisi in ultimo inattendibili in merito al servizio militare di Bush presso la Guardia nazionale in Texas.

Da questo punto di vista, scegliendo di calarsi troppo nella competizione i media americani hanno rischiato di trasformarla in una sorta di referendum pro o contro Bush. E pur avendo offerto una coverage della campagna che a giudizio di molti ? stato nel complesso assai migliore del passato, pi? attento a chiarire i problemi e a dar conto delle posizioni di ciascun candidato sulle diverse issue, potrebbero aver rappresentato un fattore di radicalizzazione i cui esiti appariranno del tutto chiari solo in futuro.

2 Comments


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    volevo segnalarvi questo editoriale del NYT sui blog come l’unica rivoluzione di queste elezioni presidenziali.
    serve iscriversi ma ? gratuito

    http://www.nytimes.com/2004/11/02/opinion/02blogger-final.html?hp


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    gianluca — 2/11/2004 @ 6:09 pm


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    si, questo l’inizio del pezzo:

    Every four years, by journalistic if not political tradition, the presidential election must be accompanied by a “revolution.” So what transformed politics this time around? The rise of the Web log, or blog.

    insomma, anche testate come NYT non possono ingorare il “fenomeno” e corrono ai ripari…solo che poi, un po’ per le limitazioni tipiche del mondo editoriale e del medium cartacaeo e un po’ per deformazione professionale, riducono i bloggers a un pugno di nomi (in qualche modo, gli “eletti” o l’elite, sembra sottindere) di entrambe le parti a cui chiedere un’opinione che comunque faccia effetto sui lettori passivi

    anziche’ avviare piuttosto una sorta di conversazione aperta grazie agli spunti offerti dalla blogosfera in generale, e stimolare i contributi dei singoli in un confronto on-going e ampio – tornando insomma alla “polarizzazione” del dibattito che conosciamo bene


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    berny — 2/11/2004 @ 7:36 pm

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