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3/11/2004

Kerry concede, ma i problemi si amplificano e l’opposizione riparte

Bernardo Parrella, ore 9:30 pm

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Da Boston Kerry e Edwards stanno concedendo pubblicamente la sconfitta. “Anche se il risultato non cambier?, ci assicureremo che ogni voto sia contato. E continueremo a combattere con voi per cambiare l’America”, ha esordito John Edwards. Stanco, serio e con voce roca, Kerry ha invece aperto sottolineando il “disperato bisogno di unit?, di trovare il ‘common ground’ per tutti gli Americani.” Passando poi a ringraziare ripetutamente, “dal profondo del cuore” e prossimo alle lacrime, i milioni di persone che ovunque nel Paese lo hanno sostenuto in questa battaglia. Rivolto al caloroso pubblico dell’hotel e ai cittadini in generale, Kerry ha detto che “verr? l’ora in cui il vostro duro lavoro e il vostro voto conteranno verso il cambiamento.” Con una moscia conclusione dedicata ancora al bisogno di unit? e il ritrito “God Bless America.” E pur se qualche manciata di voti deve ancora essere contata (particolarmente in Ohio) tra una paio d’ore toccher? al discorso del vincitore da Washington, che si preannuncia sobrio e pacato ma non lascer? dubbi su un futuro ancora pi? cupo.

Ma se l’istantanea nella mattinata statunitense del 3 novembre ? assai diversa da quella che molti avrebbero preferito, ancor pi? importante il fatto che ci? rivela l’ennesima debacle per il Partito Democratico. Alcuni dati volanti: contrariamente al 2000, il presidente vince sia il voto popolare che i collegi elettorali. I Repubblicani rafforzano la supremazia al Senato (53-44), alla Camera (229-200) e tra i governatori (28-21) mentre dieci su undici stati approvano divieti costituzionali ai matrimoni gay. Tom Daschle, leader di minoranza al Senato e figura storica della politica USA, ? stato battuto dal super-conservatore John Thune in South Dakota.

Colpa della campagna troppo soft di Kerry? Oppure grande successo dell’agenda neocon, a partire dall’invasione dell’Iraq? Entrambi punti validi, ma non sufficienti a spiegare gli eventi. Analogamente, possiamo spaccare in quattro il capello sul comportamento degli swing voters. Eppure la faccenda ? decisamente pi? ampia e complicata. Il sistema politico USA ? divenuto troppo polarizzato, con posizioni quasi identiche e difficili da distinguere soprattutto per gli indecisi. Ci? va aggiunto ai numerosi inghippi “tecnici” del sistema elettorale pi? volte sottolineati e, soprattutto, presenza di due soli partiti, alla netta contrapposizione tra candidati che non lascia nessuno spazio di manovra. Proprio quando invece occorre ampliare il dibattito, affrontare questioni complesse, attivare al massimo la partecipazione popolare. Scenario ancor pi? pericoloso rispetto ad uno scenario mondiale infuocato come l’attuale.

Non a caso, col senno di poi, in queste ore i vari commentatori radio-TV del dopo-voto vanno richiamando Howard Dean in quanto candidato populista pi? credibile e accattivante di Kerry. Quello che ci voleva, secondo alcuni, per fronteggiare un super-populista per antonomasia quale George W. Bush. Infatti negli ultimi mesi e settimane lo stesso Dean, con il forte supporto del blog-comunit? “Democracy for America", ha continuato a battere il tamburo (e raccogliere fondi) ancor prima e pi? che per Kerry, a favore di quei candidati di collegi locali e senatoriali che “daranno forma al futuro del Partito Democratico.” Le sue azioni e dichiarazioni si sono concentrate sul perseguimento di un obiettivo importante e a lungo termine: “creare una campagna permanente… che ? quanto hanno fatto i Repubblicani negli ultimi vent’anni.”

Ci? va d’accordo con il pensiero gi? ribadito dal variegato “movimento dei non-allineati”: le presidenziali sono un momento importante, ma ancora pi? vitale ? continuare sulla nostra strada verso il cambiamento, anzich? essere cooptati dal potere per scegliere tra Bush e Kerry. Lo hanno spiegato pi? volte Noam Chomsky e Howard Zinn, lo ha confermato con forza Arhundati Roy in un recente tour oltreoceano: “Le istanze globali di pace e partecipazione restano prioritarie, il movimento USA deve unirsi a quello di altri Paesi nel premere risolutamente sui Democratici per il ritiro dall’Iraq: non possiamo n? vogliamo essere cooptati nel gioco del potere su sterili scelte tra candidati.”
Pur se a questo punto occorre aggiungere che negli ultimi tempi lo stessa ondata anti-guerra cos? forte mesi addietro, ? stata praticamente azzittita in attesa del voto, e ci? non torna a proprio favore per il futuro.

Gi?, e adesso? Nessun dubbio che il mondo, soprattutto quello islamico, vedr? con ulteriore e forte preoccupazione la conferma di Bush. Con tutta una gamma di possibili conseguenze. Qui in USA per ora i media mainstream continuano a proporre e riproporre il solito baraccone e non si azzardano oltre. Le fonti alternative insistono invece a non demordere, a riorganizzarsi per proseguire le pressioni contro la guerra e per il cambio delle attuali policy – coscienti come fosse comunque impossibile modificare le posizioni USA nel giro di un’elezione. Il movimento prosegue insomma verso l’obiettivo di un cambiamento che richiede necessariamente tempi lunghi, a partire da possibili riforme del sistema politico. Oltre ovviamente alla riconfermata opposizione a questa disastrosa politica estera. Un’opposizione a cui nel prossimo futuro non mancheranno certo occasioni per farsi notare.

? ora di rimboccarsi le maniche, one more time.

1 Comment


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    Gi?. Iniziando da qui ed ora…per evitare che il destino si ricompia, uguale ed immutato!


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    ros — 3/11/2004 @ 9:45 pm

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